L’equilibrio perfetto – 2

Serie: L’equilibrio perfetto


Giorgio è un poliziotto.

Non voleva veramente fare il poliziotto nella vita.

Ma si sa, il mercato dei cestini di vimini intrecciati a mano dagli anni cinquanta ad oggi ha conosciuto un declino inesorabile.

E dire che a lui da ragazzo era parsa un’idea imprenditoriale vincente.

Si ricordava ancora quella vacanza in un paesino sconosciuto della Puglia, da bambino, che aveva cambiato la sua vita per sempre. Suo padre aveva insistito a portarci tutta la famiglia perché c’erano dei murales di un artista che nessuno sapeva chi fosse, una specie di Banksy in versione vintage, che raffigurava i grandi quadri della storia dell’arte, da Caravaggio a Leonardo a Raffaello, perfettamente riprodotti, solo che tutti i personaggi erano capre. Provate ad immaginarvi la dama con l’ermellino, dove la dama è una capra, e anche l’ermellino è una capra, e vi siete fatti l’idea. Giorgio aveva solo nove anni all’epoca, ma già odiava le capre, i quadri, e quella ossessione di suo padre di fare i reportage fotografici in posti dimenticati da Dio, per poi infliggerli al resto della famiglia in lunghe proiezioni serali di diapositive, che non finivano mai, e poi venivano chiuse in un cassetto dimenticate per sempre, visto che di lavoro faceva il geometra.

Quindi una sera si era scocciato e se ne era andato in giro da solo, per il paesino sconosciuto della Puglia, ben presto perdendosi per le viuzze sconosciute, tutte uguali, finché era passato davanti a una casa dove una vecchietta seduta su una sedia stava facendo un cestino di vimini. Appena lo aveva visto passare lo aveva costretto a fermarsi, era entrata in casa a prenderne altri sette, e aveva cercato di venderglieli, benché lui avesse in tasca solo le mille lire del gelato. La vecchia però ne voleva almeno venti. All’epoca c’erano ancora le lire. Quando quaranta minuti dopo la polizia chiamata dal padre per ritrovare il figlio scomparso lo aveva trovato, lui era riuscito a scendere fino settemila lire a cestino, che erano ancora troppe, ma a lui non importava perché aveva scoperto la sua vocazione. Gli era piaciuta l’idea di lavorare fuori dalla porta di casa, probabilmente. Ma il padre non fu mai d’accordo e dopo il diploma lo costrinse a fare il concorso per entrare in polizia. Una volta che hai un posto fisso puoi fare tutti i cestini che vuoi nel tempo libero, gli aveva detto baciandolo in fronte mentre lo accompagnava in caserma a fare l’esame. Come me, aveva aggiunto, scattandogli una foto davanti al portone in mezzo ai due poliziotti di guardia.

Così Giorgio aveva fatto il poliziotto, all’inizio la sera quando tornava a casa dopo cena scendeva in garage dove aveva creato il suo laboratorio, intrecciava fino a notte fonda, e così anche il fine settimana. Ma col tempo la stanchezza aveva prevalso, la mancanza di sonno gli faceva perdere la concentrazione sul lavoro. Una volta si era addormentato mentre era di pattuglia fuori dalla casa di un boss mafioso agli arresti domiciliari, e quando si era svegliato tre ore dopo si era ritrovato la frase “GRAZZIE DI TUTTO SOGNI DORO” scritta in rosso sul parabrezza. Naturalmente da dentro la macchina la scritta si leggeva al contrario, e siccome era ancora mezzo addormentato ci mise un po’ a decifrarla. Quando ci riuscì il suo primo pensiero fu che “grazie” si scrive con una zeta sola. Il secondo pensiero fu che “doro” si scrive con l’apostrofo. Conclusa la revisione ortografica il suo terzo pensiero fu, “ma grazie di cosa?”. A quel punto si accorse che c’era una testa appoggiata sul cofano della macchina. La riconobbe subito, era la testa del giudice che aveva messo il boss agli arresti domiciliari. E capì che la scritta era stata fatta col sangue. Preso dal panico, la sua prima reazione fu di accendere il motore e azionare il tergicristalli, cosa che immediatamente trasformò la scritta in uno strato uniforme di rosso sul vetro, che rendeva impossibile vedere al di fuori. Ebbe anche altri pensieri. Citeremo solo il settimo, che riguardava un possibile futuro come correttore di bozze nel caso lo avessero cacciato dalla polizia, visto che in fondo lo spelling gli riusciva bene. I cestini di vimini non comparvero nella sua mente prima del settecentoventinovesimo pensiero, quando dodici ore dopo riuscì finalmente a tornare a casa stanco, sconvolto e umiliato, e parcheggiando la macchina nel garage investì e travolse tutti i cestini che aveva preparato da regalare ai parenti a natale. Solo a quel punto ci pensò. Buttò via tutto e da quel giorno non intrecciò più.

Non perse il lavoro, grazie ad uno zio che da bambino aveva fatto i boy scout con il capo della polizia, ma subì un intervento disciplinare durissimo, e la sua carriera ne uscì distrutta per sempre. Lo misero a lavorare dietro a una scrivania, scriveva e correggeva verbali di denunce tutto il giorno, quindi in un certo senso il suo settimo pensiero si era rivelato profetico. La quasi totale mancanza di errori nei suoi verbali lo aveva reso un punto di riferimento in tutto l’ufficio, e spesso riceveva i complimenti dei suoi colleghi e superiori, quando passavano davanti alla sua scrivania prima di uscire a combattere il crimine.

Con gli anni, Giorgio si era ormai rassegnato al fatto che quella sarebbe la stata la sua vita da lì fino alla pensione, e le uniche soddisfazioni che avrebbe ricevuto in ambito professionale sarebbero state di tipo grammaticale. Ma quando giunse la pandemia, tutto cambiò.

Un giorno il comandante lo convocò nel suo ufficio insieme ad altri quindici come lui, poliziotti senza talento oppure con la carriera rovinata, e comunicò loro in tono marziale che le disposizioni governative di prevenzione del contagio imponevano a tutta la popolazione di rimanere chiusi in casa. Ma si sa come sono gli italiani, disse, bestie anarchiche che le uniche regole che sanno rispettare sono quelle del campo di calcio, e se andavano in giro in edicola o al supermercato anche due o tre volte al giorno in spregio alle direttive e dimostrando una totale mancanza di senso civico.

Africani con la pelle bianca, li definì, utilizzando un’espressione che noi riportiamo qui per puro dovere di cronaca pur non condividendola in alcun modo, e che potrebbe forse a prima vista sembrare razzista, se non fosse che il comandante stesso, in più occasioni pubbliche e private, si era dichiarato orgogliosamente italiano e amante della patria, quindi a rigor di logica doveva trattarsi di un complimento. Africani con la pelle bianca che bisogna trattare a bastonate, aggiunse, con il tono bonario e confidenziale del capo che cerca, come un buon padre di famiglia, di motivare i propri uomini ad agire da uomini, a compiere al meglio il proprio dovere di tutori dell’ordine.

“Per questo ho bisogno di voi”, continuò il comandante, “di tutti voi, per presidiare le strade e fare in modo che i trasgressori vengano puniti con fermezza. La salvezza dello Stato ora più che mai dipende da voi”, concluse, e per un momento Giorgio ebbe l’impressione che il comandante fissasse lo sguardo proprio su di lui. Il cuore gli balzò nel petto. Proprio ora che la sua carriera sembrava finita, era arrivata la pandemia a dargli una seconda possibilità. La salvezza dello Stato dipendeva da lui. Continuò a ripetersi questa frase durante tutto il tragitto verso casa. Ne parlò tutta la sera a Silvia, durante la cena, e poi mentre lavava i piatti, dicendole che quella era per lui la grande occasione di dimostrare quanto valeva come poliziotto, si sentiva come un giocatore che dopo anni di panchina il mister va da lui e gli dice che finalmente giocherà in nazionale. Silvia lo ascoltava con lo sguardo basso, silenziosa, ogni tanto sembrava che volesse parlare ma lui era un fiume in piena. La salvezza dello Stato.

Aveva ancora quella frase in testa quando, il mattino dopo, alzandosi ed andando in cucina per il suo primo giorno finalmente in strada e non più dietro una scrivania, aveva visto sul tavolo, stranamente vuoto senza traccia di colazione, il cestino di vimini che anni prima aveva regalato a Silvia quando le aveva chiesto di sposarlo e guardando dentro al cestino aveva trovato un biglietto scritto a mano in cui lei lo lasciava.

“Grazie di tutto. Sogni d’oro”, c’era scritto sul biglietto.

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