Momenti difficili (pt. 1)

Serie: Una promessa è una promessa (3° stagione)


È l’alba quando Richard esce di casa per andare a cercare il figlio. Si dirige subito verso la stalla, vedendo la porta semiaperta che il vento ha continuato a far sbattere per tutta la notte. Le nuvole coprono ancora il cielo e corrono veloci, ma senza mai lasciar intravedere uno sprazzo di azzurro. Richard entra facendo attenzione e cerca John con lo sguardo. Passa davanti al box del cavallo, dando un’occhiata veloce per vedere se il ragazzo è lì, ma di lui non c’è traccia. Così si spinge verso l’angolo più lontano, buio e umido della stalla. Lo trova lì, accucciato e schiacciato contro la parete, gli occhi sgranati e arrossati per il pianto. Appena John sente il rumore dei passi che si avvicinano, volta di scatto la testa, perforando il genitore con lo sguardo.

«John …», lo chiama Richard a bassa voce, ma viene interrotto subito.

«Ѐ colpa tua! Ѐ solo colpa tua! Ti odio!», grida a pieni polmoni, e la voce gli gratta la gola come cartavetrata. «Ѐ tutta colpa tua! Non hai mai capito niente, io dovevo andare con lui, dovevo proteggerlo!». Si schiaccia i pugni sul petto, sfogando così la rabbia. «Dovevo portarlo indietro! Dovevo riportarlo da sua madre! E tu, tu hai rovinato tutto!». Ormai è senza voce. Tyson si muove agitato, nitrendo.

«John, devi andare avanti …», prova a dire Richard, con un dolore antico nella voce. Ma John non lo sente. Non sente nient’altro che il suo di dolore. Tutto il resto è nulla.

«NO! Tom è morto. Tom è morto …». La sua voce si spezza. «Non tornerà più, no. Non … tornerà …», sussurra a sé stesso. Il respiro gli manca man a mano che i singhiozzi si fanno più frequenti. Ma John non si è mai mostrato debole di fronte al padre. Si alza in piedi a fatica, le gambe indolenzite per aver assunto troppo a lungo la stessa posizione.

«John, dove hai intenzione di andare? Va’ a casa … », prima di finire la frase, Richard ci pensa un po’, titubante, ma poi lo fa e si sente libero di un peso che gli gravava sulle spalle dalla nascita del figlio, «ti aiuterò io».

Queste parole si conficcano come una freccia nella testa del ragazzo, fin troppo fuori controllo. Alza lo sguardo sul padre, gli occhi spalancati e con un riflesso simile a quello della pazzia.

«Tu … aiutare me? Aiutare?». Gli si avvicina di qualche passo, con fare provocatorio. Richard però non risponde e incassa ogni parola, consapevole di meritarsi ogni cosa. «Tu non sei mai esistito! Non ti sei mai degnato di essere davvero mio padre. Hai rovinato la vita a entrambi! È solo colpa tua se mia madre è morta! E non ti bastava portarmi via solo lei, no, anche Tom. Tu mi hai tolto tutto! E adesso pretendi di aiutarmi … e come? Ubriacandomi?! Da quando hai deciso di interessarti, tutto ha iniziato a fare schifo. Mi hai rovinato la vita!».

Cammina veloce a fianco a Richard, mollandogli una spallata per passare. Poi prende Tyson per le briglie e senza mettergli la sella, lo conduce fuori dalla stalla e monta in groppa, e così si dilegua tra le colline.

*** 

Kathrin fa un respiro profondo e si siede a indiano sul letto, pronta per suonare per la prima volta il suo nuovo violino. Quando sfiora le corde con l’archetto, si sente trasportata tutto a un tratto a casa, nello studio di sua madre, dove una volta c’erano tantissime tele con vari dipinti. Ha continuato a suonare lì anche quando la madre ha smesso di dedicarsi alla pittura. Le piaceva l’idea di donare nuovamente un po’ di colore e vivacità con la musica. Socchiude gli occhi finché suona uno dei suoi brani preferiti, il canone di Pachelbel. Lo suona tutto per intero, senza essere mai disturbata. Qualche errore mostra il poco esercizio che ha fatto nell’ultimo periodo, ma poter suonare di nuovo è piacere puro. Parte della tensione accumulata in questi giorni si scioglie. È felice che Ben le abbia regalato il violino. In questo modo riesce ad ingannare meglio il tempo, e a soffrire meno per l’assenza di John. Ѐ ormai metà mattina quando torna ad affacciarsi alla finestra per la terza volta. John non è ancora arrivato. Dovrebbe già essere al lavoro in giardino da un po’ di tempo. Ma forse oggi la signora Brown gli ha lasciato il giorno libero e perciò sarà sicuramente dai Collins ad aiutare.

Si alza in piedi e comincia a vagare per la stanza, suonando a memoria altri brani. Alcuni sono così allegri che quasi le viene voglia di danzare, altri invece sono malinconici e il suo sguardo scivola verso la finestra. Sta passando davanti alla porta, finendo l’ultima nota del primo movimento della sesta sinfonia di Beethoven, quando sente un mormorio provenire dal corridoio. Silenziosamente, si avvicina con l’orecchio alla porta, per ascoltare. Il vociferare si interrompe, ma dopo qualche secondo riprende, a un volume più basso. Sono le ospiti più anziane, quelle a cui Kathrin non ha mai parlato. Sono sempre pronte a giudicare e non gli va mai bene niente. Devono sempre sapere tutto di tutti. Al suo arrivo, Kathrin venne affiancata da loro, che con finti modi gentili provarono a farle dire il motivo per cui si trovava lì. Sono state sfortunate, perché Kathrin allora non ne aveva la più pallida idea. A quanto le ha detto Ben, recentemente gli hanno chiesto più volte delle informazioni su di lei, senza ottenere risultati. Perciò Kathrin le ascolta con attenzione, anche se già spazientita, perché sicuramente staranno sparlando su di lei, ipotizzando il motivo per cui recentemente non si è più presentata in sala da pranzo. Però Kathrin si sbaglia. Non è di lei che stanno parlando. Le anziane parlano in modo impaurito, con preoccupazione. A qualcuna trema la voce. Ad un certo punto tutte tacciono ad eccezione di una, la donna che deve aver causato tutto questo trambusto. Parla di un suo lontano parente che risiede in Germania e vive in una cittadina non ancora distrutta dalla guerra. Solo sentendo queste parole, a Kathrin viene la pelle d’oca. Poi l’anziana prosegue, raccontando alle altre ciò che ha letto nella lettera che le è arrivata questo mattino. In quella cittadina, tutti gli ammalati gravi e le persone con difficoltà vengono portate via dalle loro case per essere curati. Ma girano voci che dentro a quei centri in cui vengono ospitate non accade nulla di buono e a poco a poco, ad ogni famiglia a cui è stata sottratta tale persona, arrivano lettere che avvisano della mancanza del loro caro. Appena la signora ha finito di raccontare, le altre ospiti cominciano a mormorare preoccupate, a fare teorie e previsioni sul quel che succederebbe se la guerra non venisse vinta. Ѐ troppo tardi perché Kathrin smetta di ascoltare, le loro ipotesi le ha registrate tutte. Lei rientra tra quella categoria di persone? Cosa farebbero di lei se arrivassero qui? La sua è una malattia incurabile. Spedirebbero qualche lettera anche a sua madre? Come farebbero a rintracciarla? Un brivido freddo le percorre la schiena, facendola tremare. Cerca di sbirciare fuori dalla finestra, per guardare l’ambiente. Giungerebbero fino a questa collina? Scossa dal racconto dell’ospite e dalla paura, Kathrin immagina dei soldati marciare sulla collina, armati, pronti ad impossessarsi della casa di Mrs. Brown. Raggiunge il comodino e prende in mano la cornice con la foto del padre. La guarda attentamente, scorgendo una lacrima scenderle sulla sua guancia attraverso il riflesso del vetro. Le manca il respiro. Perché è sola? Che fine ha fatto Ben o Bertha? Perché non arriva nessuno? Ad un tratto si sente come se il peggio fosse già arrivato. Prende dall’armadio la giacca ed esce svelta dalla stanza, facendosi largo tra le anziane che la squadrano sorprese. Sa benissimo che in realtà non è di Ben o di Bertha che ha bisogno. C’è solo una persona da cui vuole essere rassicurata. Scende le scale correndo ed apre la porta d’ingresso buttandosi a capofitto. Quasi travolge un signore anziano che sta entrando dopo il suo giro in giardino. Dalla sala da pranzo arrivano Ben e la signora Dunn. La vedono appena in tempo, ma non riescono a dire niente che Kathrin sta già correndo sul prato.

«Signorina!», grida Ben, inseguendola. Si ferma dopo qualche metro. Kathrin continua a correre, godendo di un largo vantaggio. Ben si volta per andare a chiedere in prestito l’automobile, ma la strada gli viene sbarrata dalla signora Dunn.

«No, Ben. Lasciala andare».

«Ma Mrs. Dunn …», obbietta sconcertato.

«No. Siamo sinceri. Ha durato più di quanto pensassimo. Ne ha bisogno. Tornerà, fidati», gli dice con convinzione, fissandolo negli occhi. Ben rimane a fissarla per un po’, poi sospira, arreso.

«Sì. Va bene. Va bene. È sempre tornata, no?».

«Sempre. La aspetteremo e se avrà bisogno di essere ascoltata, noi ci saremo».

Serie: Una promessa è una promessa (3° stagione)


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Discussioni

  1. «John, devi andare avanti …», prova a dire Richard, con un dolore antico nella voce. Ma John non lo sente. Non sente nient’altro che il suo di dolore. Tutto il resto è nulla.

    Molto, molto bello. Colpisce. Questo lo chiamo un “bullet poetico”.

    Ecco Linda, mi sono sentito in dovere di restituirti l’attenzione che hai voluto dedicarmi. Ammetto che sono rimasto davvero sorpreso per questo vero e proprio romanzo così ampio, per cui il termine “corale” è l’espressione giusta. Ti faccio i miei sinceri complimenti per la costanza con cui hai portato avanti una storia così impegnativa. Lo confesso, io ci ho provato in passato ma non rispecchia la mia indole narrativa, che in assoluto si orienta sul racconto breve dove punto tutto sull’intensità.
    Del resto, le “SERIE” sono un genere che non avevo messo in conto, in cui ho voluto subito cimentarmi, come hai visto, pur conformandomi al mio stile preferito dello “short tail”.

    Ho scelto un tuo episodio a caso, questo. E di questo, mi è sembrato bello estrapolare la frase che ho inserito in apertura a questo commento. Una sequenza del genere, rapida, veloce, penetrante, è perfettamente conforme al mio modo di scrivere. Mi ci sono riconosciuto, se così si può dire.
    Se mi posso permettere, darei un certo risalto al commento di David Di Guida, poiché questa tua non comune capacità di abbraccio corale è un prezioso talento cha va affinato, nell’ottica di quella semplicità di cui parlavo ieri in risposta al tuo commento. Cercherei una sintesi in meno frasi con intensificazione dei “bullet poetici” ove convogliare un grande significato.
    Questo vale per noi tutti: scrivere è una continua evoluzione alla ricerca del “giusto mezzo” e, superfluo dirlo, uno come me – per esempio – riesce a stare mezza giornata su una sola frase a volte.
    In altre parole: sono pur sempre un apprendista (STREGONE, lo dico io per tutti!)
    Prometti bene, hai tempo, fantasia, capacità.
    A rileggerti presto.

    1. Ciao Roberto, ti ringrazio per questo commento profondo! E come detto a David, ricevere delle critiche costruttive è la cosa migliore perché come dici tu, siamo sempre in evoluzione e ci servono proprio questi spunti per migliorare.
      Non ho avuto grandi problemi nel procedere con costanza nella pubblicazione degli episodi perché effettivamente si tratta di un romanzo pronto che tenevo nel cassetto da tempo e che EO mi ha dato l’opportunità di svelare per episodi. L’unica difficoltà stava nel rispettare le 1500 parole 😁 ma in un modo o nell’altro alla fine si fa tutto! Ti ringrazio comunque tantissimo per i complimenti, li apprezzo molto.
      A prestissimo!

  2. Un racconto corale simile a un film, di mio gradimento. Ho apprezzato il clima che si è creato nelle interazioni umane. Tuttavia, ho riscontrato un eccesso di verbosità in alcuni paragrafi, un eccesso di descrizione: se permetti, vorrei riconoscere il fatto che spesso 4 frasi allungate possono trasformarsi in due brevi ed avere altrettanta potenza.

    1. Ciao David, grazie mille per il feedback e la critica costruttiva. Apprezzo molto entrambe.