Ombra difettosa

Serie: Helena Everblue


Ingrati, maledetti e stupidi ingrati: questo era il pensiero che torturava le notti di Erphinia della Seconda Casata. Picchiò i pugni sul tavolino di una stanza d’albergo. La mattina seguente avrebbe dovuto recarsi in una minuscola isoletta collegata a quella in cui si trovava tramite un ponticello. Lì l’avrebbero obbligata a imbarcarsi. Era stata espulsa in quanto figlia del consigliere Cowlow; quell’insopportabile scheletrino nero di cui non ricordava il nome aveva pensato a tutto. Ingrati e maledetti stupidi!

Al suono delle campane, si alzò dal letto. Preparò la valigia senza mai smettere di maledire Jade e tutti gli abitanti di quel posto. Immaginava che il re si fidasse particolarmente di quello scheletrino nero se era riuscita a convincerlo a cedere all’incesto.

«Il re e quella negra scopano!».

Sospirò, non poteva fare altro: in fondo, la sua casa era Newcity non certo quella strana isola in cui si trovava in quel momento.

Cercò un briciolo di consolazione nella consapevolezza di aver adempiuto al proprio dovere; aveva dato a quegli ingrati la chiave per la loro salvezza. Il nonno sarebbe stato fiero di lei.

Qualcuno bussò alla porta, e quel semplice gesto la riportò al passato: un uomo nero, Geremia l’Osservatore.

«Allora amica Cowlow, sei pronta?».

«Amica un cazzo.,,Se dicessi di no avrei qualche alternativa?».

Geremia scrollò le spalle. «Quelli di Ellis Island si stanno già occupando delle questioni, come dire…burocratiche. Sono convinto che troveranno una nave pronta ad accoglierti per portarti ovunque vuoi».

Il donnone sbuffò. «Ovunque eccetto qui».

«Io direi ovunque a eccezione delle isole appartenenti alla lega del New Mondo».

Erphinia sollevò le sopracciglia. «Non mi sembra che Newcity faccia parte di questa vostra lega!».

«Newcity?!» Geremia rise. «Penso che nessuno qui la abbia mai sentita nominare. Puoibenissimo ritornare là».

Erphinia della Seconda Casata, fiera aristocratica discendente del fu consigliere Cowlow, sarebbe effettivamente tornata a Newcity, e l’avrebbe fatto imbarcandosi nuovamente sulla nave Requoll. Rassegnata a un’esistenza senza più guizzi, avrebbe ritrovato una ragione di vivere nel desiderio di trovare i pesci leggendari del capitano Acabh. Quale miglior posto del mercato ittico per iniziare la sua ricerca?

***

Solo gli stolti osano ribellarsi al destino e l’uomo senza maschera non era certo uno di loro. Lhara, splendida e immacolata fanciulla, avrebbe percorso la via che Cho le aveva preparato senza che nessuno avesse potuto fare alcunché. Cho non era Dio, ma in un regno lontano dalla luce, Gli si avvicinava parecchio.

Quando Hugo trascinò la bambina con sé, l’uomo senza maschera si limitò ad osservare con la coda dell’occhio le possenti spalle del pescivendolo. Cho che si esibiva in teatrali inchini a ripetizione. Le ombre che, almeno per il momento, si dissolvevano.

«Vieni fuori, ragazzo ingrato!» lo apostrofò il nano. «Volevi farmi fesso?».

L’uomo senza maschera si prostrò a terra, la gola ingolfata di polvere e sporcizia. «No, capo.» Tossì.

«Comunque alla fine la merce è dove dovrebbe essere» meditò ad alta voce l’omino. «Potrei decidere di chiudere un occhio per stavolta.» Sputacchiò una risatina tronca. «Magari ti lascerò vivere e un giorno, chissà, potrei tornare a fidarmi di te».

L’uomo senza maschera sollevò il busto, si appoggiò sulle ginocchia. «L’ho sempre servita bene, capo».

Cho annuì, gustandosi l’immagine di sottomissione che gli stava offrendo il suo sottoposto. «Comunque è bene mettere subito le cose in chiaro: non hai la stoffa per entrare a far parte delle mie ombre, e lo hai dimostrato. Dovessi decidere di perdonarti ti dovresti accontentare di lavori un pochetto più umili; nettare i cessi, pulire le stalle, robette così. I tori cagano a ripetizione e la tua faccia mi sembra proprio indicata a pulire le loro grasse chiappe, Jonathan Bull!».

Tra gli anfratti celati dalla merce accatastata, presero a diffondersi fruscii e scricchiolii, roditori che rosicchiavano e, più in profondità, il suono sbagliato delle ombre che tornavano ad amalgamarsi tra loro. Jonathan indietreggiò come una bestiolina impaurita, il predatore fattosi preda. Tremava immaginando il gelido tocco degli amici di Cho, l’élite di cui non avrebbe mai fatto parte. Lui era un’ombra difettosa. Alzò le braccia a sfiorarsi le rosee guance, il volto squadrato e tozzo che ricordava un grosso ruminante. Impallidì provando ad indovinare dove le ombre lo avrebbero colpito; la zona molliccia appena sotto l’orecchio era riservata alla merce di valore. Con lui non sarebbero stati così gentili, non ce ne sarebbe stata ragione; forse il Punto di Nero l’avrebbe pizzicato all’altezza del petto inondandogli il cuore. Conosceva fin troppo bene gli effetti di quel veleno; tutti gli orifizi del suo corpo avrebbero spurgato la Malattia come orrido pus sanguinolento. Fine dei giochi.

Volevi farmi fesso?

Nessuno fa fesso Cho il mercante.

NESSUNO!

Una forza di uomini oscuri lo sollevò quasi si trattasse di un fuscello, quasi la sua fisicità fosse priva di consistenza. Mentre veniva trascinato via, udì distintamente la voce del suo padrone sferzarlo con parole rabbiose. «Cosa cazzo volevi fare con la mia preziosissima merce? Volevi insudiciarla con i tuoi puzzolenti umori?».

Jonathan raccolse nei polmoni tutta l’aria che poté, lasciò che la sua voce esplodesse superando la soglia delle labbra: «Volevo solo amarla!» disse. «Soltanto amarla!» Ma le sue parole non furono che uno sbuffo di vento disperso tra le risate sghembe di un uomo alto un metro e mezzo.

***

Lo rinchiusero in una stanza spoglia, la pelle grassa che s’inondava dell’umidità sudata dalle pareti. Doveva trovarsi parecchi metri sotto il livello del suolo, in uno degli innumerevoli buchi marci di Cho, forse in un vecchio magazzino di stoccaggio. Qualunque fosse la verità, non aveva importanza. Jonathan Bull non possedeva più maschere con le quali celare anima e viso, tuttavia le vene continuavano a portare sangue carico di rabbia gonfiandogli il cuore al limite della sopportazione. E mentre goccia dopo goccia il desiderio di vendetta montava, vide il volto di Hugo il pescivendolo, lo vide nelle proprie mani mentre gli torceva il collo come faceva sua madre con le galline. Si cibava di tali pensieri, condendoli con il riso infestato dai vermi gentilmente offerto dagli amici di Cho; lo ingurgitava riempendosene le mani. Ruminava meditando sulla colpa del maledetto merluzzaro; se il destino di Lhara era ormai segnato, quello di Hugo non sarebbe stato meno crudele.

***

Quando Hugo si presentò accompagnato da Lhara, il vecchio e scorbutico Markus corrugò la fronte spellata dal sole.

«Per mille cagnacci rognosi maladdestrati!» imprecò. «Servirebbero uomini nerboruti e tu mi porti una marmocchia debole come un uccellino nella pioggia».

«Decido io chi deve lavorare al mio banco dei pesci! Sono io il boss».

«Va bene» si schermì il vecchio. «Come vuoi tu, boss».

Nonostante i dubbi di Markus, Lhara si dimostrò una lavoratrice volenterosa. La teneva sottocchio nella consapevolezza che non sarebbero tramontati troppi soli prima che la Malattia allungasse le sue macabre mani su di lei. E, nonostante facesse di tutto per non darlo a vedere, quella consapevolezza apparteneva anche a Hugo.

La fine, che in realtà sarebbe stata qualcosa di diverso, giunse con un leggero formicolio appena sotto l’orecchio sinistro. Il Punto di Nero era un veleno che, una volta entrato in circolo, lento ma inesorabile raggiungeva il cuore. Lhara non smise di lavorare; la sua unica preoccupazione era ritrovarsi davanti l’uomo con la maschera nera, il suo corpo massiccio. Il fastidio sotto l’orecchio era roba di poco conto; una grattatina distratta e nulla più. Ma ben presto le grattatine lasciarono solchi rossi e profondi accompagnati da un puzzo non dissimile da quello di pesce marcio. Un odore “amico” per la gente della città bassa. L’amico traditore che apre alla morte.

Lhara, semplicemente Lhara. Hugo avrebbe conservato il suono di quel nome nello scrigno dei suoi ricordi. Si spense durante una mattina, sotto un cielo plumbeo che pareva borbottasse il proprio dissenso. Ma il destino segue il suo corso così come il veleno circola nel sangue. Giunsero i monatti con le loro silenti sagome incappucciate e il carretto dalle ruote che stridevano come vedove inconsolabili. Caricarono il cadavere della fanciulla facendolo scivolare in un sacco grigio e, accompagnati dal silenzio che li aveva introdotti, si allontanarono. Dove fossero diretti, non era dato sapere. La morte non era affar di Hugo, e tantomeno di Markus. La morte era affar di ombre. 

Serie: Helena Everblue


Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Horror, Narrativa

Discussioni

  1. “La morte non era affar di Hugo, e tantomeno di Markus. La morte era affar di ombre.”
    Frase ad effetto, grave e solenne. Corro all’episodio successivo, questo mi ha incuriosito ma non saziato

  2. “Cho non era Dio, ma in un regno lontano dalla luce, Gli si avvicinava parecchio.”
    A volte (spesso) tiri fuori delle frasi che stanno in piedi da sole. Questa è efficace, d’effetto, diretta.

  3. Ciao Dario, è un peccato aver visto così poco un personaggio come Lhara, ma d’altronde ti è servito per mostrarci cosa incombe (più o meno) su New City. Tante ombre rimangono, in particolare quelle di Cho, personaggio assai sinistro e inquietante. Mi è piaciuto tantissimo come hai gestito la morte di Lhara e le ossessioni di Bull

  4. Ciao Dario, in realtà ho già commentato a “pezzi”.
    Nell’ultima parte la morte di Lhara mi ha scossa un po’, perché pensavo di imparare a conoscerla meglio e rimanesse con Hugo più tempo. Alla prossima! ;D

    1. Ciao Micol e, come sempre, grazie per il supporto morale che mi offri; per una persona insicura come me è molto importante. In effetti avevo pensato di dedicare qualche episodio al rapporto tra Hugo e Lhasa, ma la storia diventerebbe eccessivamente lunga. Come ho già detto ad Alessandro (Ricci) in privato:leggi bene tra le righe…sei convinta di conoscere il vero destino di Lhara??
      P.S. Hai ragione, mi sono divertito un sacco a scrivere questo episodio.?

  5. ” «Volevo solo amarla!» disse. «Soltanto amarla!» Ma le sue parole non furono che uno sbuffo di vento disperso tra le risate sghembe di un uomo alto un metro e mezzo.”
    ? (so che sai perché, forse è una mia impressione, ma in questo episodio ti stai divertendo parecchio ;D)

  6. “La morte era affar di ombre.”… che frase e che finale!
    Episodio che svela alcuni passaggi, o meglio… che fa luce sulle “ombre” (giusto per rimanere in tema) appositamente lasciate qua e là nella prima stagione. Le immagini sono sempre vivide e quelle legate a Lhara difficilmente riuscirò a dimenticarle! I due capoversi finali poi sono qualcosa di strabiliante: scene sublimi tra il poetico e il tetro. Complimenti! 🙂

  7. Credo che dovrò per forza leggere il prossimo episodio, per comprendere meglio questo… Mi è dispiaciuto molto per Lhara, vedremo più avanti.

    1. Ciao Ivan,
      ti ricordo che questa è la seconda stagione della serie quindi per comprendere alcune cose è consigliabile leggere la prima. Diciamo che nella prima stagione ho posto in essere dei misteri che, pian piano, sto svelando in questa seconda. Grazie per essere passato.?

  8. Bellissimo come al solito, scritto bene e pieno di immagini potenti. Odio quando muoiono i bambini nelle storie, ma la tua serie mi piace comunque.
    I nuovi elementi mi hanno incuriosito non poco, aspetto con ansia i nuovi episodi