La Fine

Serie: Nadiya


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Il dolore piegato e mal celato, come riposto in una sudicia tasca, dovrà essere svelato e raccontato, indagato in ogni suo strisciante movimento. Immergi la tua anima nel racconto e scopri il vero volto della sofferenza

C’è un verde prato. Un ragazzo. Ha gli occhi azzurri come lapislazzuli sbriciolati, i capelli marroni come le criniere degli equini, animali che danzano attorno a lui, la pelle scura, come abbronzata da un sole autunnale.

Guarda me. Guarda dentro il mio corpo spoglio di emozioni e sentimenti, guarda i miei sfoghi, ne osserva le fasi e le innumerevoli sfaccettature, contempla il mio sguardo come un nobile veneziano ammira il suo gioiello più prezioso, ammira la mia rabbia violenta e ne capisce la pacatezza, legge le risposte che ho dato senza scendere a volgare linguaggio, legge le mie mani languide e nude, sente l’odore del mio corpo vestito di apparenza e nudo di sincerità, ne percepisce i profumi, le imperfezioni, e vede in ciò la bellezza.

Esausto e piegato dal dolore tanto da apparire gonfio dove si trova l’addome mi chiedo perché sono giunto dove tutto è pace in apparenza. Così come un padre culla il figlio nato nel sangue caldo della madre, le sue labbra si posano sulle mie guance tagliate dal dolore e dal mare, non porto gli occhiali e vedo, vedo la sua pelle iridata sfiorare la mia, sento il suo freddo calore inondare il mio corpo, noto tutte le sue perfezioni, noto il suo taglio lungo la schiena, sento le sue lacrime ticchettare sulle primule, piango con lui. Senza lacrime. Come una nuvola senza pioggia che si posa su di una dolce collina in inverno, grigia e triste nell’apparenza, felice di essere coccolata nella virtù.

Capisco. Solo.

Solo come il ragazzo. Questa è sofferenza. I nostri corpi sono cosparsi di cenere, non c’è violenza né conflitto, siamo materia più pura del mondo e marcia al medesimo momento, vento di fiamme alimentate dal vento stesso che bruciano uomini e donne di ogni casta e forza, sospiri esalati da soldati periti nel Grande conflitto che è la solitudine. Un singolo istante devastante come un battito di ali di gabbiano che vola verso la bella stagione, lontano da pioggia e lacrime. Siamo soli.

Sono solo.

Non c’è ragazzo, solo una stanza buia con una voce che sussurra nei miei timpani, come una voce calda ma robotica, quasi senza anima e volto, lo specchio mostra il mio corpo nudo e ferito, è buio ma premo i miei fragili tagli e mi sollevo all’idea di essere alla fine del mio viaggio anche se l’inquietudine di esserne solo all’inizio aleggia come il sole la mattina presto in luglio. Il coraggio mi è mancato, ma il buio è sconfitto quando bambino e mi immergo nel mio riflesso. Solo. Come un docile lamento nel vento. Solo. Come la nuvola nel deserto della mia fragile anima. Solo. Questo è il destino tormentato di gioia. Le gambe non tremano più, le spalle sono ormai forti e mai più ricurve, i miei polmoni sono sospinti da una nuova linfa. Una voce femminile si palesa. Una giovane donna, cresciuta in una Terra che i suoi capelli raccontano, scruta la mia storia con dolcezza. I suoi docili occhi neri coccolano il mio stomaco con tepore dolce come il miele. Le sue braccia si legano alle mie come forti nodi ormeggiano languidi la sera nel porto del cielo costellato di amori e di poesie. Ferma con quelle tue mani dissi, mentre mi stringeva a sé sentivo una sensazione nuova, come un maratoneta che ingoia il sangue giunto al traguardo, i suoi occhi mi sorridevano pur essendo sgranati e profondi come gli abissi. Avvolge i suoi scuri capelli nel cielo, raccogliendo ogni stella lucente per riscaldare il mio corpo nudo aggrovigliato al suo. Completamente assuefatto dal suo profumo i miei occhi spenti specchiati nei suoi prendono colore e vita con la stessa violenza con cui si uccidono animali pericolosi o presunti tali. «Aida, non temere, i colori sono nient’altro che desideri nella mente dell’uomo, colora il passato a tuo modo, ma lascia che il futuro sia scolpito nella pietra con pietre colorate di azzurro e verde, lascia il dipinto rovinato all’ingresso, entra con me dove nessuno ha mai nemmeno visto, sii libero di divenire come divengono i fiori nella libera primavera di maggio, canta con me della brezza e della lana calda, della pioggia che picchietta sulla luce della calda lampada che irradia il tuo coraggio, canta d’Egitto e dei nugoli, libera il tuo fiato dal corpo e il corpo dal tuo fiato, volta con me». Timorato e succube della sua forza prendo la mano dorata per spiccare il volo con lei. Sorvoliamo una linea ocra tratteggiata come pastelli di bambini dove tutto è stato e sarà. La mia nascita, la mia infanzia, le mie avventure e i miei sorrisi, le montagne innevate e quelle asciutte ciottolate, il mare calmo d’inverno e il lago dove ho paura di lavarmi anche solo le mani mentre altri si gettano nudi dentro esso. Vedo il mare scrutare le nuvole bianche e gli aeroplani in una giornata serena, passo vicino ad uno di essi ed ecco il tramonto ramato che dilaga lentamente in ogni dove, scorgo dietro ai cinque centimetri trasparenti che separano la vita dalla morte persone vestite di abiti larghi, lunghi, e colorati con forme rosse scure sopra ricami blu chiaro, scarpe nere come la pelle e danzanti canzoni sparpagliate qua e là nell’attesa del ritorno mai sperato, mai sognato, giunto.

Questo è il mio sogno dissi. «Questi monti così immensi da sembrare antichi Dei sono in realtà così fragili, così sensibili nonostante il cuore duro e la freddezza che trattengono, come si può cadere come cadono quando scossi da violente forze Interoceaniche?».

«Guarda dentro di te Aida, il guaio giunge dal profondo, solamente non c’è nessuno che li solleva da Terra perché nessuno ha la forza e la volontà di poter sollevare un tale peso». Sollevò quindi la Terra e ascese al cielo ed io con lei fui trascinato in un turbinio di forza che non più spaventava il mio pensiero bensì lo rallegrava, sentendomi così sollevato corsi incontro alla donna, più dettagli scorgevo del suo volto meno alte aleggiavano le pietre, così capii. Capii che l’oro non poteva ripagare il dolore né la sofferenza, il successo può nascondere la verità agli stolti ma essa trasuda dalla fronte dei pazzi e degli eroi, il vero significato di essere soli è questo. Soli al mio sinistro fianco. Solo come Dio che generò la vita sofferente di tristezza e solitudine per addolcire l’essenza infinita ed ineluttabile. Il pensiero è infinito, l’essere è infinito e come tale l’ancora curante non può essere che l’io dentro ognuno di noi, amplificare la solitudine per guarire il dolore, accogliere la morte ed il dolore per renderlo vita e gioia. «Solo» dissi alla donna. «Accogli la vita Aida, suona la dolce melodia della solitudine, finisci il tuo cantico e sarai libero di scelta». «Felice» dissi alla donna, e prima di ultimare il mio, fu lei a tacere il silenzio, utilizzando una tanto semplice quanto inesplorata parola «Solo».

Così nacqui.

Serie: Nadiya


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