Il valzer dei talenti

Serie: Genio sovraumano


– Sto molto male amore mio, non doveva succedere, nemmeno io posso credere che sia accaduto proprio a Sinisa.

– Tuo papà era invincibile davvero, ma questa guerra non risparmia nessuno.

Porse per l’ennesima volta il panno ricolmo di essenze medicinali verso il volto di Dejan e lo condusse lungo la sua fronte. Il ragazzo tracimava ancora di un sudore freddo che Nicaor nonostante l’impegno e la dedizione non era riuscito a contenere. Sembrava quasi che la negatività accumulata in quegli ultimi giorni, spurgasse dai pori della sua pelle sottoforma di sudore, come un fluido maligno che finalmente stava abbandonando il suo corpo.

Per la prima volta, dopo 48 ore Dejan si alzò dal letto e con un moto rotatorio del braccio fece per scrollarsi quella paglia che, nel favore dell’umidiccio appiccicoso della nottata, gli si era incollata addosso ricoprendogli da capo a piedi i vestiti. Un lezzo tremendo di sudore impastato col fieno, permeava tutto il capanno in un modo strano: un puzzo stantio, quasi atavico che mai e poi mai si poteva pensare esalasse da un corpo giovane e bello come quello di Dejan.

– Ora me ne devo andare però – sentenziò Dejan in modo perentorio.

– Non sono sicuro di Edin.

– Forse quei bastardi non l’hanno ammazzato.

– Lui non l’ho visto morire.

Nicaor sapeva bene che non avrebbe potuto mai frenare le iniziative di Dejan, ma sapeva anche, per quanto Sinisa gli aveva riferito nei giorni precedenti, che giù in città non era per niente sicuro avventurarsi, sia per le retate che gli scagnozzi di Valcik stavano ancora conducendo, sia per i cecchini piazzati a tradimento che dall’alto miravano anche i gatti. Inoltre non poteva permettere che accadesse qualcosa a Dejan, lo doveva a Sinisa e lo doveva alla loro amicizia, di cui ora non rimaneva che un dolce fremito di gioventù stampato negli occhi vispi di quel ragazzo.

– Fermati Dejan ora non puoi.

– Ti devi rimettere in forze e aspettare che la situazione giù in città si normalizzi un poco – disse.

– Devo andare ora – rispose Dejan in un sussulto di rabbia.

– Se c’è una sola possibilità di ritrovarlo vivo, c’è ora.

– E poi chi sei? Come ti permetti di dirmi cosa devo fare?

Dejan non era mai stato avvezzo ai suggerimenti altrui. Per quanto ne sapesse, l’aveva sempre pensata così: meglio sbagliare con la propria testa. Poi lo trovava troppo complicato: per seguire un consiglio bisogna sempre scomporre la mente, confutare la propria idea per far passare quella dell’altro, recepirla, impossessarsene e poi semmai agire. Insomma un processo troppo lento e laborioso per un tipo come lui a cui invece, piaceva agire d’impulso, sull’onda di quella verve che talvolta ti passa nelle vene come un saetta e bisogna saper cavalcare d’istinto.

In quel momento pensava che non ci fosse molto tempo da perdere. Suo fratello era giù in città da qualche parte, perso chissà dove e nelle mani di chissà chi e lui non poteva starsene tranquillo ad aspettare chissà cosa dovesse normalizzarsi.

Poi era giusto quello il momento di sfruttare il suo talento ed il suo talento era appunto nella gestione delle criticità. Era proprio in quei momenti, quando tutto sembra irrimediabilmente compromesso, che la sua abilità veniva fuori ed in quello era valente come un velocista sui 100 metri: fulmineo nello scatto, ma che non può performare al meglio nelle distanze lunghe della maratona. Così rispondeva a chi gli chiedeva cosa sapesse fare: so fare il meglio quando c’è da farlo in fretta, qualunque cosa sia.

Quando era bambino, Sinisa gli raccontava sempre la parabola dei talenti e di come il vecchio padrone avesse distribuito i talenti fra i suoi servi affinché li facessero fruttare; così è per l’uomo: deve far fruttare i suoi talenti, per quanto esigui. Ognuno deve averne almeno uno da tirar fuori al momento giusto, per quanto nascosto, per quanto sconosciuto: quel tipo di talento che non s’impara, quel tipo di talento che ti fa fare certe cose in modo talmente esatto, che nemmeno puoi concepire di esser stato proprio tu a farle. Basta trovarlo per farlo fruttare, ma ognuno ne ha uno. Quanto è irrimediabilmente vuota la vita di chi non sa riconoscere il suo vero talento fra la moltitudine delle proprie inclinazioni.

– Ora vado, faccio un giro in città e poi ritorno, non mi devi rompere i coglioni.

Dapprima, assecondando il suo istinto, Dejan si stava ricomponendo in tutta furia per imboccare l’uscita del capanno. Doveva ritrovare suo fratello o almeno sapere che fine gli fosse toccata, ma quella volta Nicaor non era stato d’accordo.

Nel corso del suo cammino di rinascita, Nicaor aveva intrapreso la via della mitezza; nella solitudine di quei luoghi si era reso conto di quanto convenisse essere in pace con il mondo circostante e come l’eccezione che conferma la regola, aveva vissuto in pace, ai margini di un efferato conflitto, senza curarsi mai troppo dei disastri cittadini.

Ma quella non era la sua guerra, non poteva essere la guerra di uno capitato lì per caso come per gli alieni a Rooswelt. La sua guerra l’aveva già fatta a casa sua, a Medellin e di quella guerra era stato un protagonista, scomodo nel mezzo tra incudine e martello: la sua patria, dura come il ferro da battere e Pablo sferzante come il tuono di Thor.

Aveva dunque preferito i silenzi di una vita passiva ai clamori di una attiva e con ciò aveva aperto il suo cuore per ricevere in dono Dio nella sua espressione autentica, quella della natura che Esso ricolma in ogni sua manifestazione.

Ma Nicaor non era stato sempre così, non era stato sempre un mite. Una volta era stato un demonio, era stato un demonio quando aveva scelto di essere più ricco fra i ricchi e lo era stato quando a Ysenia, il suo amore di sempre, aveva preferito quel potere evanescente che zampilla dallo sterco del diavolo: il denaro.

Vide Nicaor sobbalzare e pararsi d’improvviso sullo stipite della porticciola, quasi a serrarla, come fanno le guardie svizzere che reclinano gli spadoni sulla porta Santa a chiudere l’anno giubilare: era con il corpo che voleva impedirgli di passare. Nicaor era un mite adesso, tuttavia aveva intuito che in quel momento il ragazzo non avrebbe compreso il linguaggio conciliante delle parole, quanto piuttosto il linguaggio rude del corpo e dunque pose il suo corpo come un rifiuto: da qui non si passa.

Quello che effettivamente Dejan aveva capito vedendolo sull’uscio della porta era ciò che Nicaor voleva comunicargli e non oppose alcuna resistenza. Non era quello il momento dell’azione. Serviva di più riflettere, semmai elaborare un piano e serviva soprattutto riposare la mente, depurandola per quanto possibile, delle infamità che l’avevano ingolfata nell’ultimo periodo. Fece quindi il grande sforzo di seguire un suggerimento e per quella volta si ritirò in buon ordine.

Dejan era ancora poco più che un bambino e nello sguardo severo di quell’uomo, nella sua risoluta fisicità, aveva riconosciuto per un attimo l’autorità del padre. Da quel momento l’avrebbe ascoltato parlare.

Serie: Genio sovraumano


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