La solitudine
Guardare il sole che tramonta, vederlo lentamente affogare nell’acqua di un mare color petrolio, è uno spettacolo che non mi annoia mai nonostante il suo ripetersi quotidiano, sempre in orari diversi consultabili tra le righe del calendario astronomico più autorevole: Frate Indovino. Lo guardo tramontare anche oggi, e m’incanta ancora, anche di lunedì. È un suicidio assistito, io assisto incredulo, impotente, ma so già che lo rivedrò risorgere all’alba del nuovo giorno che verrà. Non mi trovo in Svizzera.
Vivo giornate tutte uguali: h24. Passo ore ad ascoltare lo sciabordio dell’acqua nella risacca, a guardare le onde che s’infrangono sugli scogli, ad annusare l’aria che profuma di salsedine, a toccare il cielo col dito medio quando ne ho piene le palle, poi, chiudo gli occhi e penso che in fondo è la vita che ho voluto, e ogni lamentela è fuori luogo.
Non insisto.
Non metto il ditonellapiaga.
Ingoio il rospo.
Questo è il luogo che ho scelto o, forse, è il luogo che ha scelto me come osservatore.
È un osservatorio privilegiato il mio, fuori dal mondo, lontano dal logorio della vita moderna, distante mezzo miglio dalla terraferma.
Su questo scoglio vivo come un eremita ma non prego Dio, non saprei in che direzione rivolgere le mie preghiere; io non lo vado a cercare come Battiato, se vuole Lui sa dove trovarmi, la porta è sempre aperta anche se chiusa, il giro d’aria la farebbe sbattere scardinandola.
L’unica chiave in mio possesso è La Chiave, una vecchia videocassetta che vede, è più corretto dire che mostra, ambo i lati di una Sandrelli in splendida forma; il lato “b” è quello che preferisco, però non disdegno neanche l’altro.
La vidi la prima volta nell’estate dell’ottantatré, quando venni a stabilirmi qui. Guardandola, venni una seconda volta.
A distanza di anni la guardo ancora, lei è sempre così sensuale. Sgrano gli occhi per osservarla meglio ma non mi fa l’effetto di una volta, sebbene non la veda invecchiata. Sarà che ho trovato pace, la pace dei sensi. Ora la guardo di rado, solo quando mi rado, e dalla lunga barba bianca che porto non mi rado da mo.
Vivo da quarantatré anni tra queste quattro mura prive di angoli. Per essere pignoli di angoli ne conto uno solo: uno di trecentosessanta gradi; se qualcuno non mi crede sono in grado di dimostrarlo, ho copia della planimetria depositato all’ufficio catastale. Quì è tutto tondeggiante, anche la scala che con i suoi centoventicinque gradini a spirale porta in alto, al ponte di comando. Dall’alto domino la baia come un cane da guardia, ma non abbaio, scruto l’orizzonte.
Sulla mia piccola isola i soli a farmi compagnia sono i gabbiani, non ci parliamo mai eppure ci capiamo al volo. Anch’io spicco il volo, solo con la fantasia.
Una strada l’attraversa, la sola percorribile con un’automobile di piccole dimensioni. È una strada bianca piena di buche, la stradina, così la chiamo amichevolmente. Parte da un minuscolo molo e arriva in cima alla salita dove un cartello indica la fine e un’altro un comodo posteggio riservato per lo scarico merci. Ci arrivo a bordo della mia vecchia 500, un modello della Fiat chiamato Fiat Nuova 500 nonostante l’immatricolazione risalisse all’ultimo anno di produzione: il 1975. La comprai usata nel 1983 con soli 10.000 km da un pigro rappresentante di commercio. Un vero affarone. Oggi il contachilometri segna in totale 10.258 km sommando i 516 percorsi negli ultimi quarantatré anni. Fatti due conti i conti non tornano. Ecco l’incredibile spiegazione.
Ogni primo del mese mi metto al volante senza allacciare le cinture, di contro slaccio la cintura dei pantaloni. Seguo quell’unico cartello che indica tutte le direzioni e quindi anche quella verso il molo. Metto in moto ma non inserisco la prima, la forza di gravità mi porta ugualmente a destinazione. Percorsi quei cinquecento metri in discesa raggiungo il molo dove un’imbarcazione è lì attraccata il tempo strettamente necessario per scaricare tutto ciò di cui ho bisogno. Caricato tutto quanto nel capiente bagagliaio della 500, ingrano la retro e ripercorro la stessa stradina al contrario col motore su di giri, è un trucco per ricaricare la batteria. In tutto, tra andata e ritorno sono mille metri, 12 km all’anno, 516 km in quarantatré anni. Come si spiegano quei 258 km mancanti? Semplice, in retro i cinquecento metri non vengono conteggiati, il contachilometri è di vecchia generazione.
Anch’io sono di vecchia generazione, una generazione di fenomeni, come quel motivetto sentito cantare da qualcuno allo stadio o, forse, proprio dagli Stadio.
Ormai sono all’ultimo stadio della mia vita, una vita illuminata da una potente fonte di luce che m’illumina d’immenso, e non solo di Mattina.
Non ho rimpianti per i tanti anni passati in solitudine da quando Marco se n’è andato e non ritorna più. Non l’ho mai dimenticato, forse è partito con I Nuovi Angeli per Singapore.
Vivere sull’isola è stata una mia scelta ponderata, non una follia estemporanea. Non conto le volte in cui, ancora adolescente acerbo, mi chiedevo cosa avrei fatto da grande. Se lo chiedono tutti, prima o poi nella vita, forse io me lo son chiesto troppo spesso. Ricordo le notti insonni e quella domanda assillante: cosa farò da grande, cosa farò da grande, che turbava il mio sonno. Finché un giorno arrivò una raccomandata, era la risposta che aspettavo. Aprii la busta con frenesia, le mani sudate per l’emozione, il cuore palpitante in gola, la furia di sapere. Avevo un sospetto che presto divenne certezza, si riferiva all’esito dell’unico concorso a cui partecipai in totale solitudine, fui l’unico candidato presente. E lo vinsi. Forse era destino, forse era predestinazione.
Adesso mi fermo un attimo, il lavoro mi chiama. Lascio il ponte di comando e salgo una ripida scaletta; giunto alla sommità della torre una lampada e un complesso sistema di lenti capaci di emettere potenti segnali luminosi si palesano alla vista lasciandomi sempre a bocca aperta. Verificata la funzionalità del sistema e l’assenza di anomalie scendo la scaletta con attenzione per ritornare alla scrivania e terminare le mie memorie.
Semmai qualcuno dovesse leggere questo diario, mi chiamo Dario, e sono il guardiano del faro.
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Racconto che tocca corde profondissime, solleticando il sogno di fuga che lambisce ognuno di noi
Alloa spero che il racconto sia nelle tue corde.
Nel senso che devo andarmene?
🤣
Nel senso che ti sia piaciuto😊👋👋
Mi è piaciuto particolarmente come, nel finale, lo stile elegiaco, nostalgico e crepuscolare ha impennato improvvisamente in uno stile ironico.
La gestione sapiente della schizofrenia emozionale non è da tutti
Un monologo che si regge su un equilibrio raro: malinconia e ironia convivono senza schiacciarsi a vicenda. Il colpo finale, il nome, richiude tutto con eleganza.
“Ma no lo go fato aposta” (Non l’ho fatto apposta, tradotto dal dialetto triestino). È un monologo nato per caso, spesso sono le parole che mi prendono per mano e mi portano lontano, fino sopra un faro. Grazie Lino per averlo letto e commentato.
Caro Fabius mi hai commossa. Mi ha colpito la dolce malinconia del tuo racconto. La solitudine del guardiano che diventa quasi una forma di pace, fatta di piccoli riti, memoria e mare. Alla fine resta la sensazione che, più che isolato dal mondo, Dario abbia semplicemente trovato il suo modo silenzioso di abitarlo.
Leggendo il tuo commento mi hai riempito di gioia, non avrei mai pensato che le mie mille parole (mille esatte) possano averti commossa. Grazie Cristiana, le incornicerò nel mio cuore. Anch’io mi sono commosso leggendo le tue, sono di un altro corpo celeste, irraggiungibile al mio telescopio sfocato. Io, Fabius, scrivo sul pianeta P: Per Poche Persone, Pare Pure Per Pezzotti C.
Quanto ti capisco
Eh, già! Ci capiamo anche a distanza.
Bel racconto. Il diario di Dario? I giochi di parole sono contagiosi. Se questo Dario avesse mai bisogno di un’ assistente, io sono pronta.
Brava Francesca, allora sei pronta come assistente guardiana del faro sussidiaria. Grazie del commento.
“Anch’io spicco il volo, solo con la fantasia. “
E mi pare che tu riesca a volare sempre piú in alto.👏 👏 👏
Speriamo di non fare la fine di Icaro volando sempre più in alto.
Un racconto in cui poesia e prosa, sogno e realtà, si fondono in un genere ibrido, con la tua consueta ironia che rende sempre piacevole la lettura.
Grazie M.Luisa dell’apprezzamento, vuol dire che dopo quattro anni non ti ho ancora annoiata.
Malinconico e triste ma ritrovo la tua ironia. Complimenti.
Di una cosa sono certo, l’IA avrà difficoltà a scrivere col mio stile. Se tu dovessi leggere un testo privo di witz o giochi di parole dovresti farti venire qualche domanda sulla sua paternità, perché non so scrivere diversamente. Grazie Tiziana.
Bellissimo. Arrivato alla parola “scaletta” ho avuto come un’illuminazione. Sai quella sensazione di meraviglia nello scoprire che ci si trova in un luogo solo dopo esserci stati per un po’ di tempo senza essersene accorti? E quando ho capito dove mi trovavo ho sorriso (amo i fari, le isole, la solitudine, il vento che spazza il mare)
Hai una scrittura che fonde la serietà del contenuto alla giocosità della forma. Complimenti. e grazie per questo racconto davvero suggestivo.
Contento di averti stupito. Con riguardo alla forma spero di essere in forma anche per il prossimo libriCK. Grazie Luigi.