Il ponte.

L’ultima volta che vidi Jack era sul lungarno.

Era settembre. I ponti sono fatti apposta per collegare i ricordi. Sono un’ossessione. Li vorrei cavalcare tutti, per riprendermi Jack e la sua schiena.

Insieme dicevamo poche parole. Quelle che contano.

Sapevo come si cambia una gomma forata e ad aiutarmi c’era quel foglietto istruzioni che mi rigiravo tra le mani, ma l’auto di Jack si fermò lo stesso. Abbassò il finestrino, puntandomi addosso due occhi scuri, incorniciati da sopracciglia curate; dalla bocca carnosa gli uscì un cordiale «Ehi, ti serve aiuto?»

Feci cenno di sì con la testa, il massimo che avevo saputo dire.

Chinati sul bordo della strada, io a passargli i ferri, lui a smaneggiare col crick, sentivo lo stomaco chiudersi quando il suo braccio sfiorava il mio. Movimenti impercettibili, che però si srotolavano a ripetizione, al rallentatore nella mia testa, lasciandomi addosso imbarazzo e quella sensazione simile all’incazzatura.

«Birretta?»  propose e i suoi occhi andarono a cercare l’insegna “bar” di fronte.

Era il minimo che potessi fare, sdebitarmi offrendogli una bevuta. Al tavolo del bar mi concentrai sui sottobicchieri, evitando il suo sguardo e lui lo notò.

La dote più vera di Jack è sempre stata quella di carpire i punti deboli degli altri.

«Che hai che non mi guardi in faccia? Ti faccio paura?»

Scoppiò a ridere. Allungò una mano, mettendo letteralmente il suo palmo sopra la mia e fu in quel momento che capii che le mani servono solo se hanno dentro il calore. Arrossii perché non ne avevo sentito mai così tanto.

Raccontai di me, chi ero, da dove venivo e del mio lavoro part-time nel discount di nuova costruzione.

«Ah, ma quello del Centoluci?»

Si riferiva al nuovo centro commerciale, negozi, discount e cinema annesso.

«Sì… sì, quello»

«Quello con la multisala?»

«Sì… esatto, quello»

«Ci andiamo al cinema stasera?»

«A vedere che?»

«A vedere quello che danno, non ha importanza cosa. Ti va?»

Mi andava eccome e per la terza volta, feci di nuovo cenno di sì col capo. Guardò il mio culo Jack quando mi alzai, non avevo dubbi, aveva guardato il mio culo e provai qualcosa che non avevo mai avvertito prima. La rabbia montarmi in corpo e una razzata all’inguine. Inghiottii la saliva in eccesso. Il culo di Jack invece era muscoloso. L’avevo notato quando si era piegato per prendere la cassetta degli attrezzi nel bagagliaio.

Perché penso a Jack e ai ponti, lo sa solo chi ha provato l’amore. Quello che ti attraversa come una lama e quando esce non sei più uguale. Sei a metà. L’altra ce l’ha chi ti ha diviso in due.

Mi baciò. Nel buio della sala, al cinema Jack mi baciò. Era la mia prima volta. Ma non mi lasciò nello stupore. A casa sua, invece, fondemmo i nostri corpi, le sue mani tra le mie gambe e la mia bocca in mezzo alle sue. Per giorni. Per settimane. Senza domandarmi mai chi io ero. Chi fosse lui. L’amore non chiede spiegazioni. Pretende di essere vissuto e basta. Nella carne e nell’anima. Squillava il telefono e io correvo tenendomi dentro l’ansia che non lo avrebbe fatto, chiamarmi di nuovo.

L’estate volgeva al termine.

Nell’aria si avvertiva il cambiamento della stagione e io iniziai a sentire quello di Jack. 

«Che ti succede Jack?»

 Da più di un’ora stava steso sul sedile della macchina col finestrino tirato giù, senza dire una parola, seguendo i fari delle auto che ci venivano incontro dall’altra parte della carreggiata.

«Niente!»  rispose. Era la decima volta che ripeteva quel “niente” che invece era saturo di molte cose. 

«Mi scappa da pisciare» disse. Si allontanò andando a cercare riparo dietro una siepe. Fu un gesto rapido il mio, avevo solo quell’occasione e frugai nel telefonino che aveva lasciato sul sedile. Spiai tra i messaggi e ne trovai uno con mittente Marlén che diceva: “quando ci rivediamo Jack?”.

Una faccina con la bocca fiammante, ammiccava ad un bacio. Capii all’improvviso il perché quando mi avvicinavo a lui nell’ultima settimana, con la voglia che mi traboccava dai pantaloni, lui si voltava e diceva: «Stasera sono a pezzi».

Più avanti c’era il ponte. «Ti va di camminare un po’?» proposi appena lo vidi ricomparire dentro la macchina.

«Si, camminiamo che è meglio» disse tirando un sospiro che sembrava uscito da una caverna. Una signora di mezza età ci buttò addosso un’occhiata storta quando le passammo d’accanto. Avevo messo il mio braccio sotto quello di Jack. Un modo per tenermelo stretto.

Al quarto lampione si fermò.

«É finita» disse.

«Aspetta un attimino, mica è stato un gioco questo»

Farfugliavo, parole inutili, perché lo sapevo anche io che l’amore non è come Lazzaro. Se muore non si rialza.

«F i n i t a!»

Scandì quelle parole con una precisione da chirurgo perché non ci fossero  fraintendimenti. 

Si voltò.

Mi lasciò lì, sul ponte, col cuore sputato in gola. Era settembre. Mi diede la schiena sulla quale mi ero aggrappato tante volte per sprofondare dentro di lui.

Sono qui, fermo, come a ogni inizio stagione.

Non importa quale, le stagioni sono come i film da guardare al cinema con Jack, le guardi passare e basta, senza sapere bene fino in fondo se sia freddo o caldo. Ripercorro il tragitto. Mi fermo e guardo in lontananza.

Si sa mai che Jack decidesse di tornare indietro.

Da me, Lucio.

L’unico che attraversa il ponte con lo stesso impeto con cui lui ha attraversato me. 

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Discussioni

  1. Ciao Bettina, complimenti per questo bellissimo racconto, come sempre la forza della tua prosa travalica la trama, esaltandola. Ogni frase è degna di essere sottolineata e ricordata.
    Alla prossima

    1. Ciao Alessandro, apprezzo la tua lettura e ciò che pensi della mia prosa. Quello che dici trova ancora più senso nel come si dicono o raccontano le cose e i fatti e conferma che è sempre una sfida. A presto.

  2. Quella del Ponte è sempre una figura simbolica molto intensa e variegata, può indicare moltissime cose, non rappresenta un inizio e una fine, ma sempre un passaggio, spesso intenso. Io l’ho sempre inteso come il viaggio ma, leggendo il tuo racconto, da romano mi viene in mente Ponte Milvio, quello reso famoso da Moccia per i lucchetti degli innamorati attaccati al lampione. E’ stato fico leggere questo racconto perchè, durante la prima parte, ho apprezzato la scrittura fresca ma dentro di me pensavo: adesso mi servirebbe un trick, un cambio di scena repentino e così è stato. Il ritmo non si è perso quando la situazione, diciamo, è diventata più intima, anzi, un nuovo registro di parole si è inserito in quello di prima senza stacchi repentina ma diluito senza quasi accorgersene, ha fatto riscaldare, e non di poco, la lancetta delle emozioni in breve tempo (gioia, innamoramento, passione). Si è usciti da un binario, per poi andare incontro a una fine malinconica, ancora ubriachi di quella lucentezza erotica, come le ultimi luci di un crepuscolo, che gli anglosassoni chiamano Afterglow. Potrebbe essere un racconto sul tema dell’After Glow. Anche io in questo periodo sto scrivendo un racconto simile, tra due persone con sentimenti up and down, e ho preso spunto per una riflessione

    1. Dai ponti si godono anche bellissime prospettive panoramiche. Ho voluto provare a testare un racconto con un differente registro dagli ultimi postati qui de I Figli del Salice e di Agglomerati. Ritengo sempre la tua lettura attenta e aperta, quindi mi fa molto piacere quello che dici. Ciao D. vado a leggermi il tuo testo postato da poco e a capire questo up and down. A presto.

  3. “sapevo anche io che l’amore non è come Lazzaro. Se muore non si rialza.”
    Frase decisamente azzeccata! Complimenti Bettina, è un racconto che cattura e coglie di sorpresa, dalla lettura scorrevole. Mi è piaciuto molto 🙂

  4. Che dire, hai saputo rendere davvero bene, benissimo, l’arco di vita di un amore. Il modo in cui sboccia inatteso, il modo in cui ti cambia, ti attraversa, e ti lascia dei ricordi che non possono sbiadire e che hanno un senso solo per te, come il ponte per Lucio. Ed infine il modo in cui a volte, purtroppo, si spegne. Che l’amore non è Lazzaro. Ahimè.
    Ben pensato e ben scritto, davvero.

  5. “Perché penso a Jack e ai ponti, lo sa solo chi ha provato l’amore. Quello che ti attraversa come una lama e quando esce non sei più uguale. Sei a metà. L’altra ce l’ha chi ti ha diviso in due.”
    Già. E’ così che funziona. Proprio così.

  6. “capii che le mani servono solo se hanno dentro il calore.”
    ❤️ eh ma allora! 🙂
    prendi il commento precedente e moltiplicalo per due. Anzi per quattro. Questa frase da sola potrebbe essere un motivo sufficiente per leggere il racconto 😀