L’arte dell’ammazzar galline

Marisa aveva occhi grandi, spalancati sulla realtà di un buco di terra disperso nella campagna bergamasca. Senza movimento di palpebra, fissi ad osservare la vecchia gallina che penzolava a testa in giù nella salda presa della madre, un donnone dalle tozze braccia spellate. La povera bestiola aveva smesso di fare uova da troppo tempo e la sua carne dura non avrebbe soddisfatto il palato del più rozzo dei mezzadri. Sbatteva le inutili ali con sciocca frenesia, forse inconsapevole del destino che l’attendeva eppur visibilmente terrorizzata, poiché è risaputo quanto la paura adori bisbigliare alle creature storte. 
La donna avvicinò l’animale in modo che la bambina non potesse distogliere l’attenzione. «Guarda bene, Marisa» le disse, scansando il volto dal disordinato turbinio di piume. «La tieni ferma per le raspe, pigli la testolina tra le dita e ci dai uno strattone bello forte!» 
Dopo un ultimo spasmo d’addio, la gallina si quietò. 
Soddisfatto, il donnone trapassò la pelle dell’animale con un uncino di ferro, quindi lo appese al filo che usava per stendere i panni. A quel punto lo decapitò utilizzando un coltello dalla lama smussata in modo che spurgasse tutto il sangue che aveva in corpo. Un rivolo cremisi scese fino a riversarsi nel tombino di scolo per l’acqua piovana. Mario, uno dei fratelli di Marisa, adorava pisciare in quel tombino. Lui e il suo coso molle e grassoccio. 
«Più tardi ci tiriamo fuori le interiora, poi la metti nel catino e strappi via le penne che almeno ci viene fuori del brodo per la zuppa da dare agli uomini che tornano dai campi.» 
Marisa annuì con scarsa convinzione. «Va bene, mamma.» Distorse la bocca in una smorfia sbilenca. 
«Non fare quella faccia!» la rimbrottò la madre. «La prossima gallina te la faccio accoppare a te. Non sei più una marmocchia; è ora che impari a comportarti come una donna.» 
Mentre affondava le mani nell’acqua bollente che ondeggiava nel catino ammantato dalla ruggine, Marisa si domandò quali fossero i doveri di una donna. Non si rimane bambine per sempre, presto anche lei avrebbe imparato: la mattina ad ammazzar galline, la sera ad accogliere sperma.

***

Raccoglie l’acqua gelida nelle mani a coppa per gettarsela sul viso ancora mezzo addormentato. 
«Hai sempre la testa tra le nuvole! A che diavolo stavi pensando?» le domanda la madre sputacchiando tiepide goccioline di saliva inesistente. 
Marisa scrolla le spalle. «Pensavo a quando ero piccola» risponde. «A quando tu eri…» 
«Giovane?» 
La figlia quasi sorride. «Viva.» 
«Viva o morta non ha importanza! Ringrazia il Signore che sto qui, figlia mia. Senti il Matteo come strilla, manco fosse un maiale appeso al paranco! Se continua così finirà per svegliare suo fratello. Quell’altro tira giù i muri se ha fame, e mi sa che in quelle tette flaccide che ti ritrovi c’è rimasta solo polvere.» 
«Stai zitta.» 
«Però tuo marito la sera te le ciuccia ancora per bene.» 
«Basta.» 
«Fai quello che facciamo tutte, figlia mia, né più né meno. Adesso vedi di muoverti; i ragni zampettano nella dispensa vuota e non son rimasti polli da sgozzare.» 
«Stai zitta…per favore!» 
«Io ci sto anche zitta, tu fai quel che è giusto.» 
Marisa si avvia zoppicando verso la camera dei figli; da qualche tempo un dolore alla gamba sinistra non le dà tregua, ma è un problema trascurabile. Raccoglie Matteo dalla culla e comincia a ninnarlo. Il contatto con quel corpicino di cartapesta non manca di farle salire un brivido lungo la schiena. 
«Marco è proprio come il suo papà.» Marisa sente la voce della madre direttamente nella testa, una compagnia fastidiosa ma, in un certo qual modo, utile a offrirle un’ombra di conforto. «Ancora qualche anno e comincerà a russare come una di quelle grosse locomotive sbuffanti. Maledetti treni, aggeggi del demonio!»

Al sicuro tra braccia protettive, Matteo smette di frignare. Prima di rimetterlo tra le lenzuola, Marisa controlla che non abbia bagnato il panno di urina. Lo pone nella culla e un leggero brontolio la fa trasalire. Marco ha quattro anni, due in più del fratellino: il Signore è stato magnanimo con lui, regalandogli un corpo sano e una mente attiva. 
«Eccolo che si sveglia!» la informa la voce-pensiero della madre defunta. «Corri ad allungare la minestra.» 
«Mamma ho fame» biascica Marco, sollevandosi sul lettino con le palpebre appiccicate dalle cispe.
Marisa soffoca una lacrima; non più minestra da allungare, solo acqua del rubinetto che offre al bambino nella speranza che serva a placare i suoi bisogni fisiologici primari. 
«Compra del cibo, figlia mia!» 
Marisa, temendo la reazione del bambino, si limita a ribattere sussurrando. «E con quali soldi lo pago? Alla bottega non accettano altri rinvii, e i due spicci che mio marito non si beve finiscono nelle tasche di qualche donnaccia.» Serra le labbra, tra la rabbia e la vergogna per le parole appena dette. 
«I soldi ci sono.» 
Scrolla il capo. «Non è rimasto nulla!» 
«Nel barattolo sulla credenza.» 
Rimane di sasso. «Quelli sono per Matteo. Per i suoi problemi.» 
«Certo figlia mia, è per questo che ci siamo noi donne. Per risolverli.» 
Marco le afferra un lembo della gonna. «Con chi stai parlando mamma?» 
«Nessuno amore mio, vai di là.» 
«Ma io ho fame!» 
«Ti ho detto di filare di là!» 
Lo segue con lo sguardo mentre si allontana ciondoloni. Sospira. Si avvicina alla culla di Matteo. Solleva il corpicino fragile, tanto debole che sarebbe bastato un nonnulla per spezzarlo. La bocca minuscola, la lingua sporgente. Accarezza la parte posteriore del cranio trovandola eccessivamente piatta. Una creatura storta. 
«Avanti Marisa, ti ricordi no? É un po’ la stessa cosa.» 
Afferra la testolina tra le dita. 
«…e ci dai uno strattone bello forte!»

Giunta in cucina prende il barattolo dalla credenza, svita il tappo, e preleva le poche banconote al suo interno. La voce di sua madre si è zittita, forse definitivamente; un po’ se ne dispiace. 
«Che stai facendo, Mamma?» le chiede Marco. 
Lei gli sorride con occhi spenti. «Vado a comprare del cibo. Che ne dici di una fetta di torta?»

***

Mentre chiude la porta di casa alle sue spalle, ringrazia il Signore per averle risparmiato la sofferenza di mettere al mondo una figlia femmina. Essere femmine è un bel problema: la mattina ad ammazzar galline, la sera ad accogliere sperma.

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Responses

  1. Al di là di tutto, giacché hai pensato che avresti potuto offendere qualcuno, (forse qualche donna) un premio te lo sei meritato per l’originalità. Bravo Dario!

    1. Grazie Ivan, perlomeno dell’originalità non faccio difetto.😅😉

  2. Ciao Dario, un racconto difficile da digerire emotivamente, molto forte, un vero pugno allo stomaco. Il destino difficile di questa donna è legato a una vita da indigene nella maledizione dei soldi che mancano e nella solitudine di un marito che non c’è. La scelta che fa la donna è di quelle difficili, non offensive, che rispecchia la legge della sopravvivenza che “privilegia” il più sano, anche EE a malincuore. L’oscurità è sempre apprezzabile, anche la figura della madre penetrata nei pensieri della donna, una bellissima immagine quanto tetra presenza. Dario, fregatene del concorso, questo è davvero un bel racconto 😊

    1. Ciao Antonino, ti ringrazio tantissimo per questo commento. Anche stavolta hai saputo “leggere” la mia storia alla perfezione.😊

  3. Ciao @giuseppe-gallato e, ancora una volta, grazie per il sostegno. Temevo che alcuni potessero offendersi per il destino riservato al figlio “debole”, nonché per la visione un po’ cruda della donna che di giorno si occupa della casa (ammazza galline), e la sera soddisfa i bisogni del marito (accoglie sperma.)

  4. Ciao Dario. Un racconto dei tuoi, oscuro, dalle tinte forti come i significati espressi. Inutile dirti quanto apprezzo il tuo stile e la tua scrittura che, come in questo caso, gestisce una storia non facile. Per rispondere alla tua domanda sul post che avevi scritto qualche giorno fa… no, non mi hai offeso affatto con questo librick. Non so sinceramente chi tu possa offendere. Vai tranquillo e sereno! 🙂 Complimenti. 🙂

    1. E per fortuna! se i risultati son questi, continua, continua, continua!! 😀

  5. Cavoli, Dario. Complimenti.
    Un racconto per niente facile da digerire, una storia cruda, e dolorosa.
    E scritta molto bene, senza eccessi, con la giusta dose di “sorrisi amari” che fanno abbassare la guardia al lettore, prima di colpirlo con un diretto sul naso con linevitabilità della sofferenza, morale prima ancora che fisica.
    Ben scritto davvero.

    1. grazie @tiziano-pitisci ! 🙂 è che quando un racconto mi piace davvero, ci tengo a commentare in maniera adeguata, mi sembra una forma di rispetto per l’autore 🙂
      PS: e stai a vedere che abbiamo scoperto un nuovo genere per me, quello dei commenti! XD

  6. Carissimo Tiziano, grazie! Ormai, nel bene e nel male, mi sono preso l’onere (e l’onore) di rappresentare l’anima oscura di Edizioni Open. Faccio del mio meglio per esserne all’altezza.🙂

  7. Ciao Dario, era un po’ che non leggevo una bella favola nera. Stile e trama aderenti alla tua vena horror, con alcuni passaggi che come al solito mi hanno fatto sorridere, perché non manchi mai di condire i drammi con un pizzico di humor. Alla prossima folle storia!

  8. “La povera bestiola aveva smesso di fare uova da troppo tempo e la sua carne dura non avrebbe soddisfatto il “
    Questo passaggio mi è piaciuto

  9. Ciao Dario, mi sono già fatta viva in altri contesti e lo sai come la penso. Sì è una storia cruda e difficile, ma come altre merita un narratore che sappia darle voce. Anche a me il racconto è piaciuto molto.

    1. Carissima Micol, grazie !😊
      In fondo, sai anche tu che è sempre la storia, mai chi la racconta.

  10. Complimenti Dario, un racconto forte da digerire ma veramente bello, scritto bene e angosciante al punto giusto.
    Un mix di miseria e follia, colpa e necessità, che spinge il lettore a empatizzare con la protagonista, quasi a capire un gesto altrimenti inconcepibile.
    Il finale circolare poi è la ciliegina sulla macabra fetta di torta.

    1. Grazie per l’apprezzamento. Ormai avrai capito che le storie “normali” non fanno per me.😊