La morte innamorata 

È successo, in un tempo lontano, che mi innamorai.

Era un sentimento a me ignoto, lontano da ogni fibra più profonda del mio essere, io ed il mondo intero non andiamo mai d’accordo, tutti mi odiano, tutti mi disprezzano, e a me sta bene così.

Eppure lui entrò nella mia mente, nei miei sogni impossibili, nelle profondità più remote del mio animo. Era l’esatto opposto di me, era bello, roseo, forte, vitale…E vivo. Sembrava brillare di luce propria, anche se l’intero suo villaggio non lo considerava un bell’uomo, per me era tutto.

Mi struggeva il cuore andare in quel posto, vederlo farsi una vita, lavorare, amare. Soprattutto amare. Sentivo una forza opposta a me, così forte, così maligna che temevo che da un momento all’altro potessi fare qualcosa che mi avrebbe fatta pentire per sempre, come allontanargli quella donna, quella maledetta donna, anche lei così vivace, così vitale, così viva…ne avrebbe sofferto, sarebbe stata colpa mia, non potevo tollerarlo.

E no, so cosa state pensando, non potevo corteggiarlo, non potevo cercare di farlo mio, sarebbe stata la sua fine.

Eravamo profondamente diversi, non poteva vedermi, non poteva toccarmi.

Ma io potevo ascoltarlo, oh sì, quante ore della mia eternità ho speso nell’ascoltare le sue parole, i suoi racconti in mezzo al fuoco, le parole d’amore dedicate alla sua compagna.

Erano parole così belle, così dolci, così reali da farmi scendere una lacrima ogni volta che toccavano le corde di un cuore che non pensavo di avere mai avuto prima di lui.

Ero diversa, mi sentivo diversa. Ma non potevo esserlo come avrei voluto. Non potevo sussurrargli ciò che provavo per lui, non potevo mostrarmi, non potevo nemmeno sfiorarlo e non potevo cambiare il suo destino.

Ma dovetti farlo un giorno. Dovetti leggere il suo nome sulla mia pergamena, dovetti andare da lui, guardarlo in faccia, porgergli la mia mano bianca.

Solo in quell’istante, finalmente, potei parlargli, porgli la mia domanda. “Cosa vedi, uomo?” I suoi occhi erano cerulei e mi guardavano, chissà cosa cercavano di scorgere sotto al mio cappuccio.

“Te.”

Mi prese la mano saldamente, con sicurezza, mi chiesi se potesse scorgere nel buio anche le mie lacrime e sperai di no, perché all’improvviso ritenni che quella debolezza non fosse degna di me, che le ore passate ad ascoltare quell’uomo fossero state inutili, uno struggimento assurdo per qualcuno che esisteva ancor meno di quanto esistessi io.

Non avendo mai provato nulla del genere, avevo scambiato lui per l’amore, e per quanto ne avevo sofferto, sperai, sperai fortemente di non provarlo mai più.

Era rimasto solo disgusto.

E quello era un sentimento che conoscevo, qualcosa che davvero apprezzavo.

Finché un giorno non capì che le mie speranze erano vuote, di nuovo, di non poter sfuggire dall’amore, sebbene tanto ripugnante, di non poter scappare per sempre, rintanata nell’oblio e nella tenerezza delle tenebre.

Era una foresta, fitta, come quelle che piacciono a me, oscura per certi versi, brillante per altri. Gli uccellini cantavano, le serpi strisciavano, piccoli rapidi passi guizzavano tra gli arbusti.

Poi un orso dall’aria impaurita mi tagliò la strada, tenendo in bocca per la collottola un orsetto, molto piccolo.

Mi chiesi da cosa stesse scappando e andai nella direzione da cui proveniva. L’odore acre del sangue mi pervase le narici, e la vista quasi mi accecò.

Ero abituata alla violenza, la violenza regna questo mondo come nient’altro, così perversa, oscena, disgustosa.

Riverso sul suo stesso sangue, c’era un piccolo corpo, una mano sul petto squarciato, il torace che si muoveva rapido in quelli che probabilmente sarebbero stati i suoi ultimi respiri. La parte destra del volto era tumefatta da tagli profondi, l’occhio, ancora presente, era bianco, completamente.

Nonostante le sue terribili condizioni, il ragazzino mi sorrise. “Cos’hai combinato, bambino?” Gli chiesi con severità. Lui aprì le sottili labbra annaspando prima di riuscire a parlare.

“Volevo addestrare un orso…Ed è arrivata sua madre.”

Piccolo stupido, eppure non avevo il suo nome nella mia pergamena, doveva dunque sopravvivere a tale pena?

Lui sorrise di più quando mi chinai ad osservarlo. “Sei bellissima.” Lo guardai stupita, facendo un grave errore. Appoggiai la mia mano sul suo volto, doveva essere la fine. E già sentivo la disperazione farsi spazio dentro di me, in quel cuore che avevo rinnegato.

Ma non successe nulla, lui appoggiò la sua mano sulla mia continuando a sorridere. “Sei venuta a salvarmi?”

Quel ragazzino poteva toccarmi, poteva vedermi. Quel ragazzino era sinceramente felice di trovarsi con me.

Lo sollevai piano stringendolo, prendendomi il suo dolore, le sue ferite, asciugando il suo sangue con il mio mantello.

Era quello l’amore?

Essere la speranza del futuro di qualcuno? Sentire il dolore di qualcun altro come fosse il proprio, asciugare le lacrime, curare le ferite? Avere una piccola vita che dipendeva dalla tua, ed una grande vita che dipendeva dalla sua?

L’amore è sapere che un giorno quel bambino crescerà e si allontanerà da te, che forse un giorno inizierai a non riconoscerlo ma continuerai comunque a sostenerlo nei suoi passi, passi che diventeranno una corsa, una corsa per il futuro, una corsa che lo allontanerà definitivamente, tenendo però saldamente tra le dita quel filo che vi unirà per sempre.

Sì, doveva essere questo l’amore, quello che aveva sentito anche quell’orso vedendo il suo cucciolo minacciato, quello che sentivo io, mentre la stretta del bambino in quell’abbraccio si faceva più salda, mentre le sue lacrime di gioia permeavano nel tessuto spesso del mio mantello fino a sentirle fin dentro le ossa. 

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Discussioni

  1. Bellissimo racconto. Nelle atmosfere, mi ha ricordato un po’ la Death della serie a fumetti “Sandman” di Neil Gaiman… Complimenti, davvero brava!

  2. Una rappresentazione della morte interessante, diversa da quella con la falce che siamo abituati a vedere. Più che una figura cupa, qui appare dotata di qualche sentimento e per questo poco capace di compiere “il suo mestiere”.
    Nel finale c’è un po’ di confusione, non sappiamo se la persona aggredita dall’orso sia un bambino o un ragazzino (vengono usati entrambe le definizioni seppur diverse).
    C’è da chiedersi come si svilupperà il proseguo della storia e quali saranno i risvolti dopo la conoscenza dell’amore. Infatti, l’episodio raccontato si svolge in un “tempo lontano”, quindi sembra mancare proprio uno sviluppo della storia nel “tempo presente”.
    Qui, ad esempio, la protagonista a chi si rivolge?
    “E no, so cosa state pensando…”.
    Alla prossima.

    1. A me piace molto “rompere” la quarta parete durante la narrazione.
      Grazie per il commento!

  3. Leggendo il tuo racconto all’inizio sentivo un peso al petto.
    Il tuo testo mi ha fatto provare prima pesantezza e successivamente leggerezza nel leggere il significato che hai dato all’amore, complimenti!

  4. Una semplicità di stile narrativa in cui, molto intelligentemente, rileghi invece una storia complessa e strutturata, complimenti per la costruzione emotiva che si delinea dal tuo racconto!

    1. Grazie mille! Sono felice che la mia storia le sia piaciuta!

  5. Racconto stupendo! Hai illustrato magnificamente lo struggimento di una creatura che nulla ha a che spartire con la vita, eppure ne è affascinata e prova emozioni come tutti. L’incontro con il bambino è dolcissimo e fa ben comprendere che esistono molti tipi di amore.
    Bellissimo!