Il solstizio 



Mi piacerebbe raccontare che il nostro incontro avvenne il primo giorno d’estate, con il sole che faceva da aureola ai tuoi occhi, mentre i miei piedi improvvisamente alati, mi trasportavano il corpo da una nuvola all’altra. Invece, quel giorno pioveva a dirotto. I miei piedi pesavano poco più di una zampa di elefante (o così mi pareva), a causa degli alti e fradici zatteroni in corda e i capelli mi si distribuivano in grosse ciocche sul viso facendomi apparire una discendente (neanche troppo lontana) del conte Frankenstein . Tu eri un vero lord, non so come, ma i tuoi lunghi capelli, tirati indietro da una morbida coda, non si erano affatto scomposti, anzi, resi lucidi e fermi dall’acqua, rilucevano di misteriosi bagliori ad ogni lampo che il cielo faceva cadere non lontano dai noi. Anche i tuoi abiti non sembravano soffrire della pesantezza della pioggia e forse ci notammo proprio per questa eccentrica diversità. Certo quello strano temporale scoppiato improvvisamente sulle nostre teste sapeva di presagio, e non so perché mi viene in mente il profumo della marmellata di prugne fatta in casa.

Abbiamo diviso il mio ombrello sgangherato, il taxi, le nostre destinazioni, il sonno e il caffè del mattino dopo, e quello dopo ancora, e ancora dopo.

Non abbiamo fatto altro che dividere da quel giorno, i passi, i pasti, le parole, il cuscino, i verbi e i diverbi. Il nostro incontro è quello che, in tempi più romantici, avrebbero definito “colpo di fulmine”, e di fulmini ce n’erano a iosa quel giorno, che uno di loro non poteva che colpirci.

Però che matti, ci siamo andati davvero al mare con quella pioggia!

Il taxi correva sul Grande Raccordo, tirandosi ai lati una fiumana d’acqua, il cielo si illuminava a tratti e i tuoi occhi rimanevano spalancati a guardare la furia della natura, mentre io sbattevo le palpebre in preda all’ansia. Sai quante volte mi sono chiesta “Ma che ci faccio qui, in mezzo alla tempesta con uno sconosciuto”, poi guardavo la tua espressione intenerita dai miei timori che ho finito per sgranare anche io gli occhi e godermi il palcoscenico della natura viva e mutevole senza pormi altre domande.

Quello che amavo di più di noi? Tutto. Litigare con te somigliava al temporale del nostro incontro, così esageravo, enfatizzavo ogni urlo, ogni pestata dei piedi sul pavimento. Tu ti infuriavi all’improvviso. Non c’era mai modo di capire se e quando saresti esploso. Quanto era bello, poi, perdersi tra i vicoletti che giravano intorno alla nostra casa. Erano tutte strade a senso unico costeggiate da grandi alberi verdi di cui non conoscevo il nome, e le terrazze traboccavano di fiori colorati. Di un balcone in particolare, me ne ero innamorata, aveva solo vasi di fiori blu alternati a vasi di fiori rossi e alla sera profumava di bucato (anche se non vedevo i panni stesi). Mi infilavo tra quelle stradine ad ogni nostro litigio, costringendoti a venirmi a cercare. Una volta fuori di casa, iniziavo a contare i vicoli che percorrevo. Tu arrivavi sgommando con la macchina al quinto vicolo. Cazzo come ridevamo dopo. E poi le notti con te, quelle non si possono descrivere, potrei causare un certo numero di crisi di coppie se raccontassi cos’è davvero fare l’amore. Ancora oggi non trovo una similitudine o una metafora da accostare senza rendermi conto che un sasso non potrà mai parlare ad una farfalla, sarà sempre e soltanto il suo appoggio.

Quanto abbiamo riso insieme, e le notti trascorse a parlare di filosofia? Le pareti russavano già da un pezzo quando dopo tanto Kant e Schopenhauer, per niente stanchi, correvamo a fare l’alba nel nostro letto.

Ma sapevamo fin dal principio che il futuro non era contemplato tra le opzioni del nostro destino.

Io, sicuramente, avevo una convinzione più romantica, forse perché troppo giovane, forse perché amo pensare al destino come ad un’energia capace di muovere cose e persone verso le destinazioni da loro desiderate, forse solo perché ero così presa dall’amore che mi era impossibile ascoltare la ragione. Tu mi parlavi di Monod e della “casualità” che necessariamente ci aveva mossi l’uno verso l’altra. Chissà chi aveva ragione e se ha senso domandarselo oggi, il fatto è che, non avevamo scelta dovevamo vivere sapendo che il domani era un “caso”, l’oggi una “necessità”.

E così ci siamo incamminati verso il mare anche quel giorno, con le mani intrecciate e i volti incoscienti come due ragazzi che hanno marinato la scuola.

Quando ripenso al solstizio mi piace immaginare che il nostro “arrivederci” sia stato pensato da un grande regista di film d’amore, con te che mi sfiori le labbra, che sleghi la tua dalla mia mano e ti avvii alla battigia senza voltarti, tuffandoti per sempre in quell’immenso blu che ci aveva unito. Io, invece, rimango piantata sulla sabbia, trattenendo il respiro nella speranza di vederti riaffiorare e urlare il mio nome per raggiungerti, come avevi fatto tante volte.

Ma quello era il giorno in cui non potevamo scegliere.

Così, tutti gli anni, il giorno dopo il solstizio d’estate, torno lì a guardare l’alba nascere e le onde intrecciarsi, e penso che non è vero, noi avevamo una scelta e la vedo così vera nel nostro amore che non muore quando si spegne il giorno più lungo dell’anno.



Pubblicato in LIBRICK SCELTI PER VOI

Commenti

  1. Ivana Mauro Post author

    Uno scrittore non desidera altro che vivere una storia in simbiosi col suo lettore. Se così è null’altro conta. Grazie ancora per la possibilità che Edizioni Open da a ciascuno di noi. Fare entrare le persone dentro la storia…. Grazie ?