
La lotteria
Partecipare all’evento a cui ero stato inviato dal mio amico e collega di studi Samuel Oldburg, fu qualcosa che accettai di buon grado, considerandomi estremamente fortunato per aver ricevuto un tale segno di stima.
Samuel mi disse che anche per lui quella sarebbe stata la prima volta e che la lotteria era un evento molto importante per la sua comunità.
Osservavo il paesaggio collinare scorrere velocemente dall’interno della carrozza del treno, durante il nostro viaggio e ascoltavo con piacere le storie del mio amico sul piccolo villaggio dove viveva la sua gente. Grandi lavoratori, in sintonia con la natura, credevano che le preghiere e il sudore della fronte fossero gli unici ingredienti della ricetta di una vita onesta.
Quando arrivammo nella piccola stazione di Marple Hill una grossa automobile nera ci attendeva accostata al marciapiede, con al volante il padre di Samuel, Zackary Oldburg. Era il pastore della loro comunità, come ebbe modo di spiegarmi mentre guidava verso il modesto agglomerato di case che si ergeva su una collina, appena fuori la cittadina. “Noi viviamo dei frutti della terra, secondo gli insegnamenti dei nostri antenati.” Proseguì il signor Oldburg.
Il tragitto in macchina fu piacevole, tuttavia in qualche occasione notai gli sguardi vagamente accigliati degli abitanti di Marple Hill, al passare della nostra auto. Ad ogni modo, non me ne curai più di tanto e quando finalmente giungemmo al villaggio fummo accompagnati nel nostro alloggio, un cottage più che modesto e che emanava un dolce aroma di legno e di miele.
Dopo aver sistemato i bagagli ci condussero in una grande sala piena di persone già sedute attorno a dei lunghi tavoli. Quella, come mi spiegò Samuel, era la sala dell’Assemblea, dove la comunità ascoltava i sermoni di suo padre e dove si svolgevano le riunioni e le votazioni.
Dapprima tutta l’attenzione fu catturata dal nostro ingresso, ma poi, riconoscendo nel volto di uno di noi due, gli occhi di Samuel Oldburg, figlio del pastore, le persone sorrisero garbatamente e tornarono a badare ai propri affari. Il signor Oldburg, invece, entrò da un ingresso sul retro e salì su un piccolo palco con al centro un tavolino dove poggiava un contenitore rotondo in legno d’ebano e una leva che ne consentiva la rotazione. Al suo interno, parzialmente celate da una graticola, si intravedevano delle sfere nere con dei piccoli simboli bianchi incisi sopra.
“Quelli sono i numeri della lotteria.” Mi sussurrò all’orecchio Samuel.
Avevamo preso posto su due sedie alle spalle della platea e mentre il pastore Oldburg era intento a fare un discorso introduttivo, osservai i presenti che pendevano dalle sue labbra. Non badai molto a ciò che diceva, distratto dalla mia curiosità, per cui mi giunse solo qualche parola come buon auspicio e usanze da mantenere ad ogni costo, ma come ho detto ero più interessato ad osservare i villici dalla mia posizione di spettatore privilegiato. Vidi il padre di Samuel infine prendere una pergamena e iniziare a svolgerla, fino ad aprirla nella sua intera lunghezza.
“Famiglia Trelawny, prego.” Iniziò ad enunciare.
Subito dopo, vidi una signora ed un signore alzarsi e dirigersi verso il pastore, seguiti da tre bambini. Arrivati davanti al pallottoliere, la donna afferrò la maniglia e iniziò a girare la ruota. Dopo tre giri si fermò e l’uomo estrasse una sfera, seguito nei gesti dalla donna e dai bambini.
“Famiglia O’Brien.”
Stessa scena.
E poi ancora, “Signore e Signora Dunbar.”
Mano a mano, tutti i presenti si alzarono e andarono a scegliere la propria sfera.
Il pastore a quel punto richiuse la graticola della ruota di legno e disse: “Bene ora vi pregherei di aprire le sfere e di tornare da me in maniera ordinata, come sempre.”
A quel punto i partecipanti iniziarono a trafficare con le loro sfere per controllare il foglietto contenuto all’interno. Dall’apprensione, in più di uno sguardo, al momento dell’apertura e dal successivo rilassamento una volta controllato il contenuto, si intuiva la sacralità che l’evento rappresentava per quelle persone.
Gradualmente le persone si alzarono, mettendosi in fila e ogni contenuto venne controllato scrupolosamente da Zachary Oldburg.
Il pastore improvvisamente alzò in alto uno dei foglietti, esclamando: “Gente, il nostro vincitore! Il signor Billingham!” E tutti applaudirono in direzione di un’uomo dalla barba brizzolata e i riccioli ormai radi sulla nuca, rimasto in silenzio davanti al pastore.
“Invito ora vi invito tutti ad uscire e a dirigersi nel punto di raccolta, per i festeggiamenti.”
I presenti si alzarono parlottando fra di loro e a quel punto Samuel mi diede un colpetto con il gomito, facendomi capire che dovevamo fare lo stesso. Così anche noi uscimmo, accompagnati dal brusio dei paesani e sotto lo sguardo benevolo di suo padre. Ricordo che mi voltai e scorsi fugacemente il pastore che si avvicinava al signor Billingham, rimasto seduto al proprio posto. Ma poi Samuel mi cinse un braccio e mi trovai rapidamente fuori.
“Cosa ci attende adesso?” Domandai a Samuel, mentre discendevamo per un dolce pendio, circondati da alti cipressi e con il profilo delle montagne che si stagliavano in lontananza. “Ora mangiamo, beviamo e festeggiamo! Dai affrettiamoci!” Rispose il mio amico estatico, accelerando il passo.
Ci radunammo tutti intorno ad un fuoco con almeno venti tavole imbandite di cibo e vino. Si scherzava e si rideva in un’atmosfera davvero piacevole.
Poi qualcuno sollevò una mano verso l’alto, indicando il crinale di un promontorio sopra di noi.
Tutti iniziarono lentamente a guardare in quella direzione.
C’erano alcune persone lassù, tre per la precisione, due di loro erano di alta statura e tenevano sulle spalle un grande sacco che pareva decisamente pesante. Dal mio punto di osservazione, sebbene non potevo esserne certo, mi sembrò che la terza persona fosse proprio il pastore Oldburg.
I presenti al banchetto si inginocchiarono con le mani giunte in preghiera e i volti estasiati.
Il pastore allora, allargò le braccia e pronunciò delle parole incomprensibili, verso i numi che si addensavano nel cielo serale e immediatamente i due uomini gettarono il grosso sacco giù per il crinale.
Si udì un grande tonfo sordo, come di qualcosa di pesante che si dilaniava a seguito dell’impatto tremendo. Le persone esultarono con grida di giubilo e subito tutti corsero verso il sacco afflosciatosi sul terreno.
Samuel, in preda all’entusiasmo, mi spronò a seguirlo a mia volta per osservare la tradizione da ospite cortese quale ero stato fino a quel momento.
Quando mi avvicinai, il sacco era stato già aperto e tutti s’affannavano a infilare le mani all’interno per prendere una parte del contenuto.
Avvenne tutto molto in fretta e non mi resi conto immediatamente di cosa stesse accadendo.
Vedevo le persone cospargersi la fronte con quello che avevano estratto dal grosso sacco.
Qualcosa di scuro e grumoso.
Quando fu il mio turno, sollevai un lembo di quel sacco e vidi all’interno una poltiglia di resti umani, evidentemente fracassati dalla caduta.
E gli occhi penzolanti del signor Billingham, il vincitore della lotteria, che mi fissavano.
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Brutale, non trovo altro termine per definire questo librick. Perfetto esempio di come, secondo me, il fanatismo rovina anche una cosa semplice. Da domani inizio le serie che hai scritto, non vedo l’ora! Grazie per questi racconti Daniele, è un piacere seguirti
Un bel racconto, che riesce a tenere sulle spine fino al colpo di scena finale.
In effetti, ha qualcosa di quei vecchi film americani ambientati in queste comunità chiuse e isolate dal mondo e che fungono perfettamente da sfondo a racconti horror come questo.
Grazie mille Giuseppe! Felice che ti sia piaciuto!
Urca!
ciao Kenji, grazie mille del tuo apprezzamento 🙂
Fin dall’inizio mi sono sentita immersa in una inquietudine rappresentata principalmente da quegli occhi tra il diffidente e l’estatico dei ‘villici’ a contrasto con un paesaggio quasi bucolico. Mi hai ricordato certi buoni film americani ambientati in queste comunità radicate nelle proprie abitudini e fedi. Il finale colpisce anche se mi sarebbe piaciuto che tu lo enfatizzassi maggiormente. Però questo è solamente il desiderio di un lettore.
ciao Cristiana, grazie mille! Il film Midsommar mi ha colpito tantissimo e spaventato a morte, stavo pensando di realizzarne una serie perchè poi immagino che per il protagonista non ci sia la possibilità di andarsene via. Grazie del passaggio 🙂
Quel film ha terrorizzato anche me e poi c’è The Village con Bryce Dallas Howard che devi assolutamente guardare. Ma ce ne sono molti altri. Gli Americani lo sanno dove stanno le radici del male della loro società. Lo sanno benissimo.
Mi sbaglio o è ispirato a “La lotteria” di Shirley Jackson?
Uno dei miei racconti preferiti 🙂
“Abbiamo sempre vissuto nel castello” il mio
Interessante vincita! Se penso che uno dei miei migliori amici si è ucciso per non aver vinto alla lotteria.
ciao Giulio, grazie del passaggio anche se provo tanto dispiacere per quello che mi hai detto.