LA PRIGIONE AI PIEDI DEL MONTE

Serie: LA VALLE DELLE LACRIME


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Cleros e Gregorio percorrono la strada diretta al carcere di Monte Perto, mentre contemporaneamente una figura incappucciata è impegnata nella ricerca di un oggetto lungo il valico dell'alba.

CARCERE DI MONTE PERTO

Agli occhi di Gregorio, da una certa lontananza, la facciata della struttura appariva imponente, illuminata com’era da fari accecanti e varie altre luci. In passato l’aveva vista soltanto un paio di volte, di sfuggita, prestandole poca attenzione. Suo padre, per spaventarlo da piccolo, minacciava sempre di abbandonarlo in quel luogo, prima di adoperare le maniere pesanti.

Il carcere era stato edificato su di un pianoro ai piedi del Monte Perto, nei pressi di un vecchio sentiero montuoso utilizzato anticamente dai contrabbandieri poiché, la fitta vegetazione lì presente, era in grado di celarne l’esistenza. Dalla valle, infatti, si scorgeva poco o nulla di esso.

Intorno all’edificio era stato realizzato un parcheggio per le auto, in modo tale da permettere al direttore e ai vari poliziotti di poter posteggiare le proprie vetture tranquillamente. Cleros e Gregorio, dopo aver parcheggiato l’automobile del primo, raggiunsero il carcere percorrendo un breve tratto di strada a piedi. Di fronte all’enorme portone in legno massiccio dell’entrata, i due si bloccarono: Gregorio iniziò a tremare e a respirare affannosamente, poi chiuse per un attimo gli occhi; il suo fidato amico, invece, dopo averlo osservato attentamente e avergli posto una mano sulla spalla, citofonò. Dall’altra parte, dopo pochi secondi di attesa, rispose una voce vibrante. 

«Sì? Chi parla?»

«Buonasera» disse Cleros «sono l’agente di polizia Estella, della caserma Carpar. Necessito di parlare col direttore.»

«Per quale motivo?»

Il poliziotto non rispose. Si voltò leggermente verso Gregorio guardandolo di sbieco, poi sospirò, ritornando a fissare l’interfono, l’animo inquieto. Entrare in quel lugubre posto lo angustiava non poco, considerando anche che lo dovesse fare insieme ad un suo amico. «All’interno dell’edificio recentemente è giunto il cadavere di un bambino» aggiunse. «Me lo conferma?»

«Sì, è arrivato stamattina. Una vera tragedia…»

«Qui con me c’è un suo familiare…» ribatté subitamente con voce supplichevole. Lo pregava, in tal modo, di dimostrare un po’ di pietà verso Gregorio. «Desidera vederlo.»

«Attenda un attimo.» Detto questo, la voce dall’altro capo riattaccò.

Aspettarono alcuni minuti prima di veder spuntare un robusto signore con la barba ispida, alto poco più di loro, e capace di incutere terrore a chiunque lo guardasse.

L’uomo, appena varcata l’uscita, fece un cenno di saluto col capo ai due, disegnando contemporaneamente un lieve sorriso con le labbra. Chiuse il grande portone alle sue spalle, poi riprese a parlare da dove aveva interrotto la conversazione: «Mi stava dicendo agente?» chiese, riaprendo la conversazione.

«Qui con me c’è un familiare del bambino. Desidera vederlo» replicò Cleros, indicando Gregorio. Quest’ultimo osservava l’intera scena in silenzio, con le mani rigorosamente in tasca per difenderle dal freddo pungente del posto e un palese turbamento dipinto in faccia. Era pronto a ribattere a qualunque diniego dell’uomo.

Il suo Enea aveva trascorso le ultime ore di vita senza di lui, e dopo essere stato barbaramente ucciso, il suo corpo era rimasto riverso nel fango per ore. Non poteva far altro che biasimarsi per tutto ciò. Rabbrividiva al solo pensiero di aver ”lasciato” il suo corpicino, durante tutta la notte, alla mercé degli animali selvaggi, e deprecava ancor più il suo comportamento pensando al suo bambino in balia di un mostro, mentre lui, ignaro, era a casa.

«Mi dispiace, ma non è possibile. Nessuno può entrare all’interno del carcere senza aver ricevuto i dovuti permessi direttamente da un’autorità giudiziaria. Lei sa che questo non è un penitenziario come tutti gli altri, vero?»

La guardia carceraria si riferiva alla natura della struttura: essa, infatti, era dedicata unicamente a coloro i quali si erano macchiati di crimini efferati, condannati a scontare le proprie pene detentive in quel luogo in ragione della sua comprovata sicurezza. Il carcere di Monte Perto, invero, era noto per la severa sorveglianza attuata, sia al suo interno, sia al suo esterno, da una cinquantina di poliziotti dediti ad evitare ogni possibile evasione e pronti a tutto. Nella sua intera storia, di fatto, da quell’edificio non era scappato neanche un detenuto, considerando anche il numero di questi ultimi mai superiore alle ottanta unità e sempre vigilati, giorno e notte.

«Lei, invece, sa benissimo che per ottenerli servono minimo tre giorni. Questo signore al mio fianco vuole vedere adesso la vittima, non tra tre giorni. Si tratta comunque di un-»

«Io non posso comunque lasciar passare nessuno. Questo edificio è-»

«Forse non ha capito che a me non importa minimamente la natura di questo posto!» intervenne Gregorio, infervorato dal desiderio di poter vedere finalmente suo nipote. Aveva interrotto il poliziotto bruscamente, senza neanche pensarci. «È anche colpa mia se è morto, capisce? Quindi, per pietà nei miei confronti, la prego di farmici entrare.» 

L’uomo restò interdetto per qualche secondo, con la bocca leggermente schiusa e incapace di ribattere a tono. Poi, colpito sia dal dolore che trasudava in maniera evidente dal volto di Gregorio, sia dalla sua fermezza, decise di lasciarlo passare, ma soltanto dopo averlo perquisito e avergli espressamente imposto la sua diretta sorveglianza anche all’interno della stanza in cui si trovava il corpo del bambino.

Cleros, invece, doveva rimanere fuori. Le porte del carcere furono immediatamente rinserrate dal secondino, mostrandosi impenetrabili nella loro interezza. Avrebbe tanto desiderato avere il suo amico lì con lui, in quel momento.

VALICO DELL’ALBA

La figura incappucciata proseguiva imperterrita la sua ricerca. Erano trascorse già due ore senza ritrovare nulla di interessante. Più di una volta le era baluginato per la mente l’idea di desistere finché, quasi per caso, non vide qualcosa emergere nel buio: dopo essersi seduta su di un basso muretto, infuriata per il fallimento delle ricerche condotte fino ad allora, la sua attenzione fu attirata dal verso di un animale selvatico giunto da un punto nel dirupo sottostante. Puntò la torcia, aguzzò la vista e lo notò. Il giallo canarino così prorompente non poteva far altro che confermare i suoi sospetti: un pezzo di maglietta strappata impigliato tra i rami di un albero, poco sotto la strada. «Finalmente…» disse, sorridendo. Si chiese come avesse fatto a non individuarlo prima. Non era certamente ciò che stava cercando, ma quel tessuto le permetteva di comprendere molte cose.

Serie: LA VALLE DELLE LACRIME


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Discussioni

  1. Mi piacciono molto i cambi di scene, un po’ come fosse una serie TV. Chi legge sa cosa sta succedendo in quel momento su ogni fronte.
    La descrizione della prigione e la scena del piccolo Enea lasciato nel burrone sono angoscianti e agghiaccianti.
    Intrigante il modo in cui hai chiuso il capitolo, con questa misteriosa donna incappucciata. 😸

  2. La storia é intrigante e il tuo stile di scrittura molto scorrevole. La seconda parte di questo episodio alimenta la curiosità e induce a fare qualche ipotesi, ma poi, chissà. Chi leggerà saprà.

  3. Davvero spaventoso l’incipit con quella descrizione del carcere così realistica da sentirne quasi la presenza. Mi è parso un ottimo accostamento al turbamento d’animo del protagonista e forse una metafora del suo dolore. L’incontro fra Gregorio e la guardia carceraria è toccante e mi ha commossa quell’accenno di sorriso che sa così tanto di umanità da parte di chi, magari per lavoro, deve un po’ dimenticarsela. Gregorio si avvicina alla stanza in cui si trova il corpicino del nipote e, te lo confesso, non vorrei leggere a riguardo…
    In chiusura, un elemento davvero inquietante. Mi sono fatta un’idea, ma forse poco plausibile. Bello, sempre più bello questo racconto.

  4. La tua scrittura è fluida e senza inciampi, la narrazione intensa ma senza fronzoli. Credo che tu abbia avuto cura di ambientare la storia in un “luogo qualunque”, o almeno io non trovo coordinate. Curato è anche lo sdoppiamento del racconto: sia per Gregorio che per la “losca figura” tutto avanza di pochi passi, per poi interrompersi in attesa della prossima puntata. Un vero giallo!

  5. Mi è piaciuta molto la divisione in due del racconto. quasi come due storie parallele. stai tenendo bene alta la tensione e questo metodo di scrittura aiuta ad aumentare il mistero. Bravo!

  6. “Il suo Enea aveva trascorso le ultime ore di vita senza di lui, e dopo essere stato barbaramente ucciso, il suo corpo era rimasto riverso nel fango per ore.”
    questo passaggio, e l’intero capoverso, è davvero agghiacciante. credo sia una delle situazione piu terribili da vivere e provare sula propria pelle. Lo riposti molto bene, con uno stile asciutto, quasi da “cronaca”, e questo ci permette di leggere, “sentire”, senza però scadere nel macabro.