La spada

Serie: Goblingeddon

Ci sono storie che si nutrono di fantasia. Ci sono storie, alcune, che sfiorano le vette dell’assurdo, solo per affogare in un boccale di birra, attorno al fuoco, in una primavera gelida. Ad Akerlys la vita è un padre severo, che pretende molto e colpisce forte. Attorno al fuoco, gli uomini raccontano storie ai ragazzi, storie ridicole, epiche, che accaddero tanto tempo prima, quando i loro antenati erano giovani come leprotti e i mari bassi come pozzanghere. In giorni di ferro e sudore, i cuori necessitano di altri mondi e altre avventure. Questa è una di quelle storie.

«Crepa! Crepa!»

Uno schianto secco e la roccia gli frantumò il cranio.

«Finalmente si mangia.»

Un piccolo cane montano, un pasto misero e insufficiente per tirare avanti un’altra giornata, si era avvicinato troppo, forse cercando riparo. 

Peggio per lui. Era diventato il contorno per la cena di Raki.

Meno di un’ora prima, da buon arkà cacciatore, aveva atteso nell’ombra il passaggio di un bersaglio succulento. Insieme a Furrin, compagno di sventura, aveva aggredito un cinghiale. Purtroppo per Furrin la mira non era mai stata una delle sue qualità migliori.

“Caldo, troppo caldo.”

Le sorgenti sulfuree non potevano offrire riparo abbastanza a lungo dalle bestie della valle e, oltre a puzzare terribilmente, erano in grado di trasformare perfino la roccia in una zampillante fontana di sudore.

Raki si asciugò l’interno delle orecchie verdi con un lembo della maglia stracciata. Annusò istintivamente l’umido che ne uscì, tirando poi due manate convulse per scacciare l’odore. Meglio allontanarsi definitivamente dalle sorgenti: il suo naso non avrebbe retto ancora per molto. Soprattutto ora che il corpo di Furrin, dopo il salto sbagliato, aveva ostruito la bocca di uno dei geyser. I vapori ne stavano sciogliendo le carni e il lezzo di morte era nauseante.

«Addio Furrin. Sciogliti bene.»

I due avevano passato un giorno e una notte protetti dalle potenti esalazioni di zolfo che, nonostante il fastidio, li avevano tenuti al riparo dai centopiedi giganti che si aggiravano nei dintorni delle caverne. I pungiglioni bramanti di quegli animali lo avrebbero stilettato entro l’alba successiva se fosse rimasto, Raki ne era sicuro. Doveva spostarsi.

«Fottutissimi Grattaroccia.»

Il clan arkà peggiore che si fosse mai visto. Ce l’avevano con Raki, solo perché si era preso ciò che gli spettava. Avrebbe cavato gli occhi a tutti quanti un giorno. Sarebbe tornato e li avrebbe presi nel sonno. Uno dopo l’altro, avrebbero pagato.

Essere in esilio non gli importava. Aver abbandonato il buco nella terra in cui viveva il clan di suo padre era una liberazione. Quelli non avevano idea che esistesse un mondo al di sopra delle loro teste. Nemmeno sapevano che le razze comuni vivevano agiatamente fra le ricchezze delle lande, mentre ancora li indicavano con disprezzo chiamandoli goblin. Probabilmente nemmeno conoscevano il significato di quella parola, ma a loro non importava. Usavano solo arkà per indicare i fratelli e menè per tutti gli altri.

Ma nemmeno a Raki importava delle parole. Aveva il solo problema di cercare un nuovo pasto e un rifugio per la notte, senza che nessuno tentasse di rubargli i luccichii. Preziosi e lucenti, li aveva trovati Raki, erano solo suoi!

Balzellando da una roccia all’altra si lasciò il terreno duro alle spalle. Urlò nel pestare il ginocchio contro un masso sporgente e maledì ogni singola divinità che riuscisse a ricordare. Una volta in più le maledì, le maledì per la loro ingiustizia.

Scese veloce lungo il pendio ovest dell’Ippancha, quella che in lingua comune veniva chiamata la catena montuosa Conflagrea. Un agglomerato di sassi spaccati sul limitare delle pianure, costellata di caverne suppuranti di goblin e coboldi. Anche i Grattaroccia si moltiplicavano nelle viscere di quella terra dimenticata. Così come decine di altri clan, più o meno numerosi, perduti nell’oscurità.

Vedere il sole, a Raki in fondo non dispiaceva. Oltre le grotte si stagliavano piane luminose, intervallate di tanto in tanto da boschetti verdeggianti. Quando il sole diventava fastidioso, nelle ore più prossime allo zenit, Raki cercava riparo all’ombra di un masso o in cima ad una giovane acacia. Stava andando alla grande: si sentiva in grado di spremere il mondo con le sue mani ossute.

«Ne troverò di nuovi. E riprenderò i miei!»

L’ossessione per il furto non si era minimamente attenuata. Gettato a forza in una realtà esterna di cui non conosceva nulla, l’unico pensiero al passato era rivolto ai suoi averi.

Stupendi, preziosi gioielli. L’unica cosa che valesse la pena difendere nella sua vecchia casa.

Il villaggio era più che altro un accampamento mal messo, un’accozzaglia di pali e tende lacere color granito. Il rumore costante di denti che sgranocchiavano era la misera colonna sonora di una vita di stenti. Comunque fosse andato l’esilio, peggio che con il suo clan non avrebbe mai potuto trovarsi.

Al calar della sera aveva attraversato un’enorme isola di erbacce, aperta e insicura, fra graminacee alte quanto lui. Gli speroni che portava ai piedi, utili per i percorsi rocciosi, si stavano riempiendo di fango e polvere. Trovò una pozza d’acqua, un piccolo stagno, dove fermarsi a riposare. Isolato e al riparo di alberi ad alto fusto era il luogo perfetto per fare un incontro.

Un luogo perfetto per un’imboscata.

Ma Raki non ci stava pensando.

Fu un grido improvviso quanto furioso ad allertarlo. Ebbe la prontezza di riflessi necessaria per schivare la lama arrugginita diretta alla sua gola. Un soffio diverso del vento e il mondo avrebbe spento le luci.

Dall’erba alle sue spalle era sbucato un goblin sbavante, dalla pelle scura, con una spada rotta come arma, intenzionato a farlo fuori.

Raki rotolò sulla battigia, afferrando saldamente uno degli speroni che si stava togliendo. Non si chiese chi fosse l’altro goblin o cosa volesse da lui. Il sangue pompava violento nelle vene e in un secondo vide tutto rosso.

A spada levata il suo avversario gli si gettò contro. Con una serie convulsa di fendenti affondò e affondò ancora, la bocca aperta e i denti acuminati in vista come una bestia selvaggia.

Primo fendente, e Raki si tirò indietro con tutto il corpo.

Secondo fendente, colpito sulla spallina. Metallo scalfito, ruggine grattata via, nessuna ferita.

Al terzo fendente, dopo essersi abbassato a quattro zampe, Raki scaricò lo sperone inzaccherato dritto sul volto del suo aggressore, con la potenza piena del braccio ben disteso.

Gli schizzi di sangue gli coprirono il viso, denso come melassa. Il goblin colpito cadde riverso su un lato, la faccia nella melma. Mugugnava come un vitello morente.

Raki respirò a fondo. Quello aveva perso la spada nella caduta e sembrava aver contratto una grande amicizia con il terreno. Non poteva perdere l’occasione, era troppo ghiotta. Insultò i suoi dei: ancora una volta li aveva vinti.

Raccolse la spada seghettata, puntò il piede scalzo sulla schiena dell’assalitore e infilò la punta ossidata dell’arma dritta fra le vertebre del collo. Premette fino a sentire lo schiocco delle ossa che si separavano, poi si spostò.

Un attacco idiota, concluse. Quel goblin aveva la pelle molto più scura della sua, segno che doveva essere originario delle praterie erbose. Non che fosse in grado di trarne deduzioni utili, o che intendesse farlo.

Rovistò il cadavere meticolosamente, impossessandosi di tutto ciò che non era infilato all’interno del corpo. Andò in realtà anche oltre, strappando dalle lunghe orecchie flosce del cadavere un paio di orecchini opachi. Una bisaccia di pelle di coniglio, un piccolo coltello, la cotta di cuoio. Cosa ci facesse nei pressi dello stagno non era dato sapersi. Ciò che avrebbe fatto in futuro, per Raki fu solo un divertente quadretto. In qualche modo ora assomigliava molto all’immagine che ell’ex amico Furrin aveva lasciato di sé.

Per ultima cosa diede un occhio alla spada. Non ne era sicuro, ma forse non si trattava di un pezzo rotto, forgiato invece volontariamente a forma di fulmine. Era incrostata di fluidi e il filo era solo un ricordo, ma appariva leggera e solida. Ottimo acquisto.

Dopo essersi complimentato con sé stesso Raki tolse anche l’altro sperone, si intinse nell’acqua salmastra e diede sollievo alla pelle ancora ricoperta dalla polvere di zolfo. Poi ci arrivò: nessuna tribù arkà conta individui amanti della vita solitaria. Se quel putrido cibo per vermi lo aveva sorpreso allo stagno, allora il suo accampamento doveva trovarsi nelle vicinanze.

Serie: Goblingeddon
  • Episodio 1: La spada
  • Episodio 2: La porta
  • Episodio 3: L’elmo
  • Episodio 4: Oro e cretini
  • Episodio 5: Il tempio del Dio Liquido
  • Episodio 6: Morik, il Grande Guerriero Goblin
  • Episodio 7: La fortuna sorride ai malvagi
  • Episodio 8: Sogni colorati
  • Episodio 9: L’erba
  • Episodio 10: La morte
  • Episodio 11: Pirati volanti
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    Commenti

    1. Tiziano Pitisci

      Ciao Fabio, mi complimento per la tua prosa cosí attenta e per la trama articolata. È un episodio denso di azione e in poche righe sei riuscito a catapultarmi in un’altra atmosfera e in un’altra epoca.

      1. Fabio Brusa Post author

        Grazie per l’apprezzamento, sono felice che ti abbia subito preso. Ma te lo assicuro: sarà sempre peggio. O meglio, forse. Dipende dai punti di vista.