Il rumore della plastica contro il metallo del lavandino

Il rumore della plastica contro il metallo del lavandino, quella mattina, aveva un suono dolce, armonioso, metteva allegria. L’immagine riflessa dallo specchio, appeso alla parete grigia, ritraeva occhi gioiosi, leggermente arrossati per la commozione, così come quel piccolo rigolo di sangue che scendeva da sotto l’orecchio, comparso in contrapposizione al blu della lametta monouso.

   Dieci lunghi anni in un carcere di media sicurezza. Questa era stata la sua vita dopo lo squillo del campanello in quella fredda notte di dicembre. I ricordi, indelebili come inchiostro sulla pelle, facevano ancora male: la cornetta del citofono tra le mani, la bocca spalancata, i lampeggianti blu fuori dalla finestra, la porta che veniva sfondata, il tentativo di fuga dal balcone. Il freddo della notte invernale era quasi gradevole in confronto a quello delle manette che serravano forte i polsi. Nove dita penzolavano oltre gli anelli metallici, mentre con il capo chino, Peppe Mezzosilenzio, veniva scortato sull’auto dei carabinieri.

   Peppe era detto Mezzosilenzio perché portava quel che restava del suo indice destro, perso dopo un’animata lite in gioventù, davanti la bocca per richiamare il silenzio degli interlocutori. Rasato, pettinato, ben vestito, sedeva sulla sua brandina in quella minuscola cella di prigione in attesa che una delle guardie lo accompagnasse al portone principale. L’attesa durò tutta la mattina. Ammazzò il tempo giocherellando con la parte monca del suo dito. Intorno all’ora di pranzo un poliziotto penitenziario fece scattare la serratura della porta, gli fece cenno con la testa. Peppe Mezzosilenzio si alzò rapido, avrebbe voluto correre, lasciarsi quella maledetta struttura alle spalle, e tornare a respirare l’aria pulita del suo paese: Borgobello. I suoi polmoni da cinquantottenne ne avevano proprio bisogno.

   Il passo lento del poliziotto era snervante, tuttavia Peppe sapeva che mancava poco ormai. Ritirati gli effetti personali che gli erano stati sottratti il giorno del suo arresto (una banconota da diecimila lire, un pacchetto di Nazionali senza filtro, una collana d’oro e un braccialetto di scarsa fattura) lasciò il carcere. Con sua grande sorpresa e piacere trovò la sua famiglia al completo ad aspettarlo: sua moglie Imma, i due figli Tino e Santo con le rispettive mogli e i tre nipotini. Avevano affittato un pulmino per l’occasione. Il viaggio da Palermo a Borgobello durò più del dovuto. I bambini non erano abituati a viaggiare, stavano poco bene.

   «Adesso cosa farai, papà?»

   «Quello che ho sempre fatto, Tino. Zapperò la terra.»

   «Borgobello è molto cambiata negli ultimi anni. Sta crescendo.»

   «Che vuol dire, Santo?»

   «Da qualche anno è arrivato un africano dal nome francese. Ha portato un sacco di soldi, sta creando lavoro, fabbriche. Viene gente da fuori per lavorare a Borgobello.»

   «E lu zì Fofò

   «Non è contento dicono. Ha provato più volte a sabotarlo.»

   «Ci credo, ha sempre creduto di essere il padrone del paese.» Peppe Mezzosilenzio cercò invano il suo indice mancante «Megl’accussì se ha trovato qualcuno che gli dà del filo da torcere. Io sono stanco. Un africano? Siete sicuri?»

   «È bianco, ma è nato e cresciuto su un’isola africana.»

   «Madagascar, Tino. Non ti entra in testa.»

   «Ma che me ne fotte a me dell’Africa, Santo.»

   «I bambini si sono addormentati. Possiamo ripartire se volete.» La voce di un delle due nuore si perse in un bisbiglio.

   Raggiunto Borgobello, Peppe Mezzosilenzio stentò a riconoscere il suo bel paese passato da borgo di campagna di metà anni novanta a fiorente cittadina industriale di inizio ventunesimo secolo. L’ex detenuto era per metà felice, per l’altra metà nostalgico. Anche i sensi di marcia erano cambiati, quindi fecero una strada alternativa per tornare a casa.

   Davanti l’ingresso principale i figli diedero le chiavi di casa al padre, sorridenti. Peppe Mezzosilenzio aprì la porta, fece un paio di passi, respirò il profumo di casa sua, si voltò verso Imma, l’abbracciò abbandonandosi a un pianto liberatorio. La donna gli passava le mani sulla schiena. I due figli strinsero tra le braccia i genitori. S’incamminarono verso la cucina, Peppe accese la luce e un boato lo travolse: i suoi fratelli e sorelle con le rispettive famiglie al completo lo accolsero con applausi, fischi, tappi di sughero volanti, festoni, coriandoli.

   I festeggiamenti si protrassero fino a tarda serata. Per l’occasione, Peppe ricevette tantissimi regali; ognuno dei presenti rivendicava il proprio dono man mano che il festeggiato li scartasse. Ne era rimasto soltanto uno, piccolo, con carta blu elettrico e fiocco rosso, non apparteneva a nessuno dei parenti. Uno spago legato al fiocco faceva pendere un bigliettino, che recitava: “In memoria dei vecchi tempi”. Nessuna firma.

   Peppe Mezzosilenzio lo scartò, una scatola stretta e lunga, aprì il coperchio. Il silenzio invase la stanza, nessuno osò dire nulla. All’interno un dito mozzato, il suo.

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Discussioni

  1. Ciao Eliseo, finalmente riesco a leggere anche qualcosa di tuo 🙂 Te lo hanno già scritto, ma ti ribadisco che la trovata di “Mezzosilenzio” è davvero simpatica. Ma soprattutto mi è piaciuto particolarmente il senso che hai voluto dare al racconto, con un passato che all’inizio sembrerebbe ormai alle spalle del protagonista, salvo poi tornare molto bruscamente a “fargli visita”. Bravo!

  2. Quando leggo un tuo racconto mi piace sempre la maniera come rendi scorrevole il testo: posso dire che hai una bella prosa.
    Trovo che la trama sia ben costruita.
    Complimenti.

  3. Ciao Eliseo, il tuo è un racconto avvincente che si legge tutto di un fiato. Malinconico, ma bello nelle dinamiche di questa famiglia unita, che abbraccia il protagonista con calore. Il pacchetto alla fine è stato un colpo di gelo: tantissime le domande, fra tutte chi ha pensato ad un dono simile. Ma, soprattutto, perchè conservare il dito per tutto quel tempo? Una fine aperta che lascia molto spazio all’immaginazione

  4. “Peppe Mezzosilenzio lo scartò, una scatola stretta e lunga, aprì il coperchio. Il silenzio invase la stanza, nessuno osò dire nulla. All’interno un dito mozzato, il suo.”
    Oh, mio Dio!

  5. Ciao Eliseo, questo lab mi è piaciuto sia per la storia originale (bella la trovata di Mezzosilenzio) sia per lo svolgimento degli eventi. E quel regalo amaro a concludere è stata proprio una sorpresa. Bravo

  6. ”  Peppe era detto Mezzosilenzio perché portava quel che restava del suo indice destro, perso dopo un’animata lite in gioventù, davanti la bocca per richiamare il silenzio degli interlocutori”
    Questo passaggio mi è piaciuto
    idea divertente,

  7. Personalmente amo le storie ambientate nei paesi, dove si parla il dialetto, dove tutto è sottoposto ad un continuo mutamento di costumi per allinearsi al resto del mondo. Mi piace lo stile neorealistico, mostrato per immagini. Mi domando da chi provenisse il regalo e se con la falange ritrovata il silenzio possa diventare intero.

    1. Sto costruendo passo passo quel mondo crime di cui ti parlavo, tanti piccoli pezzi disseminati qua e la di un puzzle/universo molto vasto, presente al momento solo nella mia testa, dovrei abbandonare tutto e scrivere 12 ore al giorno, ma al momento non me lo posso permettere, devo anche campare et lavorare ahahah
      In ogni caso Peppe tornerà, magari negli anni ’80 con un racconto sulla rissa, oppure nel presente, o subito dopo la scarcerazione, vedremo 🙂

  8. Bel Lab, Eliseo! Mi è piaciuto molto l’incipit, che ci porta in cella con Peppe, e poi la “sorpresa” finale. Ci lasci attoniti, come attonito sarà rimasto il protagonista…

    1. Ciao Tiziano! Io di solito cerco di ridurle al minimo e indispensabile, ma un personaggio come lui doveva per forza dirla almeno un’espressione in dialetto 🙂

    2. Concordo con entrambi! Quando sono usare per caratterizzare i personaggi, daddo davvero qualcosa in più.
      Senza contare che i dialetti fanno parte del nostro patrimonio culturale, è un bene non perderli.