Nella notte
Serie: At Last
- Episodio 1: Nella notte
STAGIONE 1
Rientro a casa in serata e, per come mi sento, la giornata finisce qui. Sprofondo nel divano senza neanche cambiarmi, la testa all’indietro, gli occhi sul soffitto. La televisione è accesa su Report. Le solite immagini che scorrono e ti lasciano addosso un misto di incazzatura e rassegnazione. Avrei voglia di non muovermi più, collassato sul divano con una birra in mano, aspettando la notte e basta. Ho bisogno di azzerare i pensieri, svuotare la testa.
Cazzo, no. Mi ricordo che mi sono impegnato con Ricky. “The Hammer”, a lui non riesco mai a dire di no. Si è messo a suonare con un gruppo niente male, ma devono ancora trovare una direzione artistica. Io ho smesso da tempo, però se serve una mano la do volentieri.Anche se questo significa passare la serata ad ascoltare lui e le sue storie.
The Hammer è il soprannome di Ricky, non solo perché suona la batteria: non ama le relazioni fisse e ha un debole per le donne degli altri. Non ho voglia di starlo a sentire, ma è un amico.
Finita la serata mi lascia a piedi: riceve una telefonata, mi dice «scusa, devo andare, lei ha la casa libera sai com’è» e sparisce. Mi ritrovo a mezzanotte dall’altra parte della città, da solo, senza sapere come rientrare. Mentre impreco penso che, se fossimo andati via con due macchine, il problema non si sarebbe nemmeno posto. Ma lui no, lui martella. «Ti vengo a prendere, figurati, che problema c’è, ti riaccompagno io.» Che situazione del cazzo. Ricky, basta darti retta. Lo sapevo che finiva così. Una volta, almeno una, potevo anche prendere una decisione e invece no.
L’attesa si fa lunga e i mezzi pubblici a quest’ora sono pochi. La bruma entra nelle ossa e il fumo non basta a tenermi su. Decido di fare autostop, magari qualche buon’anima si ferma, anche se la vedo dura. Ma oggi, 4 ottobre 2001, tutto gira a modo suo, come se fossi un naufrago in balia delle correnti. E non faccio nemmeno in tempo a tirare fuori il dito che la prima auto si ferma.
Una voce femminile mi dice: «Serve un passaggio?» Non vedo niente, tra il buio e la testa non proprio lucida. «Sì grazie», rispondo. «Un amico ha avuto un problema e mi ha lasciato a piedi.» Penso: ad avercene io di problemi così… «Dai sali», mi dice. «Ti accompagno.»
Salgo in macchina e mi trovo davanti una figura dall’aspetto giovanile, ma con i segni dell’età che affiorano. Complessivamente una bella donna, sicura di sé. È gentile, la ringrazio. Mentre cerco di sopravvivere alla sua guida un po’ “allegra” continuo a osservarla. La vedo manovrare in quel modo con quei tacchi e spero vivamente di non incrociare nessuno. Carla, così si chiama, è una bella donna: sicura di sé, brillante, estroversa, un po’ fuori di testa. Mi piace.
«Ancora in giro a quest’ora?» le domando giusto per rompere il ghiaccio.
«Guarda, ho avuto una giornata infinita, una riunione fiume, una roba che non puoi sapere. Sono stanca e agitata», prosegue. «Lo sto notando», rispondo io. «Comunque non ho tutta sta fretta.»
La conversazione prosegue parlando di lavoro e della vita in città, fino a che, a un certo punto, quasi arrivati a destinazione sani e salvi, si blocca e mi chiede: «Ti va un bicchiere? Dai, l’ultima birra, non ho voglia di tornare a casa. Ci fermiamo qui sui Navigli, offro io.»
Con i battiti a mille per i non so quanti rossi passati, non vedo l’ora di scendere da quell’auto. Vorrei dirle «no grazie, lasciami pure qui, proseguo da solo», ma poi, preso dalla situazione, mi lascio andare: «Sì dai, perché no, ci sta una birretta, però pago io, è giusto così.» Mi sono fregato da solo, penso un attimo dopo. Mi devo alzare alle sei e sono stanco morto. Perfetto.
Entriamo in un locale: dieci, quindici persone al massimo, e la conoscono tutti. «Ciao, ciao, baci, abbracci, uè come va, tutto ok?» sembra che si siano dati appuntamento. La guardo muoversi lì dentro e penso che se avessi anche solo un minimo della sua cazzimma sarei un uomo diverso.
Poi arriva la domanda che zittisce tutti: «E lui chi è?» a porla è la titolare. Carla parte in quinta. «È un giovane musicista, l’ho raccolto per strada mentre tornava a casa a piedi, mi è simpatico.»
Il sorriso sulle sue labbra mi fa pensare a chissà cosa abbia capito, mentre le ordiniamo da bere. E poi giovane… insomma, i miei ventotto anni ce li ho. Imbarazzato, balbetto: «Sì… musicista non proprio. Appassionato più che altro.»
Ci sediamo, una situazione inusuale per me e forse per questo Carla ai miei occhi ora è diversa. Occhi neri, capelli biondi tinti, mossi e un po’ arruffati. Un chiodo, nessuna forma evidente ma sensuale da paura. Parla tanto e alla velocità della luce, stordendomi. Mi ritrovo dentro una conversazione che io non avrei mai iniziato, soprattutto con una persona conosciuta forse da un quarto d’ora. Poi, come se mi avesse appena passato il testimone, si ferma.
Mi lancio. Le domando: «Perché ti sei fermata? Solo per aiutare un disgraziato o cosa?» Un attimo di silenzio. Poi sbotta: «Ma che cazzo di domanda è? Tu incontri una donna all’una di notte, ti porta in un locale a bere e le chiedi perché? Ma stai bene?» Provo a giustificarmi, ma la pezza è peggio del buco: tipo, no sai, una donna da sola di notte, di questi tempi… insomma una marea di stronzate inutili mentre attorno a noi sembrano tutti divertirsi.
Sono imbarazzato, non trovo gli argomenti giusti, forse perché non ne ho. Così, dopo aver accennato il mio essere solitario, chiuso e un po’ imbranato, mi esce la domanda che avrebbe voluto sentire fin dall’inizio del nostro incontro: «Raccontami di te, della tua vita.»
Posa il bicchiere. Il rumore del locale si abbassa di colpo. Solo un R&B in sottofondo, roba vecchia ma santa — “At Last” di Etta James, voce inconfondibile. Luci basse, gli ultimi brusii ci abbandonano. Il respiro rallenta e si adegua a questo ritmo. L’atmosfera cambia.
Serie: At Last
- Episodio 1: Nella notte
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