Laura e il pesce.

(Giorno 1)

La giornata era bollente. 

La sera prima sua madre aveva detto:- «Domattina partiamo». 

Laura fissava il suo pesce rosso dentro alla palla di vetro, faceva piccoli giri al rallentatore, poi guizzava in avanti tra le alghe di plastica.

Si era occupata di lui filtrando l’acqua, senza perderne neppure una goccia.

«E il pesce?» chiese Laura.

Sua madre sbuffò. A Laura fu chiaro che non intendeva portarlo.

Si coricò con l’idea che forse nella nottata a sua madre sarebbe venuta in mente qualche soluzione, magari metterlo nell’acqua filtrata per la terza volta di una bottiglia dal collo sufficientemente largo per farcelo passare, giusto il tempo del viaggio. 

Da giorni in molti lasciavano la città, nonostante il caldo togliesse il respiro e contro le raccomandazioni che erano state fatte a ciascun abitante, via telefono, radio e per posta.

Stare in casa il più a lungo possibile

I tetti riparavano dai raggi solari mentre all’esterno gli alberi si accasciavano al suolo come stecchi di grano spezzato. Bisognava attendere le perturbazioni dal Nord, avere pazienza. Occorreva sperare che l’aria leggermente fresca mandasse in frantumi il muro di bollore e che la grandine battesse come un martello sulle strade e nelle dighe a generare nuova vita.

Alle prime luci del giorno la loro casa sembrava già vuota.

«Senza il pesce non vengo da nessuna parte!» disse Laura puntando i piedi sulla porta. 

La madre chiudeva denari e abiti in un borsone da viaggio, la sua faccia era rossa per lo sforzo di spingerci dentro i diversi paia di scarpe di diversa fattezza e bordure a cui non intendeva rinunciare. Non si voltò, se lo avesse fatto avrebbe visto il labbro inferiore di una bambina tremare.

Alla stazione la lama del sole rendeva roventi le lamiere dei vagoni, nonostante ciò si accalcavano gli uni su gli altri i più coraggiosi, dando il via alla migrazione di massa.

Il treno avrebbe raggiunto in due giorni le montagne, dove l’aria era meno quindici gradi Celsius rispetto al lungo valle. Le cose si erano capovolte: le mandrie stavano chiuse nelle stalle e le persone ora erano mandrie pronte a risalire i pascoli per cercare l’ombra.

Le verghe stridevano, l’olio di manutenzione si era liquefatto colando sul terreno e i finestrini tirati giù a forza lasciavano passare la calura che si trasformava in aria spazzata sulle facce a 300 km/h dando l’impressione di respirare dinanzi alla bocca di un enorme ventilatore che deformava i connotati, allungandoli, appiattendoli come di gomma. I passeggeri però ritrovavano i loro ragionevoli pensieri, propositi e sogni. Quando il treno si bloccava alle stazioni di transito, la pelle del viso si apriva dove pochi istanti prima l’aria aveva seccato le pieghe dei lineamenti e mangiato la carne, arrostendola.

Il treno ripartiva lasciando immaginare che il mondo fosse tutto in quel viaggio.

Laura si adagiò sulla poltrona di fianco, era l’unico modo in cui riusciva a tenere in pari la boccia di vetro con le tre dita d’acqua.

Fissava il pesce. Ondeggiava mostrando a tratti la sua schiena oltre la superficie. Ci mise un dito dentro. L’acqua si stava scaldando e le pareva che il pesce aprisse la bocca e fosse poi lento nel richiuderla.

Dal vetro lo guardava e il pesce guardava lei. Iniziò a battere contro la parete come attratto da minuscole particelle di cibo. Le lentiggini che Laura aveva intorno al naso s’ingigantivano come sotto a una lente d’ingrandimento, al di là del vetro parevano alghe gigantesche.

«Non morire» gli sussurrò Laura con la voce piccola che proveniva dai suoi sei anni. «Se muori, morirò anch’io».

Sua madre si stropicciò la faccia cercando di ricompattare i lembi della pelle secca come carta vetrata e Laura pensò che sua madre non sarebbe sopravvissuta al treno. Per farlo avrebbe dovuto sottrarsi ai 300 km/h di aria bollente che le soffiavano nei pori, negli occhi e dentro al naso, approfittare di una delle poltrone vuote, sdraiarsi anch’essa e rimanere sotto la zona di fuoco.

«Che fai parli da sola ora?» chiese la donna.

Laura chiuse gli occhi e fece finta di dormire. Il pesce fece lo stesso. Si fermò nel centro della boccia a fissare le alghe che ora erano immobili.

(Giorno 2)

Una mano la scosse per la spallina della camicetta. Era il controllore.

«Scenda chi è vivo e vada a rifornirsi di acqua fresca. Fuori ci sono 54°C, accettabili di questi tempi.»

Laura si tirò su e vide un cassone ricolmo di bottiglie di acqua, proprio fuori dal treno.

Il pesce mosse la coda.

«Come si fa con il mio pesce?», domandò Laura indicando la palla di vetro sul sedile.

«Hai del tessuto in cotone?» rispose il controllore.

Laura si frugò nella tasca dei pantaloncini e trovò il fazzoletto candido con le proprie iniziali ricamate sopra.

«Filtreremo l’acqua di una bottiglia e il tuo pesce sarà salvo!»

Il cassone con l’acqua stava sulla destra del marciapiede vergato. Il treno proseguì fino al binario morto.

Lì un secondo cassone raccoglieva i resti secchi di chi aveva viaggiato col vento in faccia. Alcuni si sgretolavano come statue di sabbia da raccogliere con la pala.

Laura si mise in fila dinanzi al cassone dell’acqua. 

Il controllore si avvicinò.

«Mi dispiace per tua madre…» disse.

Laura tirò un profondo respiro, due lacrime le rigarono il viso asciugandosi subito.

Poi pensò che per vivere in un mondo nuovo bisognava fare due cose: attraversare l’inferno in treno e avere con sé un pesce rosso di cui prendersi cura.

(aprile, 2020. A Laura, mia amica)

***

Un giorno qualunque del 2020.

Taglio di corsa i venti metri che mi separano dal bosco dietro casa, mi ci tuffo come nell’acqua del mare in pieno agosto. Si è fatta avanti la necessità fisica di attraversare la macchia.

Adesso è il tempo dei muri invisibili, peggio che scampare al tiro di un cecchino bastardo che almeno lo vedi.

È mancato il freddo quest’inverno, forse è per quello che ogni cosa appare sottosopra. Le città vuote, gli ospedali pieni.

Così mi è venuta alla mente la storia di una bambina e del suo pesce.

BB

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Discussioni

  1. Un racconto distopico, ma nemmeno poi tanto. Forse è solo questione di qualche decade, prima che ci ritroveremo a fare il conto con tali temperature.
    Un messaggio bello forte, non c’è che dire.

    1. Grazie, Alessandro. Le passeggiate in solitaria aiutano a schiarire i pensieri, offrono suggestioni, anche, almeno per me. Questo è un viaggio che siamo stati chiamati tutti a vivere. A presto.

  2. Ho letto e riletto più volte.
    Cinque, forse sette.
    Non ho capito nulla o quasi nulla.
    Ma ognuna delle volte un brivido freddo mi è partito dal centro del collo e percorrendo la mia spina dorsale un pò storta, è arrivato al centro delle natiche e anche più in avanti. Ed ho sovraeccitato.
    I peli scuri fitti e lunghi del mio avambraccio destro e della mia gamba destra, che ricrescono troppo rapidamente per starci dietro nel tosarli, sono ancora tutti fieramente dritti. Eppure è già un po’ che sono qui, rannicchiata in mezzo alle lenzuola abbaruffate e puzzolenti di sudore, che penso.
    Ma cosa penso. Alla mamma, alla bimba, al pesce? O al treno?
    Penso a me.
    Penso che il mio treno ha corso, alla velocità delle lumache, a zigozago, con diverse fermate impreviste, ma sono al tiepido. Sono realizzata.

    1. Anch’io ho letto e riletto molte volte dopo averlo scritto, al fine di renderlo efficace. Poi, ho bevuto una tisana davanti al camino per rileggerlo ancora perché in me aveva generato quiete anziché agitazione. Dal tuo commento comprendo che il racconto è efficace, quindi sono contenta. Il “viaggio in treno” prima o poi lo compiono tutti nella vita, ognuno il proprio e con gli strumenti che gli appartengono. Grazie per la tua lettura.

  3. Ciao, in questo racconto hai raccontato un apocalisse con gli occhi innocenti di una bambina. Mi ha inquietato, quando dice della gente ammassata per salire sul treno e fuggire. Con il finale sono rimasto spiazzato.
    Complimenti… gP