Mr. B

«Dai, Maaario. Vieni. C’è la Baaabi!»

Quanto sei fastidiosa. Bla bla bla. Ma te la strappo, quella lingua. Oh se te la strappo. Te la strappo sì!

«Ahahhhhah. Grande, Baaabi. Sei la migliore.»

Parli e ridi. Sempre stai a ridere. Il riso è sulla bocca degli stolti e sul tuo muso ci sta alla grande.

«Allora, Maaario! Ti muovi?»

Stai zitta, compagnia fedele. Daltronde chi altro ti si piglia? L’orco ti fa concorrenza. Quando russi sei spiaccicata a un magliale. Dovresti sentirti. Specchiati, che pure gli specchi ti evitano.

Mario e Sara: due nomi comuni per una triste storia comune. Solo una porta li divide. Semplice legno. Tra le mille venature, però, si nascondono anni di non detto. Anni di rabbia. Anni di risate senza ritegno. Ahahhhhah. Grande, Baaabi.

«Allora? Mi hai sentito? Maaario!»

Se ti ho sentito?! Pure i negri del Burundi ti anno sentito. Mannaggia a loro e alle loro faccie da negri. Ti prendessero tutti assieme e…

Mario non è più un ragazzo, tuttavia è ben lontano da essere un uomo. A dirla tutta, uomo non lo sarà mai. Il suo corpo freme. La fronte è madida di sudore e le ascelle urlano. Grosse spalle, e su di esse una testa di bue. La condanna di essere piccoli in un corpo enorme.

Adesso vengo di là e ti spacco il muso a forza di sberle. Ti cambio i connotati. Oh se te li cambio. Te li cambio sì! Due schiaffoni e vedrai poi come ci ameremo. Coi miei vecchi funzionava. Le mani di mio padre fischiavano che manco un direttore d’orchestra. Però mia madre aveva il buonsenso di tenere la bocca chiusa, ha differenza tua. Tu parli sempre. E ridi, pure. Parli e ridi. Tu e la tua Babi del cazzo.

Mario separa le grosse natiche dal divano. Fa qualche passo grattandosi la pancia. Sbuffa. Solleva le mani fino a tapparsi le orecchie. Dal mondo al di là della porta, la voce irritante continua a perseguitarlo. È la voce di Sara. Conosce quel nome. Forse un tempo aveva perfino amato la proprietaria di quel nome. Un tempo che non è adesso. Babi di qua e Babi di là. Andasse a lavorare invece di starsene tutti i santi giorni con Babi. Anzi! Con Baaabi.

«Eddai, Maaario! Che c’è di interessante in salotto? Vieni da me. Vieni in camera. Dai che c’è la Baaabi.» E ride. Gli sembra quasi di vederla, mentre spalanca la bocca come un vecchio forno.

Che c’è di interessante?! Un sacco di libri. Mattoni talmente pesanti che cadendo frantumerebbero le ossa dei piedi perfino al Bigfoot. Sono l’orgoglio di Mario. Il suo tesssoro, direbbe qualcuno. Si ferma spesso ad osservarli, anche se, a essere sinceri, non ne ha mai aperto nemmeno uno. L’importante e che siano lì, sistemati in ordine alfabetico sulle mensole sopra la televisione. È la cultura, ragazzi. Cosa volete che ne sappia una donna come Sara della cultura. Sara e Babi. Donne come loro della cultura se ne fottono altamente.

«Maaario?»

Zitta rompicoglioni! Io mi spacco il culo in fabbrica e tu? Ti piace startene spaparanzata sul letto ha fare un cazzo, vero? Ma finirà. Oh se finirà. Finirà sì! Mica sono obligato ha mantenerti per tutta la vita.

L’essere umano non è altro che una bestia e Mario non fugge a questa definizione. Muove il suo corpo enorme e ogni passo è un’impresa. Gocce di sudore acido si spandono per il salotto. Un rumoroso borbottio gli ricorda che è quasi ora di cena. Mangerà. Oh se mangerà. Mangerà sì! Prima però ha una faccenda da sistemare. Solo una porta lo divide da Sara. Leggesse un libro, invece di starsene sempre con la sua Baaabi.

Il mondo al di là della porta è una semplicissima camera da letto. Anonima oltre ogni dire. Una semplicissima, anonima, camera. Ad ovvia esclusione di Mario, non c’è nessuno al suo interno.

Sara?!

Dallo schermo di un televisore ventidue pollici appoggiato su un cassettone in finta arte povera, una donna sulla cinquantina, fasciata in un elegante completo giallo, sorride tristemente ai telespettatori.

Babi.

«Dopo la pausa pubblicitaria, ci occuperemo del fatto di cronaca che ha sconvolto la vita degli abitanti di un piccolo paesino in provincia di Bergamo. L’ennesimo caso di femminicidio. Mario non si è limitato a uccidere la povera Sara; ha fatto a pezzi il corpo per metterlo in…Giuditta, la mamma di Sara, ci raggiungerà in studio. Parleremo di questo e di molto altro. Non maaancate!»

Mario si stropiccia gli occhi con grosse mani callose; quando li riapre, la televisione è solo un quadro nero, scuro come il cuore marcio di un uomo che non è un uomo. Attraversa una porta. Passa accanto alla sua collezione di libri senza degnarli della benché minima occhiata. Un’altra porta. Un’altra ancora. L’uomo è bestia e il possedere decine di libri non cambia questa verità. Ogni stanza è un piccolo mondo. La cucina è il Mondo. Nel lavabo alcune stoviglie galleggiano in una melma schiumosa, assieme a rimasugli di cibo. Lo sportello del frigorifero: l’ennesima porta. L’ultima. Mario la apre, sorride, e finalmente mangia.

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Discussioni

  1. Sei talmente bravo a descrivere gli abissi dell’animo umano che quando leggerò il tuo nome sul giornale non mi stupirò più di tanto heheheehe.
    Complimenti per questo bel racconto. Bravissimo

    1. Ti ringrazio, Alessandro! Penso di aver scritto racconti migliori, ma il signor B ha una follia tutta sua.

  2. Ciao Dario, come Antonino ho ripreso la tua storia ora per poter passare al secondo episodio pubblicato di recente. Che dire? Quello di Mario è un inferno che non augurerei a nessuno, né in vita né in morte. Sì, i veri “mostri” sono questi, a loro confronto il mio Moo è davvero un peluche 😉

    1. Hai visto che amore che l’è il signor B? Ahahah
      Come avrai notato, ho deciso di non raggruppare le sue avventure in una serie; Helena basta e avanza (anche se in realtà spero che a voi non basti mai??)

  3. Ho fatto bene ad ascoltare il tuo consiglio, anche il primo racconto su questo mostro nostrano è intriso di insanità! Le origini di Mario e la moglie rompi esprimono una malata quotidianità che non è inusuale e poi, essere nella mente del mostro, a condividere la sua povertà linguistica e la follia, è senza alcun dubbio geniale! È davvero amabile il contrasto tra il tuo narrare, con sfumature poetiche, e la traboccante ignoranza di Mario! Peccato averlo letto solo ora ma… meglio tardi che mai!!

    1. Ciao Antonino, come vedi mi piace sperimentare vari stili di scrittura cercando di essere comunque fedele alle mie caratteristiche.

  4. Siccome qualcuno mi ha fatto notare gli errori ortografici presenti nel racconto, mi trovo costretto a precisare una cosa: sono voluti! Per sottolineare la bassezza culturale, oltre che morale, del protagonista. Piccolo (nel senso di misero) in un corpo enorme. Scusate e grazie ancora.

  5. Ciao Dario. Concordo con quanto già detto nei precedenti commenti: il racconto è tanto malato quanto denso di significato! Come sempre non hai deluso le aspettative, così come la tua penna e il tuo stile: hai ben condotto una narrazione particolare, mettendo in comunicazione il lettore con i dialoghi interni del protagonista. Una tecnica che, personalmente, mi attrae parecchio. Complimenti, folle! 🙂

    1. Grazie Giuseppe. Lo scopo di questo racconto era mettere in luce la piccolezza e la banalità del male. Narrativamente parlando, ho provato a sperimentare (soprattutto nei dialoghi interiori del protagonista). Mi auguro che il risultato non sia da buttare.☺

    1. Ciao Tiziano. Spesso le persone reali (o comunque verosimili) fanno più paura di vampiri, licantropi e mostri vari. PS Su Edizioni open se non sono “malati” non li vogliamo !!! ??

  6. Bella la soluzione di alternare la focalizzazione interna con quella esterna. In
    questo modo, ci fai entrare nella psiche del mostro, del folle, rabbrividendo, inorridendo per ogni singolo pensiero, ma allo stesso tempo ci riveli un poco alla volta il contesto che ha creato il mostro fino alle origini, fino a quando era vittima degli abusi di un padre violento. Narrazione difficile da gestire e tenere in piedi, ma tu ci sei riuscito.

    1. Grazie Massimo. Sbirciare nella mente del mostro è sempre un azzardo. In quella di Mario, c’è ben poco, credimi. ?

  7. Ciao Dario 🙂
    Il tuo racconto è denso di significato, purtroppo. Nel senso che temo tu abbia ragione sulle mille, banalissime, cose non dette che rendono il rapporto una gabbia e il compagno/a un essere insopportabile e odioso. Spesso non per mancanze enormi, ma per un quotidiano fastidio come la voce troppo alta, la volgarità o banalità dei passatempi, o altro che non ci fa più sentire in sintonia con chi avevamo scelto per noi. Bello il modo in cui impedisci al lettore di simpatizzare con entrambi, la sciocca starnazzante video-dipendente e lui, la bestia risvegliata e succube dei suoi peggiori istinti. E il tema delle porte che si aprono, fino a quella del frigorifero, in un’apoteosi di gelida indifferenza alla propria brutalità Come sempre, racconto difficile e intenso. Bravo!

    1. I personaggi di questa storia sono reali, anche se ho cambiato i nomi! Questa è in parte una storia vera. Non il Finale, ovviamente. Grazie Isabella.