La virtù tramandata

 A Natalia Ginzburg, l’essenza letteraria del perché scrivo

La guardavo scrivere piano, la poltrona alta a sostenerla e le sue collane appese al collo che erano come cigoli luccicanti su quel legno scuro, i capelli corti a maschiaccio, un viso dolcissimo a contrasto.

Si accendeva una sigaretta dietro l’altra, la coltre di fumo in cui si avvolgeva era il fascino della sua concentrazione, nel momento della sua scrittura non lasciava filtrare nulla fra lei e la penna, era semplice e minuta eppure sembrava fortissima, la scorza profonda di chi nella vita ha perso molto, quasi tutto, e nonostante quel tutto sepolto nel passato aveva ancora tantissima vita da scrivere, e da vivere.

Non voleva che parlassi, ma adesso avevo finito le pagine da tradurre, le mani rivolte verso il suo fumo, come a chiedere cosa fare.

“E ora?”

Lei alzava gli occhi, la sigaretta tra il medio e l’indice lasciata sospesa, come fosse una mossa di danza, lo sguardo profondo e inquieto, come se volesse sempre guardarmi dentro, a pieno.

“Traduci ancora.”

“Ancora?”

“Ancora.”

Prese dalla libreria Flaubert e la sua “Madame Bovary” e quel libro, per quanto fosse stato letto più e più volte, si esibiva completamente lindo. Era considerata una delle sue migliori traduzioni, mi sentii avvampare di colpo, il suo sorriso sincero esploso in un attimo e di colpo ritrovarmi di nuovo a battere sulla macchina da scrivere mentre lei tornava alla sigaretta, il portacenere sottile e i fogli spessi.

A sera, quando entrambe si smetteva di lavorare, io cominciavo a guardare come si rivestiva, aveva un cappottino lungo fino al ginocchio, lineare, con dei grandi bottini centrali e ci si avvolgeva dentro, piccina, e a me pareva tanto sola.

Non volevo guardarla con tristezza, ma non riuscivo a non amarla così tanto da esserle indifferente, tutto quello che lei mi insegnava ogni giorno, dentro quello studio, me la faceva sentire vicina umanamente, quel tanto che bastava per poter ambire ad essere brava quanto lei, anche se entrambe sapevamo quanto il talento non si potesse imparare da nessuno.

Conoscerla, come la stavo conoscendo io, era poterla ritrovare veramente in ogni sua riga, non era artefatta, tanto quanto riusciva ad essere semplice e convincente nella sua vita, riusciva ad esserlo anche nei suoi libri.

Mi parve strano che una persona che mi sembrava così sola riuscisse, con la sua scrittura, a farmi sentire così compresa, mai isolata, dentro un mondo suo, che poteva essere anche mio, nei suoi libri ritrovavo tutte le gioie e i tormenti che potevano attraversarci lungo la nostra esistenza.

Avrei voluto chiederle di Leone, se ora stava bene, dei suoi figli e di sua madre che non era mai contenta di come viveva, di sua sorella e della sua storia con Olivetti, dei segreti nascosti, di Italo e di Cesare, che aveva mollato il colpo della vita così in fretta e dirle che io ogni notte con i suoi libri accanto al comodino, cercavo di capire cosa gli fosse mancato, quale fosse quella infelicità così estrema impossibile da essere gettata via.

Pavese era stato per lei un grande amico, e quando ero sul punto di chiedergli qualcosa di lui, anche in quel caso, furono i suoi libri a parlare per lei.

“Sei già qui?”

Ero arrivata presto e stava svuotando i cestini con la carta, la sua calligrafia e la mia unite nell’inchiostro ormai secco.

“Sì. Oggi come sta?”

“Bene, dammi del tu e chiamami Natalia.”

“Sì, Natalia. Che cosa traduco oggi?”

“Niente.”

“Niente?”

Aprì il cassetto della scrivania con un gesto secco e tirò fuori i fogli che dovevano essere quelli che stava scrivendo in quei giorni.

“Leggi.”

Me li porse così leggermente da essere come fossero petali di fiori.

“Posso?”

Si sedette alla poltrona, il maglione a collo alto fece qualche piega, tornò il suo sguardo serio e impostato e si accese la sigaretta del mattino. Annuì alla mia domanda.

“Calvino mi ha già dato il suo benestare, sto per portarlo a Einaudi. Siamo solo indecisi sul titolo, dimmi cosa ne pensi.”

Cessò di parlare e tornò a scrivere, fitta e muta fino a sera.

Io in mano mi trovai i suoi racconti, pezzi inestimabili della sua vita, l’esilio in Abruzzo con Leone, il ritratto di Pavese di cui tanto le avrei già voluto chiedere, la sua esperienza a Londra, la sua amica di stanza e la difficoltà di vivere entrambe con le scarpe rotte, e via leggendo universi in cui esprimeva le sue riflessioni più intime e sociali.

Fu lei quella sera a ricordarmi che dovevamo andare a casa.

“Marta, è tardi.”

“Questo libro è tutto. Tutto quello che una persona vorrebbe leggere.”

“Grazie.”

“Che titolo vorresti tu?”

“Tu quale sceglieresti?

“Io?”

Minuti di pausa in cui prese il suo cappotto e lo tenne un momento sulle braccia, io mi strinsi nelle spalle e giocai con la gonna.

“Le piccole virtù.”

Mi guardò calma e placida.

“Quello che pensavo anche io.”

Per la prima volta, quella sera uscimmo dallo studio insieme, facendo un pezzo di strada in comune.

“Natalia, tu non vai mai in vacanza?”

“Se uno scrittore va troppo in giro, quando lo trova il tempo per scrivere?”

E mi sorrise, avrei voluto dirle qualcosa di altrettanto sagace ma la strada ci impose di svoltare in lati opposti e con l’arrivo della sera ci congedammo lungo un viale di lampioni e comignoli fumanti.

Quel giorno non mi resi conto di avere fra le mani quello che per sempre avrei considerato il libro più della mia vita, né di avere di fronte l’autrice, che solo un anno più tardi, con “Lessico famigliare”, vinse il premio Strega.

Per me fu, in quei pomeriggi di traduzione dove lei compose “Le piccole virtù”, semplicemente Natalia.

Quando conobbi mio marito e mi sposai, lasciai lo studio con le sue sigarette a malincuore, e non la vidi mai più, ma continuai a leggerla, ritrovando sempre quella donna attenta e solo apparentemente severa che con le sue traduzioni mi aveva aperto un mondo di parole e regole grammaticali, permettendomi poi di scrivere senza dover imparare il mio talento da nessuno.

La virtù più bella che mi tramandò fu quella di essere sinceri quando si scrive di noi, affinché il mondo possa capirci meglio, e identificarsi con il nostro vissuto, che può essere simile a quello di ognuno di noi. 

N.d.A.
Il breve racconto raccoglie caratteristiche reali di Natalia prese dai prefazioni di suoi libri, fatti di storia e interviste, la parte romanzata è ovviamente l’incontro tra me e l’autrice stessa, essendo morta due mesi prima della mia nascita mi è stato infattibile impossibile conoscerla, purtroppo. 
Non è mio solito scrivere di persone o artisti che non ci sono più, l’ho fatto in questo caso con un umiltà incredibile e imprescindibile, perchè oltre ad rappresentare ciò che io credo sia l’eccellenza di essere scrittori, penso che Natalia sia anche un’ampia testimonianza di letteratura e storia contemporanea italiana. 

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Discussioni

    1. Cara Isabella,

      scusa i ritardi delle risposte e come sempre grazie di leggermi così appassionatamente!
      Un racconto essenzialmente semplice, lontano dal mio solito modo prolisso ma che mi piace per ciò che esprime, nudo, il termine che tu hai usato, secondo rispecchia alla perfezione ciò che per me è stata Natalia attraverso la sua scrittura, il parallelismo invece di una fantasia che sembra più vera della realtà, mi lusinga molto, grazie!

  1. Marta credo tu abbia dato vita ad un nuovo filone narrativo (almeno su questa piattaforma) in cui potremo finalmente incontrare i nostri beniamini. In quanto “madrina” di questo genere hai una grossa responsabilità oltre ad un grande merito e sono sicuro ci seguirai. Non vedo l’ora di fare due chiacchiere con il buon vecchio Mordecai Richler o con l’avvinazzato Bukowski (e di sbronzarmi con entrambi).

    1. Ciao Tiziano 😀

      Wow, che bellissima responsabilità!
      Seguirò certamente altri cari e inestimabili beniamini di letteratura e altrettanto piacevolmente mi unisco alla bevuta, penne e bicchieri allineati, qui c’è da sbronzarmi davvero di alcool e parole 😉

  2. è un bellissimo ricordo ipotetico, una nostalgia verosimile, un passato virtuale. Che poi uno ci ricama tutte le sensazioni che vuole e chissà che non sia vera vita anche questa. Da qualche parte ho un piccolo ricordo di Agostino Lombardo (non virtuale) e me lo hai fatto venire in mente, ora lo cerco e ne faccio un racconto speculare al tuo

    1. Ciao Maeb 😀
      Ti ringrazio per avermi letta e per questo bel commento!
      Sì la nostalgia del passato a volte rimane verosimilmente attaccata addosso e come dici tu, sopra ci possono essere tratte tutte le nostre sensazioni più forti…
      Felice di averti fatto tornare alla mente un tuo racconto e di averti dato questo spunto, adesso aspetto solo di leggero.
      Grazie ancora!