Il Muto e l’Ascoltatore

Le mani bianche dell’uomo carezzarono lievemente la scatola. Le dita si spostavano con una leggerezza che solo l’ombra d’una nuvola riserva alla terra in piena estate, il tocco impercettibile era reverenziale e commovente. Aveva scelto puro lino bianco immacolato. Lisciò le pieghe una seconda volta, prese un respiro e con i soli polpastrelli tirò su il cofanetto adagiandolo sulla pezza di stoffa. Con la stessa delicatezza ripiegò il panno sui lati, vedendo l’oro del legno scomparire tra la trama del lino.

La ripose nella tasca della giacca e prima di uscire dalla stanza la toccò altre due volte, per assicurarsi che fosse ancora lì. Uscì dalla stanza e i passi svelti echeggiarono in schiocchi secchi sul pavimento di marmo. Dopo aver percorso gli ampi corridoi familiari, svoltò verso il portone d’uscita. Fece un breve cenno alle guardie di presidio e scivolò fuori.

Non era del tutto inusuale che uscisse a quell’ora tarda, si era premurato nei mesi precedenti che ciò avvenisse di tanto in tanto, era stato attento a trovare scuse plausibili e sensate. I giardini erano splendidamente illuminati e l’aria autunnale faceva danzare i rami degli alberi tra i lampioni, gettando a terra pozze di luce ondeggianti.

Non aumentò il passo, non dette cenno d’impazienza. Uscì da un cancelletto secondario senza mai voltarsi. Armeggiò un poco con i bottoni della camicia e con il colletto, poi s’infilò una mano nella tasca sinistra e svoltò in direzione della stazione. Aveva ben calcolato il tragitto e ricordava perfettamente la casa cantoniera ormai dismessa dove aveva fissato il suo appuntamento. Si trovava su un binario morto in una zona poco popolosa, era una lunga passeggiata ma solo Dio sapeva quanto sarebbe stata fruttuosa.

Il ronzio delle macchine nella strada parallela lo portarono a pensare distrattamente se anche l’uomo che doveva incontrare si trovasse proprio su una di quelle vetture. Scacciò quel pensiero per concentrarsi sulle rotture del cemento, che con naturalezza evitò una ad una, modificando l’ampiezza del passo. Un cane abbaiò d’improvviso da un terrazzo in ombra, ma l’uomo non perse la concentrazione accorciando le distanze con la sua meta. Dall’esterno il suo viso era sobrio, composto ma il suo animo era tutt’altra storia. L’eccitazione si dibatteva in una lotta furibonda con la severità che cercava d’imporsi, la smania veniva frenata da un portamento algido.

All’ennesima svolta vide l’asfalto digradare in un groviglio d’erba che accompagnava un placido binario fino a perdersi nel buio della notte. Salì sulle rotaie stando ben attento a non impolverarsi le scarpe e passò dall’altro lato. La casa cantoniera stava acquattata tra garbugli di rovi e la vernice porpora dell’esterno sembrava una vecchia pergamena grattata e sbucciata. La mano calò in direzione del suo segreto, lo sfiorò e poi spinse la porta. Sulle prime sembrava chiusa. Prese un fazzoletto lo appoggiò al pomello rugginoso e spinse di nuovo. Ci fu un crepitio di legno agonizzante e dopo un altro strattone quella cedette. L’uomo sbatté le palpebre un po’ per la fine polvere che calava dallo stipite, un po’ per abituare gli occhi al cambio di luce. Fece un passo oltre la soglia senza dire una parola, si serrò la mano sul petto stringendo la stoffa della camicia e si chiuse la porta alle spalle.

Una finestra senza vetro chiusa da sbarre di metallo illuminava dall’esterno il pavimento ricoperto di calcinacci.

Un movimento attirò la sua attenzione e una sagoma si fece avanti «Sei Muto?» chiese la voce maschile.

«Ho parole solo per chi sa ascoltare» rispose con fermezza.

«Molto bene, allora sono qui per te» disse l’altro.

«Non ho parlato con te al telefono» disse il Muto con una nota di disappunto.

«No, ma questo non è importante» replicò l’Ascoltatore.

Il volto del Muto rimase impassibile, ma ogni uomo da valori diversi a ciò che o non è importante.

«Fammi vedere il mio regalo e andiamocene di qua» continuò in tono secco l’Ascoltatore.

Il Muto infilò la mano nella tasca ed estrasse il pacchetto di lino bianco, mentre allungava la mano per porgerlo all’altro ebbe un leggero fremito di riluttanza. L’Ascoltatore lo prese e senza delicatezza lo svolse. Il Muto s’irrigidì vedendo in quelle mani rozze la finezza della foglia d’oro, i motivi morbidi della punzonatura che formavano lievi nubi arabescate. L’Ascoltatore prese una pila e la puntò sul cofanetto che avvampò di luce dorata mostrando un vetro al centro la cui trasparenza evidenziava il contenuto.

«Allora sarebbe questa? Una bottiglietta così piccola? Bah, tutta questa importanza per poche gocce rattrappite. E poi chi ce lo dice che è davvero il sangue di Cristo, come minimo ce lo hai messo tu.» l’Ascoltatore rise e il cofanetto sobbalzò tra le sue mani. 

La bocca del Muto si contrasse in una linea sottile e tesa, prese un respiro breve «ora fammi vedere cos’hai per me» disse cercando di contenere le sue emozioni.

 L’Ascoltatore frugò in tasca ed estrasse un piccolissimo pacchettino involto in carta cremisi. Le mani del Muto fecero del loro meglio per rimanere salde e mentre con un amore infinito prendeva l’oggetto, sentì l’involto attaccarsi al sudore del palmo. Avrebbe voluto quel momento tutto per sé, lo avrebbe fatto con la solennità che meritava. Invece era lì, in mezzo alle macerie davanti a uno stolto. Con l’unghia arricciò appena la carta fine che scricchiolando mostrò pian piano la piccola cornice d’oro brunito, elegante e semplice come era giusto che fosse. All’interno del vetro, su di un velluto bianco verginale, una piccola treccia di capelli ramati stava adagiata a mo di coroncina. Il Muto si sentì le lacrime salire mentre osservava i capelli della Vergine Maria, e per un attimo quell’immagine divenne nebbiosa e tremula. Poi si ricompose, sentendo addosso l’impazienza dell’altro.

«Allora è fatta?» chiese l’Ascoltatore. Il Muto alzò lo sguardo su di lui e annuì infilandosi con cura la cornice in tasca in cui la mano rimase impigliata un attimo.

L’altro spense la torcia e la stanza calò nel buio, si voltò appena per guardare la finestra alle sue spalle e il Muto l’aggredì. La mano del pugnale era fredda e decisa, era la mano della giustizia che affondò più e più volte. Solo un rantolo soffocato e l’uomo si accasciò. Ancor prima che cadesse il Muto accorse verso di lui, per salvare il suo tesoro più prezioso racchiuso nel piccolo cofanetto. Aveva pensato a tutto, quindi estrasse dei fazzoletti di morbida ovatta, lo pulì con la cura di una madre verso il figlio e lo mise al sicuro. Chiuse la porta lavando via le impronte, e mentre si puliva le mani riprese la strada del ritorno. I suo abiti neri non lasciavano vedere le macchie purpuree che impregnavano la stoffa, e dopo che ebbe armeggiato in tasca si sistemò il collare da Prete, sfilò il crocifisso da sotto la camicia e si diresse verso l’unica casa degna delle sue reliquie; verso la SUA casa, il Vaticano. 

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Discussioni

  1. “Scacciò quel pensiero per concentrarsi sulle rotture del cemento, che con naturalezza evitò una ad una, modificando l’ampiezza del passo”
    Una volta, parlando altrove con una ragazza che secondo me scriveva molto bene, mi disse che sono i dettagli apparentemente inutili, secondari, ad aggiungere realismo ad un racconto.
    Confermo e sottoscrivo!

  2. “e dopo che ebbe armeggiato in tasca si sistemò il collare da Prete, sfilò il crocifisso da sotto la camicia e si diresse verso l’unica casa degna delle sue reliquie; verso la SUA casa, il Vaticano”
    Questo passaggio mi è piaciuto ?

  3. Ciao Virginia, ottima la tensione e il senso di inquietudine che riesci a suscitare, il frame finale è stato davvero avvolgente, descrizioni che ho apprezzato tanto grazie ai bei dettagli, insomma, bel racconto, potresti farne una serie molto interessante lo sai? Comunque un bel lab davvero, alla prossima?

    1. Ciao Antonio! Felice che il lavoro abbia avuto il risultato dovuto. Magari mi hai dato un’idea e ne farò una serie ?

  4. Ciao Virginia, sei riuscita a dare al laboratorio un taglio davvero originale. Mi è piaciuta molto quest’atmosfera alla “Il Codice Da Vinci”, scoprire che il Muto in realtà vestiva la tonaca è stato emozionante. Da principio, pensavo a una specie di ladro di reliquie. Ben fatto e ben condotto 😀

    1. Si proprio così alla ‘Codice Da Vinci’! Grazie per il post positivo ?

  5. Racconto scritto molto bene, cattura l’attenzione, il ritmo è ottimo e le immagini che suscita nel lettore aiutano a trascinarlo fino alla fine della storia… sembra quasi di vedere il prete che si ricompone nella sua tunica macchiata di sangue.
    Complimenti.
    Alla prossima lettura…

  6. Ciao Virginia. Ti faccio i miei complimenti per questo racconto: oltre alla struttura narrativa, gestita molto bene a mio avviso, il libriCk mi ha catturato parecchio. Un plauso anche alla scelta del titolo, da non sottovalutare mai! Brava. Alla prossima. 🙂

    1. Ciao Giuseppe! Grazie per il commento positivo. Sono d’accordo i titoli sono fondamentali, chi sceglierebbe un libro con un brutto titolo? Ci rivediamo presto da Drok e Zorex, sono in dirittura d’arrivo 😉

    1. Cia Cristina, grazie mille è proprio così che vedo le scene, come un film (ben girato spero!) A prestissimo

  7. Mamma mia che suspense! Quasi mi son pentito di averti invitato qui: adesso su Open la concorrenza si sta facendo ancora più agguerrita… Ahahhahaa Brava, Virginia, ottime descrizioni dell’ambiente e buoni anche i dialoghi. Il finale però, devo ammettere che non mi ha sorpreso più di tanto, mi già ero immaginato che si trattasse di un prete già qualche riga prima della fine. Sei stata forse troppo eccessiva nel descrivere l’irriverenza per le opere, mostrata da muto. Probabilmente però, una lettura un po’ meno attenta non rivelerà il finale e così la sorpresa sarebbe assicurata.