Libertà assassina 

Ce ne stavamo sedute con le gambe accavallate su due vecchie sedie rotte, segno della nostra povertà, un rione umido e consunto il nostro, pieno di voci che non smettevano di rincorrersi.

Ginetta aveva la pelle chiara e chiazzata dall’alcool, quello cattivo, di poco prezzo e usato solo per scaldarsi quando il riscaldamento invece ha un prezzo troppo alto per essere pagato.

-L’ho ammazzato io.

-E me lo dici così?

-E come altro te lo devo dire?

Aveva ragione pure lei, come si dice un omicidio se non come qualsiasi altra cosa della vita?

Portava la sigaretta alla bocca e parlava schietta, le mani minutissime che mi chiedevo come avessero potuto ammazzare qualcuno, l’intento ce l’aveva sempre avuto, ma la forza, quella davvero non sapevo dove l’avesse trovata.

-Che effetto ti ha fatto?

-Vederlo ammazzato dici?

-Da te, dico.

Aveva gli occhi celesti più grandi rispetto al suo corpo piccolo e ristretto, adesso mentre raccontava erano vivaci e pieni di vita, si sentiva il piacere di quello che aveva fatto, in lontananza gli echi delle ambulanze venivano a ricordarci che anche noi eravamo vite in attese di quel destino, che fosse la natura o Dio, qualcuno ad un certo punto ci avrebbe ucciso.

-Piacevole. Ma non ci ho pensato molto, ho fatto e basta.

-Ma come?

La mia curiosità era anche per lei difficile da capire, ma almeno io dovevo sapere.

-Sta zitta va, che guarda chi arriva.

-Gli sbirri?

-No gli altri, i carabinieri.

-Sempre forze dell’ordine sono.

-Se lo dici tu.

Quelli in divisa blu, uomini poliziotti o carabinieri, a me poco importavano, entravano e uscivano dalla casa di Ginetta come delfini nell’acqua, dentro e poi di nuovo fuori, di continuo, cartellette e pistole belle in vista, mentre gli occhi di tutti i condomini cadevano addosso a noi e alla due vecchie sedie rotte.

Ginetta era calma, come se sapesse l’epilogo di quell’avanti e indietro e poco le importava, tutta la sua vita ribaltata dalle mani altrui e lei tranquilla con quella sigaretta non ancora finita che pareva l’ultima che lei potesse fumare accanto a me.

-Ma non ti chiedono nulla?

-Mi hanno già detto ieri, domani mi interrogano.

-Sospettano di te?

-Perché non dovrebbero?

-E tu sei tranquilla?

Era un marzo freddo ed io mi stringevo nel maglione lungo e ormai raggrinzito, sui capelli cascava da sopra qualche briciola di pane e gli uccelli si facevano più vicini, i bambini giocavano con palloni sgonfi e calzoni troppo corti, gente come noi se ne stava seduta in ascolto del cielo, aspettando che qualcosa potesse cambiare senza fare niente.

Le moto stridevano e le auto scivolavano sulle lingue d’asfalto, buttava qualche tuono e non pioveva ancora, avevo messo su il caffè e l’avevo fatto bruciare, Ginetta aveva dormito da me e non le avevo ancora lavato le lenzuola, il divano stropicciato buttava addosso l’aria triste della miseria, e a chi mi diceva se un uomo non mi avrebbe salvato da quello schifo e che sarebbe stato meglio sposarsi, io guardavo Ginetta e pensavo che lei di marito aveva appena ammazzato il suo e che solo ora la vedevo felice, rabbrividivo di freddo e paura perché avrei potuto essere come lei e invece ero sola, sola e fredda e povera e con lo stesso addosso la voglia di ammazzare, per una come me il matrimonio non aveva alcun senso.

-Non preoccuparti per me, ho ottenuto quello che volevo.

Invece io ero preoccupata, e lei manco ne sapeva il perché.

Gli operai dell’appartamento accanto martellavano le pareti con fare vigoroso, io ho pensato alla materia grigia come pittura, volevo solo silenzio e in testa avevo la punta del martello, veloce e simultanea sui miei nervi, rispettare la libertà altrui vuol dire semplicemente rinunciare alla propria, forse era per questo che Ginetta aveva ammazzato il marito, la libertà, quella sensazione utopica di essere persone senza vincoli alcuni, ma lei da una galera legale come il matrimonio rischiava di finire in un’altra galera, e allora che bisogno c’era di passare da un proibizione all’altra? Tanto vale scegliersi bene le proprie catene e cercare di allentarle ogni giorno il più possibile, quel tanto che basta per poi scappare.

Ma poi dicono tutti che quando sei libero non vai da nessuna parte, sei troppo abituato a stare dove sei, altro non conosci e il mondo non ti sembra una novità così allentante da provare.

Gianni ci arrivò accanto, i pantaloni consunti, vecchi di chissà quanti anni e le mani sporche di bianco e gesso.

Lo salutai distratta. 

-Ci lavori anche tu all’appartamento?

Gianni si strinse nelle spalle.

-Mi è capitato questo lavoro, mica lo rifiuto.

-C’hai ragione.

-Ginè, come va? Una vera disgrazia tuo marito. Ci mancherà.

-Sto bene, grazie. Ho solo finito le sigarette.

-Eli, che me lo fai un caffè?

Gli occhi di Gianni puntati addosso chiedevano altro, lo sapevo bene, una frase in codice per entrare in casa buttarmi sul divano e farmi sua. Come fossi la puttana di quel palazzo, che un po’ lo ero, arrotondavo come potevo e ne ricavavo piacere, come gli straordinari di Gianni nei lavori di quell’appartamento, solo che lui ci metteva le mani, io ci dovevo mettere tutta la pelle, e lì seduta con Ginetta accanto e un morto trascinato via la notte prima, mi sentivo stanca ed esausta, e poi su quel divano ci aveva appena dormito Ginetta ed io proprio non avevo voglia di mescolare il suo profumo al mio.

A suo marito l’avevo detto spesso, se viene da me vieni pulito e senza odori, chissà se Ginetta sapeva, anche ora, che io e lui finivamo a letto spesso, sempre su quel divano, che poi solo quello avevo e altro non poteva essere, quindi non è che andavamo a letto insieme, finivamo sul divano, come finivo con tutti quelli che passavano di lì e volevano aprire le gambe e il portafoglio.

Il mio letto era rimasto sacro e ci tenevo che fosse così, nella notti di solitudine, con la croce sul muro, quella del vecchio inquilino e un coperta sempre troppo poco spessa, potevo ricordarmi dei miei vent’anni e di quando ancora non mi sentivo corrotta, non tanto per il sesso, che quello nella vita va e viene, ma per il ruolo diverso eppure uguale che avevo in quel condomino, anche con Ginetta fingevo una parte che non era mia, dalla mia bocca non uscivano mai pensieri del tutto miei, dosavo ogni parola solo per assecondare chi avevo davanti e dentro rimanevo sola, intoccabile, che poi alla fine era quello che volevo, solo suo marito pareva non capirlo e ogni tanto buttava lì di scappare via assieme, io ridevo e fingevo di non capire, ma insieme avevo paura e felicità che potesse parlare seriamente.

Povera Ginetta, aveva finito le sigarette e non sapeva più che dirmi, dovevo farla parlare ancora.

-Fallo tu il caffè Gianni, che noi siamo stanche.

-Ma ti aspetto dentro?

-Tra un po’, ora sto con lei.

-Va bene.

E si ficcò in cucina con la faccia mesta e triste, il pensiero che forse ad andare in bianco non erano solo le sue mani.

Frugai nelle tasche larghe del mio abito marrone, avevo tenuto da parte quattro sigarette da barattare con dello zucchero, quasi come fossimo ancora in tempo di guerra.

-Tieni. Erano il mio zucchero.

-Te lo do io quello, grazie.

-Ma prima, dimmi, come l’hai ammazzato?

-Veleno, fisicamente non avrei mai potuto sovrastarlo.

Ebbi un sussulto che lei scambiò per disgusto.

-Dall’autopsia risulterà, lo sai.

-Lo so, non mi importa. Vai, io ti sto solo rattristando, Gianni ti aspetta.

Si prese le sigarette e se ne accese subito una, Gianni mi aspettava sul divano già nudo e non aveva avuto la premura di farlo veramente un caffè per me, mi fu dentro in pochi istanti e poi solo pochi attimi di noi ansimanti, da fuori una donna cominciò ad urlare.

Raggiungemmo Ginetta sull’atrio che lei era già in manette, io rimisi a posto l’abito sulla scollatura mentre Gianni, senza parole, cercava di togliersi la vernice dalle mani, come segno di rispetto verso le forze dell’ordine, i miei capelli corti e neri si scagliavano nella folata di vento pronta a travolgerci, il volto di Ginetta quieto e regolare mentre i suoi polsi sottili venivano schiacciati dentro i cerchi d’acciaio.

-Sto bene, non preoccupatevi.

-Ginetta, prima mi hai detto come ma non quando.

Lei parve non capire, poi rassegnata mi rispose.

-A mezzanotte, prima che finisse il film.

Scossi la testa, i capelli corti non proteggevano dal vento e il mio sospetto si era fatto vero, quel dubbio era rimasto nella mia testa per tutta la mattina, per tutto il tempo con Ginetta, ma non avevo ancora osato considerarlo un dubbio reale, mi pareva solo lecito.

Anche io ora potevo scappare e invece volevo restare.

– Tuo marito è venuto da me alle 23, per sai cosa, lì l’ho avvelenato anche io, solo che l’ho fatto per prima.

L’avevamo ammazzato entrambe, ma non per gelosia, solo per una specie di libertà assassina che ci aveva richiamato dalla solitudine e chiedeva vendetta, il divano sarebbe rimasto vuoto per molto tempo, e più di tutti, mi dispiaceva per Gianni, che ora in disparte, aveva ripreso a battere il martello sul muro, come impazzito. 

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Commenti

  1. Daniela Tania Linguanti

    Molto bello. Scorrevole. Il ritmo sostenuto della narrazione fa scorrere le immagini come sequenze di un film. Un film francese in xui prevalgono i colori ambrati della luce del primo pomeriggio. Il finale è assolutamente inaspettato. Le Thelma&Louise che scelgono lo stesso modo, inconsapevolmente (e telepaticamente), per liberarsi.

  2. Eliseo Palumbo

    Mentre leggevo ho immaginato le varie scene del racconto come se fossero una pellicola anni 90 girata in bianco e nero. Ho immaginato la periferia di una grande città, le due finte comari al centro di un cortiletto chiuso in alti palazzoni, le sedie vecchie, forse pronte a rompersi facendole cascare a terra, come metafora di quel dialogo così freddo e pieno di finto buonismo ma allo stesso tempo intenso, intensità accentuata dall’incalzante curiosità della narratrice, che aveva in qualche modo incastrato la povera Ginetta, probabilmente conscia dei tradimenti del marito e non rea ma comunque stanca di quella vita tanto da accollarsi la colpa e finire in prigionia.
    È stata una lettura molto piacevole e allo stesso tempo combattuta. Brava

  3. Massimo Tivoli

    Mi è piaciuto molto il lavoro di semina che hai fatto nella prima parte del racconto: spingere il lettore a chiedersi perché tutta quella curiosità e ansia della protagonista? Bello poi il raccolto che ne segue, l’arresto di Ginetta, la rivelazione della protagonista, il passaggio indolore, abitudinario, assuefatto di Gianni. Bella atmosfera noir. Complimenti.

  4. Raffaele Sesti

    Il racconto è intenso e ogni protagonista ti lascia qualcosa dentro.. A quanto vedo dentro la tua storia ci sono un sacco di altre storie che confluiscono tutte fra quelle pareti, in quella rassegnazione e in quella desolazione. Le sedie rotte sembrano le silenziose testimoni di quei fatti, quelli raccontati e quelli ancora da raccontare ed il fatto che anche esse siano malconce la dice lunga sulle protagoniste, loro stesse probabilmente rotte dalla vita. C’è un senso di ripartenza nelle tue righe, l’appartamento in ristrutturazione sembra dare una speranza che qualcosa di nuovo si stia affacciando su tutto quel vecchiume stantio.
    Inoltre ho adorato questa frase: “Ma poi dicono tutti che quando sei libero non vai da nessuna parte, sei troppo abituato a stare dove sei, altro non conosci e il mondo non ti sembra una novità così allentante da provare.”.. frase potente in tutta la sua verità.
    Quelle righe me le porterò dentro per un bel po.
    Brava.
    Alla prossima lettura.

    1. Marta Borroni Post author

      @raffases io davvero non so come ringraziarti! Sapere di aver dato ad un lettore una frase da portarsi dietro per molto tempo, è qualcosa di incredibilmente emozionante!
      Il contesto influenza molto la condizione delle protagoniste, essenzialmente è un dramma semplice, ma dentro di sé ha tutte quelle sfaccettature complesse che l’anima umano sa racchiudere, sinceramente non avevo pensato molto all’idea dell’appartamento nuovo come speranza, era soprattutto un elemento di disturbo maggior e di caos, oltre ad essere un passaggio di legame per Gianni, ma la tua chiave di lettura è bellissima e azzeccata, ed è questo il potere che nasce tra scrittore e lettore, una ricchezza aggiunta che sempre si amplifica.
      Grazie ancora!
      Alla prossima 😀

  5. Faby Fabiana

    Un racconto breve e intenso ch e racconta vite al limite con semplicità e passione. Le protagoniste femminili sono vittime inconsapevoli della povertà e della violenza che trasuda dalle vecchie sedie e palazzi malconci. Una bella scoperta, grazie

    1. Marta Borroni Post author

      @fabyfabiana anche in questo caso, grazie per avermi letto! Questo racconto è solo apparentemente crudo, perchè si snodano vicende umane che possono essere di tutti, al di là dell’epilogo finale, grazie ancora a te!

  6. Andrea Marzola

    Marta, Marta sei una donna bella e intelligente, sai scrivere bene, che dire, sei tu… secondo questo brano ha una caratteristica principale, è molto leggibile, capisci cosa intendo? Scorrevole, veloce, leggero , che ti pace leggere mentre leggi.