
Le Statue
«Ombre informi, soffi malati di carni remote e morenti, nascoste lassù, oltre gli squarci del cielo, da dove un’orda depravata s’è infranta addosso alle nostre vite. Sotto il suo cammino si coagula un liquame di cose morte, in cui imprime la sua bavosa scia in quello che un tempo era il nostro firmamento. Quando s’aprono quelle fessure nel cielo ed essa scende da chissà quale mondo, le carni si dissolvono e gli alberi divengono rostri color sangue, mentre i mari, i laghi e i fiumi si trasformano in stagni oleosi di putredine. La neve è scomparsa; ho sempre amato sentire la mia neve sulle piume, nelle prime luci bianche dell’inverno. L’alito del Signore dei Cento Milioni di Anni arde d’un’innaturale crudeltà, sotto di esso fondono finanche le rocce delle montagne e le sabbie diventano oceani di vetro.»
Matt afferma come tutto ciò che io gli racconti sia nella mia mente un ricordo che gira su stesso. Un nastro di Möbius in cui sono rimasto invischiato da quella notte, in cui tutto ciò che era sempre stato, non fu più. Quella che per natura era la nostra dimora, d’un tratto fu la casa di qualcun altro. La realtà di un’altra specie vivente si sovrappose alla nostra, inghiottendoci in un pozzo di oblio per espellerci, immemori e ancora frastornati, dal nostro stesso mondo. Vi fu poi una guerra fra due fazioni di quest’invasori. Non so dire il motivo per cui una di esse era ferocemente contraria al progetto dell’altra, ma un giorno, alle solite ombre marce che venivano vomitate dal cielo squarciato, seguirono aure argentate, vibranti, che colpivano le prime, facendole evaporare. Allora il cielo s’accese d’un bianco mai visto, ero uno dei pochi rimasto sveglio, tutti quelli del mio villaggio giacevano -al pari del resto del mondo- pallidi e immobili sui loro letti, avvinti dal sonno d’un coma inspiegabile. Andai alla finestra, attratto da quel fragore di luce; le mie retine si ghiacciarono all’istante, infrangendosi. So che il Signore dei Cento Milioni di Anni irruppe sul campo di battaglia, ne avvertì il boato più potente dell’esplosione di mille vulcani. Fu un lampo rosso di fuoco e sangue il suo passaggio nella mia anima. Si erse contro i suoi avversari, e captai le vibrazioni profonde della sua mazza da guerra colpire il cielo e tutti coloro che osarono fronteggiarlo. Poi vidi nel buio della mia cecità i suoi mortiferi cavalieri entrare dai neri spazi celesti che s’erano spalancati, e questi brandivano armi indicibili, spietati, poiché l’unico impulso ad animarli era la smania di uccidere. I guerrieri argentei resistettero a quei colpi ed ebbi chiara percezione della loro sofferenza che non potrei mai descrivere. Pur così ridotti combattevano contro gli assalti d’una violenza al di là della mia stessa immaginazione. Poi sentii un forte colpo e di seguito un tonfo, mi percorse una scossa di terrore nel capire cosa stava succedendo. La porta del mio rifugio era venuta giù, qualcuno l’aveva abbattuta. Ora avrebbero compiuto scempio dei miei e di me, perché sapevo che l’Armata del Signore dei Cento Milioni di Anni fa questo; banchetta con le carni dei nostri corpi, quando trova ed espugna una nostra roccaforte. Quel triste imperatore si lascia precedere dai suoi latori di indecenza, incidendo nella mente le immagini di ciò che presto la sua orda avrebbe compiuto. Sapevamo tutti, quindi, cosa ci sarebbe successo, una volta caduti alla sua mercé. Visioni inconsuete e terribili s’erano sparse molto tempo prima dell’invasione, fra la mia specie; un’epidemia misteriosa che infettava le nostre fantasie. Li avevo sognati anch’io quegli spettri, strappare con le mani le viscere dei prigionieri vivi e a cuocerle sui fuochi accesi con gli arredi se ciò li ispira, oppure a inghiottirle ancora sanguinanti. In qualche modo, il fatto che sarebbe tutto finito lì e in quel momento, era una consolazione. Saremmo andati via tutti da lì, io e la mia famiglia, ce ne saremmo andati dall’esistenza tutti assieme.
Quando entrò il soldato il dolore allo stomaco si fece intollerabile e vomitai. Una cosa colpì la mia mente, nello stesso momento in cui caddi per terra, un bagliore argenteo perforò le tenebre della mia cecità. Compresi che non era un soldato dell’Armata, ma uno di quelli che l’ostracizzavano. Mi chiesi questi qui come sarebbero stati. Quasi nessuno li conosceva, v’erano pochi racconti dei Bardi sopravvissuti riguardo alla loro indole. La cosa che li distingueva da quegli altri, a parte l’aura argentea, era anche il fatto di non essere guidati da un’unica mente, contrariamente a quell’orda sinistra sgorgata dalle voragini cosmiche, la quale si muoveva come un sol essere, seguendo all’unisono il pensiero del suo imperatore. Nelle legioni dei Cento Milioni di Anni non v’erano generali o luogotenenti, nessuno recava lo scettro di maresciallo, v’era una sola testa pensante, l’unica, quella del Duca Giallo e poi la miriade di spiriti che il suo pensiero muoveva ora in massa, ora uno ad uno, secondo le sue esigenze. Da quel poco che conoscevo sui guerrieri d’argento, essi erano un’unità suddivisa in armate, brigate, reggimenti, battaglioni. Un reticolo di menti che intrecciavano le loro visioni, ordendo le loro strategie in un continuo lavoro d’interconnessione.
«Sei solo?» rimasi imbambolato innanzi a quel combattente. Fu la prima volta che udii la voce della specie argentea. Una voce bassa, senza fronzoli, indurita dai duelli. «Non aver paura, voglio proteggerti, vieni dietro a me.» credo si accorse di come fissassi il vuoto. Non riuscivo a muovermi, lo stupore mi tratteneva. « Sei ferito?» Allora qualcosa di caldo si chiuse sul mio corpo, un muscolo compatto, simile alla spira d’un animale costrittore, sentii il vuoto sotto di me, quel muscolo m’aveva sollevato. «Non temere, usciremo insieme da qui.» compresi come quella presa fosse un braccio, uno dei due, presunsi, visto che all’epoca non aveva idea di che forma avessero, ma cogitai spesso sui resoconti del Bardi che giungevano dalle città cadute i quali raccontavano di questi guerrieri come fossero della specie degli altri, ma diversi nell’anima. Gli spettri al seguito del Duca Giallo hanno sagome dinoccolate, ragni con quattro zampe e un globo bulboso come testa. Eppure, quando il suo braccio mi levò da terra, captai il corpo del guerriero argenteo come un solido massiccio, denso e caldo; per me fu una scoperta insolita, visto che l’orda dei Cento Milioni di Anni è fatta da ombre gelide e fumose. Altri dietro di lui entrarono, li udii chiamarlo
«Ci sono statue ovunque, Matt.» disse uno di loro.
Era così che ci chiamavano, quando cadevamo in quel dannato sonno? Statue.
«Va bene, occupiamocene subito, non voglio rimanere ancora per molto qui. Le membrane si stanno assottigliando troppo.» comandò il guerriero che mi aveva in braccio. «Tu vieni con me.» mi disse, poi parlò con qualcuno, non ho idea di come, forse attraverso una qualche forma di comunicazione remota «Sto uscendo con un sopravvissuto, si tratta di bambino, tre anni, tre anni e mezzo, fate attenzione.»
Sentii dei rumori dietro di noi. «C’è il mio villaggio, non fate del male a quelli che dormono.» riuscii a dirgli.
« Ora ascoltami, porteremo via i tuoi per metterli in un luogo sicuro, dove saranno curati.»

Così ora mi trovo, assieme ai miei, in quest’ospedale dei Lignaggi Indivisi. Quando non cado dentro me stesso, scivolando in quel tempo in cui nel nostro cielo si aprirono le voragini del Signore dei Cento Milioni di Anni, mi aggiro, vibrando il mio bastone sul pavimento, fra i letti delle corsie dove dormono i miei. Sento i loro respiri innaturali echeggiare nelle macchine che spingono l’aria ovunque, nelle stanze, per aiutarli. Sono rigidi e bianchi, come faccia a intuirne il colore della loro pelle è un’accresciuta percezione del buio, un punto di luce che si è schiuso dall’interno del mio cervello e mi consente di capire senza vedere. Non ho idea di cosa sia, forse si tratta di un antico organo rimasto atrofizzato poiché, nel corso dei millenni, risultò inutile alla mia specie. Alcuni dei miei si sono addormentati in strane posture; rimasti così da allora, sono ancora Statue. Eccetto me, non vi sono altri della mia specie svegli, dormono tutti. Non è stato fatto alcun progresso per riportarli indietro dal regno dell’oltretomba in cui si trovano le loro anime. L’ufficiale che mi ha preso in braccio è un medico, si chiama Matt, lavora qui per capire come risvegliarli. Non voglio immaginare cosa sognino, preferisco dare credito alle parole di Matt: «Questo genere di coma non induce il cervello a generare sogni. Semplicemente sono vivi, a livello basale, cioè il loro organismo provvede a mantenere i sistemi di base per la sopravvivenza. » Il mio spirito sa che sta usando una bugia bianca; non ha molta dimestichezza con la psicologia, non credo sia il suo campo di studio principale. Ma voglio pensare che abbia detto la verità, perché l’alternativa al suo discorso, sarebbe davvero la cosa più triste che avrei da tollerare.
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Mi sono calata in questo racconto e mi è sembrato di vivere l’apocalisse. Ci riporta indietro nel tempo, mai conosciuto razionalmente, ma che forse vive in una profonda memoria, quando tutto era caos e fummo generati, viceversa ci spinge in futuro lontano anni luce (?) dove da altre dimensioni parallele incombe ciò che era stato confinato nelle ombre. Un bel viaggio mentale.
Ti ringrazio per il prezioso contributo, Bettina, coglie bene l’attimo narrativo della storia. Un caro saluto.
Quanta forza, quanta energia in questo racconto, Alessandra! Stivale che calpesta pozzanghera, cocomero che cade dal camion, bottiglia di latte che si frantuma… Ti seguiro’ con piacere. Curiosita`: chi e’ l’autrice/ore del dipinto che inserisci alla fine, non riesco ad identificarlo e mi intriga.
Ciao Nyam, grazie a te per le atmosfere che mi hai regalato! I dipinti sono miei, si tratta di acrilici su carta per artisti. Illustro sempre da me le mie storie. Un saluto!