Pentiti

Serie: La Voce Innocente del Male


In un ultimo scontro tra Bene e Male, Acheronte, dodicesimo Signore Oscuro, viene sconfitto dagli eroi del momento. Tra paradossi e ironia nera, mette a nudo la decadenza del potere, la follia e la vana gloria dei vincitori, mentre si confronta con divinità arriviste e profetesse enigmatiche.

    STAGIONE 1

  • Episodio 1: Pentiti

Ero inginocchiato nel mio stesso sangue. Attorno a me si stringeva il cerchio di quelli che, presumevo, dopo la mia dipartita sarebbero stati onorati come… eroi.

“Per favore,” pensai. Anche adesso — con le budella che mi sgusciavano via tra le dita — quegli omuncoli… erano otto, a conti fatti. Tre erano già sparsi qua e là, spiattellati sui pilastri o intenti a ridipingere gli affreschi della sala con le loro vertebre. Si avvicinavano cauti. Gli stivali stridevano sul marmo. Il mio petto squarciato si contrasse e quelli indietreggiarono di mezzo passo. Attesero.

Dalla loro fila spiccò una donna rimasta lì, immobile, sin dall’inizio dello scontro. Mi fissava da dietro un sottile velo di candida seta.

“Ah, dev’essere lei.” La profetessa di turno. Comparsa da chissà dove, predicando la parola dell’ennesimo dio appena spuntato e già affamato di ginocchia piegate. Si fece avanti. La pozza scura si infilava tra la suola dei sandali e il pavimento con un calpestio bagnato. Oltrepassò l’invisibile crinale che i suoi compagni avevano costruito con tanta cura. Si fermò alla distanza della mia spada. Nessuna protezione. Nessuna arma. Nessun gingillo estratto da qualche rovina dell’Era dei Sacri Re. Mi aspettavo almeno uno scettro con i soliti sfarzi simbolici della divinità in terra. Protese la mano.

«Pentiti» mi disse.

«Eh?»

«Pentiti. Rinnega il tuo padrone, il tuo nome, Acheronte, e conoscerai l’amore.»

Ricacciai in gola un grumo di saliva sceso di traverso. «Amore? Di chi? Del tuo?»

«Del Primo.» La sua voce trovò nell’eco della sala un coro d’aria che la sosteneva. «Del Sommo Legislatore. Colui che è Coloro che Verranno Salvati.»

Strinsi i denti fino quasi a spaccarmi un molare.

«Lascio ad altri il privilegio di finire nelle tue parabole pagane»

«Come osi, empia creatura!»

Il grido fu preceduto dal sibilo dell’acciaio. Una falce fin troppo familiare puntò alla mia gola. Voltai il capo all’altezza della spalla. Le mie labbra si incurvarono in quello che, speravo, somigliasse a un ghigno beffardo.

«Tra simili ci si riconosce, vero… Bolgia?» Il nome scivolò fuori come un rifiuto tenuto troppo a lungo in bocca.

«Ho sepolto quel nome corrotto molto tempo fa.»

«Oh, vedo, vedo.» Gettai uno sguardo sull’arma per poi tornare a lui. Il suo viso avvampò. Un rivolo nero colò dal mio collo, scorrendo pigramente lungo la lama a mezzaluna.

«Markos,» intervenne la donna con nota dura nella voce, come una madre che rimprovera il figlio. 

Bolgia — o Markos, o qualunque farsa stesse recitando — si ritrasse, porgendo un lieve inchino. «Chiedo venia, Sommissima.»

«Bravo cucciolone.»

«Taci!» scattò lui, sollevando la falce.

«Markos!» Ancora una volta si fermò, il volto contratto in uno spasmo tra rabbia e obbedienza.

«Sì, da bravo “Markos”. Non vorrai rovinare questo teatrino di autoglorificazione, celato da una patina di virtù?»

«Non provare a giudicarla con le tue convinzioni distorte!»

«Lascialo parlare. Sono gli ultimi momenti di un condannato.»

«Che parole rincuoranti,» dissi.

La donna girò intorno a me. Un tocco delicato si pose sulle mie ali. Trasalii, eppure mi abbandonai a quel breve formicolio. Finalmente tornò dinanzi a me. Cercai di fissare un pensiero su di lei, di catalogarla. Il vuoto. Come se il pensiero stesso mi venisse sottratto. Provai a definirne i lineamenti, a incidere nella mia mente il colore dei suoi occhi che intravedevo oltre il velo. Nulla.

«Chi… cosa sei?» cercai di chiedere, ma la parola “cosa” mi morì in gola perché, non appena la pronunciai, dimenticai a cosa volessi riferirmi.

Sollevò di nuovo la mano, stavolta protendendosi al fianco. Le dita si contrassero in un breve spasmo nervoso. Sotto il suo palmo, il nero liquore denso, che aveva smesso di scorrere per farsi specchio, ribollì. Una sfera scura affiorò dalla superficie lucida, increspandola in onde concentriche. Emerse, rivelando un manico di pelle squamata privo di elsa. La donna fece un cenno a un uomo il cui volto era segnato da profonde cicatrici. Egli si avvicinò, ripose la propria spada nel fodero e, distogliendo lo sguardo, afferrò il manico che emergeva dalla pozza. Lo estrasse. Il mio stesso sangue scorreva su una lama, raccogliendosi e gocciolando dalle morsure e dalle scanalature irregolari che ne costituivano il filo. Venne assorbito, condensandosi sul liscio metallo in un rosso pulsante, vivo, delineando ideogrammi che conoscevo fin troppo bene.

«Dunque è così,» dissi in una rauca risata. Mi costò un’agonia senza precedenti. «Fallo, vecchio.»

L’uomo si limitò a mormorare una preghiera. Sollevò l’arma, lontana dal suo petto. Poi l’affondo. Mi trapassò da parte a parte. Uno spietato candore mi avvolse. Il vecchio gemette, le braccia tese nello sforzo di penetrare ancor più in profondità.

“Sta diventando tedioso.”

Afferrai la lama gelida con le mani guantate; sentii comunque il ferro rovente incidermi i palmi. La spinsi, conficcandola ancor più a fondo, finché il manico non premette contro lo sterno. Vomitai un grumo denso direttamente sui suoi stivali. Un gesto decisamente irrispettoso verso il mio carnefice, ma il minimo che potessi offrirgli. Lo stupore si distese sul suo volto. Lo agguantai a me e gli sussurrai nell’orecchio: «Da qui è tutta in discesa.»

Mi spinse via con un gemito strozzato. Mi ritrovai a fissare le tessere di corallo che scintillavano sul soffitto, intrecciate in una grande aquila. Con le palpebre che si facevano sempre più pesanti, esalai il mio ultimo respiro. Sprofondai nel buio. Per un istante che parve un’eternità, non fui più Acheronte: fui solo un’idea.

“Questo è il traguardo, immagino.”

Non c’erano fuochi bianchi a divorarmi. Nessun abisso. Dov’era il momento in cui sarei dovuto annegare nel mio stesso rancore, maledire i vincitori e promettere vendetta eterna?

“…deludente.”

«Acheronte.»

“Ah, ecco!”

«Sei un miserabile.»

Continua...

Serie: La Voce Innocente del Male


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Fantasy

Discussioni

    1. Grazie mille! Mi fa davvero piacere che ti abbia strappato un sorriso. La voce narrante ringrazia per il complimento (anche se ora rischia di montarsi la testa!). A presto con il resto della storia.