La rotta fantasma
Serie: La vendetta del capitano
- Episodio 1: Il prigioniero e la sua storia
- Episodio 2: La proposta
- Episodio 3: Una visita inattesa
- Episodio 4: Il pescatore
- Episodio 5: Verso Sud
- Episodio 6: La Martinica – Parte Prima
- Episodio 7: La Martinica – Parte Seconda
- Episodio 8: La rotta fantasma
STAGIONE 1
«Ebbene?» Adam LaCroix scrutava Oswald con le braccia conserte. Il cartografo teneva il capo chino sulla mappa trafugata al forte, quasi che volesse entrarvi dentro.
Dopo che lui e il suo sodale vennero recuperati dalla ciurma dall’Agua Negra, Charles Oswald si era diretto di gran carriera verso la poppa mentre già estraeva impaziente la mappa dalla tasca. Aveva udito il nostromo impartire l’ordine di mantenere le vele a mezza via per navigare ad una velocità ridotta e poi si trovò davanti il Capitano che lo attendeva appena fuori dalla sua cabina. Il tempo di stringersi la mano e venne condotto all’interno del quartiere di Edward Moore, assieme al primo ufficiale LaCroix. Oswald aveva aperto la mappa sul grande tavolo al centro della stanza sotto la luce che entrava da una grande vetrata fatta di piccoli vetri triangolari verdi, blu e rossi che si intersecavano fra di loro. La prima cosa che balzò agli occhi dei presenti fu che nonostante le peripezie di poco prima, il tessuto pareva decisamente in buono stato.
Ma ora, il pirata seguiva febbrilmente il profilo costiero dell’America Latina prima da Nord a Sud poi ancora da Sud a Nord e poi di nuovo, fino ad assomigliare ad un grande cobra, incantato dalla melodia sonnolenta di un pungi delle Indie Orientali. L’eccitazione cedette il posto alla frenesia e la frenesia, si arrese allo sgomento, quando, con il naso ficcato nelle sfumature gialle e verdi di quel lurido pezzo di stoffa incisa, teso fino quasi a strapparsi, non fu in grado di riconoscere nulla che potesse ricondurre ad una rotta, un’isola, una baia che non fosse già tra quelle conosciute. Sulla mappa, per quanto affascinante fosse la sua provenienza, non c’era un bel niente.
«Io…Io non capisco.» Osservò Oswald, affranto. «Questo ci rincuora Charles.» osservò LaCroix, sarcastico.
Nel mentre la porta della cabina del Capitano si spalancò e Gideon Philips fece l’ingresso, «si può avere un po’ di vino?» domandò, richiudendosi la porta alle spalle. Poi scrutando i volti cupi del Capitano e dei compagni disse «va tutto bene?»
«Il qui presente signor Oswald ci stava mettendo a parte dei segreti della mappa sottratta a quei mangia-baguette!» Rispose LaCoix, «ma a quanto pare non sembra esservene traccia.»
Philips ghignò «brindiamo allora.»
«Dannazione! Smettetela» Esclamò Charles Oswald, sollevandosi con una smorfia. «Non vedo nulla. Mi serve luce!» Afferrò sbuffando un portacandele facendo baluginare la scia della fiammella. «Vedi di darti una calmata, Charles…» osservò Edward Moore dalla penombra. Il Capitano osservava la scena dal fondo della stanza, col volto parzialmente celato dal buio della sera che scendeva lentamente. Charles Oswald si chinò nuovamente sulla mappa spostando lo sguardo, accompagnato dall’alone di luce della candela «Per tutti i diavoli…» La fronte imperlata di sudore per l’agitazione e la delusione rabbiosa. «Tutto quel trambusto per nulla, Charles?» Osservò Philips.
«A che scopo custodire una mappa inutile in un archivio del genere?» Osservò Adam LaCroix.
L’attenzione venne richiamata da un vociare all’esterno. «E adesso cosa c’è?» Gideon Philips andò ad aprire la porta e si sporse fuori per metà . Poi ricacciò la testa all’interno e disse «Con permesso.» Il nostromo uscì dalla cabina e le voci della ciurma vennero coperte dalle sue parole imperiose. Dopo poco tempo la porta si riaprì e Philips rientrò nuovamente all’interno. «Gli uomini sono in fermento, Capitano.»
«Non li biasimo» disse Charles Oswald, ancora chino sulla mappa «queste acque sono ben sorvegliate.»
«Non so voi, ma personalmente vorrei evitare di svegliarmi col suono dei cannoni francesi?» Aggiunse il nostromo. Edward Moore li scrutò uno ad uno e poi si voltò verso la vetrata, «signor Philips» disse, mirando il mare «allontaniamoci dalla costa. Raddoppiate la guardia stanotte e tenete pronti gli uomini per un cambio di rotta alle prime luci.»
«Agli ordini, Capitano» replicò il nostromo.
Edward Moore si voltò verso Charles Oswald e aggiunse «Hai fino all’alba.»
Charles Oswald non rispose. Chinò il capo in un cenno stanco e uscì dalla cabina del Capitano, seguito dagli altri. La mappa arrotolata sotto il braccio come un fardello che pesava più di quanto la sua stazza suggerisse. Sul ponte le sentinelle prendevano posto mentre il cuoco distribuiva il rancio al resto della ciurma e l’odore di brodo si mescolava al salmastro, accompagnato da qualche risata sommessa e dal cigolio delle sartie. Oswald supero il nugolo di persone a passo lento, evitando gli sguardi, e raggiunse la prua, dove il bompresso si protendeva sul nulla e le onde si infrangevano contro lo scafo con un rumore ottuso, ripetitivo, quasi ipnotico. Si appoggiò al parapetto e rimase a fissare lo sciabordio. Aveva rischiato la pelle per un pezzo di stoffa che non conteneva nulla, un enigma senza soluzione, un tesoro che si era rivelato un guscio vuoto.
Svolse per l’ultima volta la pergamena, osservandola alla debole luce delle stelle e poi la sollevò sopra il parapetto. Le sue dita si aprirono di qualche millimetro, pronte a lasciarla cadere tra i flutti. Fu allora che la sentì: un peso familiare contro il fianco, dentro la tasca del panciotto.
Oswald si fermò, la mappa ancora sospesa sul vuoto. Infilò l’altra in tasca, estraendo l’agata nera. Fredda al tatto, come sempre, e nella penombra sembrava assorbire la poca luce attorno a sé. Non seppe dire cosa lo spinse a farlo — forse la disperazione — ma posò l’agata nera al centro della mappa, proprio sopra il profilo della costa.
Per un istante non accadde nulla. Poi orientò la pergamena verso la luna e questa parve fremere sotto le sue dita. Sottili linee dorate, invisibili fino a un momento prima, cominciarono a farsi strada tra le fibre del tessuto, come sangue nelle vene. Oswald trattenne il fiato. Le linee si intersecarono, si biforcarono, disegnarono baie e affluenti che un attimo prima non esistevano, fino a convergere tutte verso un unico punto sulla costa, segnato ora da un piccolo simbolo luminoso che pulsava debolmente come un’ultima brace.
«Paramaribo.»
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