Io andavo

Serie: A piedi controcorrente - Cronache semiserie di un fuggitivo pandemico -


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Dopo la telefonata di Marco, Daniele ripercorre mentalmente le tappe del viaggio e si accorge di essersi spinto molto più lontano del previsto. Guardando la mappa, ritrova una direzione e decide di rimettersi in cammino verso Marina di Massa.

Marco. Che personaggio. L’ho conosciuto quando avevo, che so, dodici o tredici anni. Alto, moro, snello, con delle braccia che, se stese, arrivavano quasi fin sotto le ginocchia. Quella sproporzione mi aveva sempre colpito e non capivo come potesse piacere così tanto alle ragazze. Sarà stata la cresta altissima, oppure il fatto che venisse da Firenze, a dargli quel fascino da bad boy che, soprattutto a quell’età, le faceva impazzire.

Crescendo, la cosa ha smesso di stupirmi. Anch’io, pur essendo completamente diverso da lui, avevo imparato a sfruttare quello che avevo.

Ai tempi ero basso. Va bene, lo sono ancora, ma qualche centimetro l’ho recuperato. Avevo i capelli ricci e sul rossiccio. O, per essere precisi, castano scuro tendente al rosso, con riflessi ramati. Me lo disse una parrucchiera per cui lavorai tre mesi e, in effetti, non c’è confronto con il semplice “rossiccio”. Ha molto più carattere.

Più avanti imparai a sfruttarlo.

«Hai un colore di capelli particolare.»

E io partivo con quell’incrocio di parole e colori che credo le destabilizzasse più che colpirle. Ma a volte funzionava.

Per il resto: occhiali e aria da bravo ragazzo.

Il pomeriggio in cui ci conoscemmo ero al Bar Olimpia, tipico locale di paese con due anziani fuori a giudicare il mondo, due persone al bancone a parlare con Guido, il barista, senza ordinare niente e altre tre alle macchinette a sperare di recuperare ciò che avevano perso. Io e Rino, con due Estathé in mano, parlavamo di carte dei Pokémon e delle tette enormi della Vale quando vedemmo passare alcune ragazze arrivate per il gemellaggio con una cittadina della Bielorussia.

Erano bellissime. Fermai Rino con una mano.

«Va bene, le tette della Vale sono assurde, ma andiamo a dire qualcosa alle bielorusse?»

«E cosa gli diciamo?»

«Magari gli facciamo vedere una foto della Vale e chiediamo di farci vedere le loro.»

Mentre deliravamo su come muoverci, vidi arrivare Marco e i suoi due fidi, Luca e Leonardo.

Luca era alto, grosso e con un cappellino della Lonsdale. Sembrava un bisonte con la faccia a pizza margherita. Leonardo, il più basso dei tre, aveva i capelli lunghi legati e sembrava un cavallo rifiutato dalla madre al momento del parto.

Si disposero in posizione da riunione strategica: Marco al centro, Luca sul marciapiede e Leonardo con una gamba in strada. Dopo pochi secondi Marco indicò le ragazze e gli altri eseguirono. Tirarono fuori due bombolette di schiuma bianca, quelle che a Carnevale andavano tantissimo, e cominciarono a spruzzarle.

«È la nostra occasione, Rino.»

Lui sputò un po’ di Estathé.

«Che cosa vorresti fare?»

«Le difendiamo e vedrai che dopo succede qualcosa.»

«Lo so io cosa succede: ne prendiamo di santa ragione.»

Mi avvicinai e gli spiegai il piano.

«Tu vai verso la piazza. Quando sei abbastanza lontano, gli dici qualcosa. Appena si girano, io gli levo le bombolette.»

«E poi?»

«E poi boh, ma intanto andiamo.»

Lo presi per un braccio e lo feci alzare. Uscì dal bar borbottando e sparì sulla destra. Poco dopo lo sentii urlare:

«Pezzi di merda! Vi piace prendere in giro le ragazze, eh?»

Il trio si voltò. Nel frattempo ero già alle loro spalle e riuscii a strappare la bomboletta dalle mani di Luca.

Mi girai verso le ragazze.

«Go! Go!»

Loro scapparono. Io rimasi fermo qualche secondo, fiero del mio gesto, finché non sentii:

«Adesso sei finito.»

Non mi voltai nemmeno. Mi ricordai di essere piccolo e veloce e feci istintivamente uso delle mie doti.

Mentre correvo pensavo che, in qualche modo, il piano fosse riuscito. Certo, la ricompensa non c’era stata, a parte lo sguardo stranito delle ragazze. Poteva significare qualsiasi cosa, ma per me era come se avessero detto: «Oh, prode cavaliere, ci hai salvate. Ora ti mostreremo le tette senza alcun indugio.»

«Se ti prendo ti ammazzo!»

Era Luca che mi inseguiva a non so quanti metri di distanza, mentre cercava di rimettersi una scarpa. Rallentai, sempre più convinto di avercela fatta.

Io andavo.

Luca ormai non si vedeva più, casa mia era vicina e, nella mia testa, anche le tette delle ragazze lo erano. Poi qualcuno mi afferrò e mi sollevò come un sacco di patate.

Era Leonardo. Marco mi aspettava davanti a lui.

«E adesso dove vai?»

Capii che forse avrei dovuto valutare meglio quell’«E poi?» di Rino.

«Che cosa dovrei farti ora?» mi chiese Marco.

«Facciamolo bianco», disse Leonardo.

«Dovremmo, Leo. Ma guarda.»

Indicò Luca, appena arrivato, con il fiatone e una scarpa ancora in mano.

«Ci hai rotto il cazzo e hai fatto penare Luca», continuò Marco, avvicinandosi al mio viso. «Ma non hai calcolato bene di chi potevi fidarti. Il tuo Rino ci ha detto dove abiti. E io ti sembro Luca?»

Non risposi.

«Leo, mettilo giù.»

Leonardo mi lasciò andare. Rimasi fermo, in attesa del giudizio.

«Non so cosa volessi fare», disse Marco. «Ma hai il mio rispetto. Vai a casa e, se ti va, domani ci vediamo alle scalinate.»

Fece un sorriso.

«Magari ci inventiamo qualcosa insieme.»

Erano passati anni da quel pomeriggio. E chilometri.

Avevo scavato così a fondo nei ricordi da perdere completamente la cognizione del tempo e dello spazio. Quando alzai lo sguardo, vidi che la strada sbucava su un incrocio. All’angolo c’era un cartello.

«Cazzo, non mi dire che ci sono», pensai.

Mi misi a correre e, una volta raggiunto il cartello, rimasi lì a guardarlo.

Marina di Massa.

Sorrisi. Mi voltai e quasi mi dispiacque di non vedere la sagoma di Marco alle mie spalle, pronta a dirmi:

«Vai, ora lo sai. Ci si vede domani.»

Diedi un ultimo sguardo al cartello e ripresi il cammino con un’aria nuova. Sarà stata quella di mare, che sentivo sempre più vicina, ma i passi sull’asfalto sembravano finalmente sincronizzati con il respiro e con il fruscio della pineta.

Continua...

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Discussioni

  1. Ciao Daniele. Mi piace il ricordo di quella amicizia nata da un possibile scontro e continuata nel tempo, quasi a significare che, a volte, le cose improbabili mettono radici inaspettate. A presto!