
Operazione aperitivo fuori al via
Serie: Fino all'ultima paura
- Episodio 1: La giusta decisione
- Episodio 2: La condizione delle scelte
- Episodio 3: Il dolore di essere persone nuove
- Episodio 4: La condizione delle certezze
- Episodio 5: Il dolore di essere le stesse persone
- Episodio 6: L’amore è quello che facevo
- Episodio 7: Il dolore di essere persone diverse
- Episodio 8: L’amore è quello che farò
- Episodio 9: L’intromissione delle domande
- Episodio 10: L’amore è quello che faccio
- Episodio 1: La paura è alla luce del tramonto
- Episodio 2: Il male è alla luce del sole
- Episodio 3: L’intromissione delle risposte
- Episodio 4: Resistere per non morire
- Episodio 5: Armi invisibili
- Episodio 6: Il bene è alla luce della luna
- Episodio 7: È così che deve iniziare
- Episodio 8: Resistere per non soffrire
- Episodio 9: Armi visibili
- Episodio 10: Sentimenti negati
- Episodio 1: È così che deve finire
- Episodio 2: Sentimenti promessi
- Episodio 3: La paura del passato
- Episodio 4: Sentimenti sospesi
- Episodio 5: La paura del futuro
- Episodio 6: Operazione cena fuori al via
- Episodio 7: La paura del presente
- Episodio 8: Operazione casa nuova al via
- Episodio 9: La tormentata decisione
- Episodio 10: Operazione aperitivo fuori al via
- Episodio 1: L’unica decisione
- Episodio 2: La condizione dei ricordi
STAGIONE 1
STAGIONE 2
STAGIONE 3
STAGIONE 4
Luglio 2012
Lucca
Nelle sere di luglio Lucca risplende di luci gialle e mura arancioni e gli occhi di lui brillano mentre attende una mia riposta, io mi sono già persa nelle sue labbra ma questo non glielo posso dire, non stasera che siamo al nostro primo appuntamento, un aperitivo fuori mi aveva etto, per lavoro, e invece adesso già mi prende a braccetto, mi stringe sfrontato, come se l’avesse sempre fatto e gli fosse permesso farlo anche ora, con il mio vestito bianco che sfiora la sua camicia aderente.
“Siamo già abbracciati?”
“Non dovrei?”
E non riesco a dirgli di no, fa caldo, ho abbandonano il mio scialle leggero nella sua decapottabile, i miei tacchi fini superano il varco della mura antiche e abbracciati entriamo dentro la città, ho la sicurezza che dopo stasera non sarò più la stessa, lui mi cambierà e ne sono certa e mi spaventa, ho raccolto i capelli e non so perché l’ho fatto, forse perché gli ho tagliati e da quando l’ho conosciuto non mi ha ancora vista così, la frangia lunga e sbarazzina solletica le guance e nasconde un naturale fard di rossore, mentre altre ciocche rincorrono il mascara sui miei occhi scuri ora così pieni di lui.
Noi, belli e giovani, siamo perfetti in questa cornice maestosa e antica, come se fossimo nati apposta per essere qui stasera, insieme, in una città che può sembrare una microscopica Roma di bellezza, più intima e sincera da vivere a due.
Un girotondo di fontana ci accoglie prima del bar, lui mi sposta la sedia e mi fa sedere, sfiora la guancia, convinto di baciarmi, ma è solo uno schizzo di gote timide e torniamo ad essere occhi negli occhi.
Vorrei poter dire chi c’è intorno a noi, i rumori della sera, i profumi nell’aria ma ogni sforzo che faccio è solo un affanno inutile in cui torno con me stessa verso di lui, lui che mi attrare nel centro esatto del suo petto.
“Vado a chiedere una cosa.”
Si alza leggero dalla sedia, come velluto che scivola naturale sulla pelle.
Dei camerieri parlano fra loro, fitti e silenziosi insieme, si racconto storie e avventure, uno dei due, russo di nascita, è arrivato qui qualche anno fa e vive ancora in una comunità, tra qualche mese prenderà casa insieme al suo collega, sono giovani quanto me ed eccitati all’idea di quella nuova libertà, nella gioia di quel momento non si accorgono dei clienti che aspettano, poi vedono me, un accenno di sorriso e il taccuino pronto a trascrivere alcool e cocktail.
Ammicca uno sguardo nella scollatura, la frangia si scosta dalla mia fronte innalzata dal vento in un gesto secco, l’elettricità dell’aria contro quella della pelle.
“Cosa desidera, signorina?”
Io sorrido, con il cuore ancora in gola incastrato fra i pensieri del passato e i sogni del futuro.
Giacomo mi arriva accanto in un attimo, nella mano sinistra una rosa rossa e lunga e in quella destra una candela piccola e graziosa.
“Tutto bene tesoro?”
Lo dice come fossimo una vecchia coppia ad una cena di anniversario.
“Certo.”
“Allora possiamo ordinare.”
Il cameriere cambia espressione, la tenuta formale diventa un volto professionale e distaccato da me e da quel pensiero appena sfuggito che Giacomo poco fa aveva già intuito esserci in lui.
“I signori desiderano?”
“Madame, a lei la scelta.”
“Per me un Manhattan, grazie.”
“A me porti un Mojito. E degli stuzzichini, abbiamo fame.”
Giacomo mi guarda di nuovo, il volto sicuro di chi sa quello che vuole, mentre io, impreparata alla nostra felicità, resto a guardarlo rossa e brilla di pura allegria.
La sua operazione aperitivo fuori al via stava decisamente funzionando.
Poggia la candela sul tavolo, un punto rovente fra la passione del suo corpo e la mia, in mezzo a noi la candela sta consumando quel fuoco che ancora non abbiamo acceso del tutto.
“Per te, l’avevo fatta preparare apposta.”
La rosa sa di buono e anche lei sembra velluto che mi scivola addosso sulla pelle mentre con essa lui mi sfiora la punta del naso.
“Marika, vieni qua, non correre.”
Una bambina barcollante sfugge da una madre che sembra non reggersi in piedi, nelle sue movenze l’alcool pare non avere portato allegria, solo un instabile passo che la prospetta sempre più lontana da sua figlia.
Marika cade e il cameriere di poco prima la sorregge, la madre gliela toglie dalle braccia senza avere nemmeno la forza di tenerla in braccio, poi prende e se ne va lontano da noi, mentre dalla borsa spunta un bottiglia di gin mezza vuota.
“Per quello sono finito in comunità, mamma ubriaca, papà drogato e i soldi che finivano tutti lì.”
“Non ci pensare, ora sei qui.”
La frase del secondo cameriere sembra rivolta a me, come a ricordarmi quella che adesso non sono più e infatti Giacomo avvicina la sua sedia alla mia e poggia la mano sulla mia gamba.
“Amore, cosa mangiamo dopo?”
“Eh?”
“Ho detto, cosa ti va di mangiare dopo?”
“No, quello che hai detto prima.”
“Amore. Troppo presto?”
A me scoppia da ridere, come potrebbe non esserlo?
“E in Spagna con me ci vieni, a settembre?”
Cerco la bambina di poco prima, cerco Marika, ma nella piazza ci sono innamorati come me e Giacomo e turisti con il naso all’insù, tra il cielo e le Chiese.
In Spagna non ci andremo mai, ma se Giacomo prova a baciarmi di nuovo questa volta non mi tiro indietro.
Ottobre 2016
Bergamo
Caterina è riuscita a far slittare l’interrogatorio di qualche giorno, li chiamano cavilli legali e a me paiono solo modi per studiare meglio come farla franca, questa è la giustizia e al suo sistema impreciso nessuno di onesto riesce ad uscirne indenne.
Sono stanco, lo sento dal collo teso e i polpacci che bruciano da maledetti sotto i jeans stretti e gli stivaletti, vorrei tornare a casa a preparare la cena per Elena ed Anna, quel gesto di famiglia dopo una giornata come questa mi ha sempre rilassato, Anna che portava le sue Barbie sul tavolo di marmo ed Elisa che faceva partire playlist improbabili e quasi sconosciute a tutti e poi, mentre il pomodoro finiva di cuocersi e l’acqua bolliva, ci trovavamo tutti a ballare canzoni strambe sul tappetto del soggiorno, nessuno avrebbe potuto dire che eravamo belli e coordinati, ma a me pareva di poter dire con certezza che comunque eravamo felici o almeno ci provavamo ad esserlo con tutti noi stessi.
Ho provato a ricercare quelle canzoni, ma non mi ricordo un solo titolo esatto e poi che senso avrebbe ballarle da solo, con la casa spoglia della loro presenza, a ricordarmi qualcosa che invece, tutti giorni, combatto per tenere lontano da me?
Così lascio stare e finisco per bere birra e mangiare panini ad un angolo qualsiasi della casa con i rumori della città di sotto a intavolare per me discorsi che io non posso più condividere con nessuno.
Chiamo Beatrice d’istinto, perché non importa con chi lei fosse fino a qualche ora prima, quando sai che una persona può farti stare meglio vuoi vederla contro ogni senso di logica e lei contro ogni senso dell’aspettato è appoggiata al cancelletto di casa, la bottiglia di prosecco nella mano, i capelli sciolti segnati di curve che sanno di forcine appena tolte, ed io non so davvero se stasera potrò evitare di fare l’amore con lei, perché il sesso si infila come pratica soluzione ad ogni dolore e lei è la persona più giusta con cui condividere pezzi di pelle e di lenzuola, anche se ridurla al solo tempo di una notte è come renderla priva della sua essenza.
So che potrei innamorami di lei, come già sto facendo e forse per questo voglio averla, perché lei a ballare su quel tappeto sarebbe l’ideale e so anche che, nonostante questa mia sincerità, le farei più male di quello che ho fatto ad Elena, non sono io l’uomo adatto a traghettarla fuori dal passato e nemmeno quello che le può garantire un futuro sicuro e sperato, roseo come solo lei sa esserlo, al dispetto di ogni tempesta che le è stata trasmessa nella testa.
Lei mi guarda ancora, le gambe appoggiate alla ringhiera, sento che mi vuole come la voglio io, senza per sempre e senza niente che si possa intromettere in quel nostro piccolo presente.
“E quella?”
Le indico la bottiglia nella mano lunga e sottile.
Caterina intanto continua a chiamarmi al cellulare, nell’attesa di un sì che da me non potrà mai arrivare.
“Operazione aperitivo fuori al via. Qualcuno ti cerca.”
“Nessuno di importante. Il tuo fidanzato?”
“È finita.”
“L’hai già detto.”
“Ancora non lo credevo.”
“Sai cosa succede se sali?”
“Sì.”
“E ti va bene? Anche se domani mattina ti chiederò di tornare a casa?”
“So che lo fai per me.”
“La bottiglia ci metterà un po’ a raffreddarsi.”
“Così abbiamo tempo per altro.”
Bacio Beatrice come non ho mai fatto, piano, senza più paure.
Il tappetto ci aspetta per far l’amore mentre tutto il resto del dolore per un attimo lunghissimo scompare e improvvisamente il titolo di una canzone di Elena riappare dritto nella mia mente, come piccolo déjà-vu in miniatura di persone che ormai non ci sono più.
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