Prologo

Serie: AURA


Mi guardava con gli occhi sgranati, incredulo, scandalizzato. Feci per avvicinarmi ma lui si ritraeva come un animale ferito. Smettemmo di parlare – questo mi fece capire che c’era davvero un problema, perché riuscivamo sempre a dialogare in modo tranquillo. Gli occhi grigi e sgranati gli tremavano, la fronte era sudata, il colorito pallido. Tra di noi aveva messo una sedia in legno, dove solitamente appoggiava i vestiti prima di andare a dormire. Quella stanza d’albergo cominciava ad opprimermi, mi mancava l’aria. Le tende pesanti non permettevano alla luce di mezzogiorno di entrare per riscaldare quelle mura diventate tutto ad un tratto gelide. Il grande specchio davanti al letto matrimoniale rifletteva i nostri corpi, distanti e immobili. La moquette sembrava più polverosa e sporca del solito. Avanzai, il parquet cigolò. Mi fece cenno con la mano di rimanere dov’ero e scosse la testa. Sembrava fuori di sé e sentivo di non poterlo controllare come al solito. Restai ferma, con il piede scalzo sulla moquette ruvida rivolto nella sua direzione.

“Non… non fare un altro passo” biascicò ansimante. Lì per lì mi spaventai perché pensai subito ad una specie di attacco di panico o di ansia, non sono brava a riconoscere i problemi altrui. “Ti prego, evita di fare così” mi dissi tra me e me. Cercai di tenere gli occhi fissi su di lui per cercare di sembrare innocua, come se avessi dovuto tranquillizzare una bestia inferocita e pronta ad attaccare se minacciata. Cercavo anche di studiarlo e anticipare le sue mosse, ma per la prima volta mi sembrò totalmente indecifrabile.

“Lasciami spiegare, per favore” gli dissi con voce ferma. Lui continuava a scuotere la testa e sembrava sul punto di piangere. Indietreggiò e si accasciò sul tavolino davanti allo specchio. Vidi che con le poche forze che gli rimanevano tentò di stringere il vaso per i fiori vuoto. Lo avevo svuotato io il giorno prima e avevo lasciato le rose rosse che mi aveva regalato a seccare al sole – avrei desiderato metterle tra le pagine del mio libro preferito per ricordarmi di lui. Tra un singhiozzo e l’altro le sue mani stritolavano sempre con più forza il vaso in porcellana; mi sembrava il Laocoonte soffocato dai serpenti. La mano libera ora gli copriva gli occhi bagnati dalle lacrime, le vene di solito sporgenti si erano nascoste sotto alla sottile pelle diafana. Il tempo sembrava essersi fermato e io non avevo più pazienza per restare. Avevo sganciato una bomba rivelandogli la mia vera identità, e ora non avevo intenzione e voglia di stare lì per raccattare i brandelli che avevo macellato. Rimasi ancora immobile, con il cuore a mille, come se mi aspettassi un colpo di scena.

Tutto d’un tratto il suo viso rosso, rigato dalle lacrime e lucido per il muco mi guardava negli occhi. La mano che prima lo aveva nascosto era precipitata lungo il fianco sinistro. All’improvviso, divorato dalla rabbia, mi scagliò il vaso contro, che riuscii a schivare per un pelo grazie ai miei riflessi pronti. Il vaso si frantumò alle mie spalle perché fermato dal muro ma non udii alcun suono, in realtà. Ricordo solo che fu questione di un attimo: mi ritrovai le mani attorno al collo e la schiena contro il muro. Il suo addome premeva contro il mio, quasi volesse asfissiarmi per compressione. Le nostre fronti erano unite come in una lotta di testate. Le giugulari sembravano esplodere su quel collo sudato e rosso per l’agitazione e la rabbia. Gli occhi così dolci sembravano irrorati di sangue, cattivi, torvi. I suoi denti parevano zanne pronte a sferrare il colpo mortale. Non lo avevo mai visto così, quindi restai lì, incapace di difendermi, nell’attesa dell’attacco finale. Ansimava come un toro inferocito durante la corrida, e il suo fiato bollente mi bruciava il viso.

Decise di mollare la presa, e quell’animale inferocito fu sostituito da un uomo distrutto e debole. Si lasciò cadere sul letto e finalmente decise di lasciarsi andare ad un pianto liberatorio. Urlò un poco, singhiozzò molto. Io lo osservavo dalla parete, immersa tra i cocci del bel vaso di porcellana. Mi faceva male la gola e continuavo a tossire per riprendere aria. Senza nemmeno pensarci troppo mi scansai i capelli dagli occhi e mi aggiustai il vestito – la spallina del reggiseno era caduta, scoprendo leggermente un seno. Le calze autoreggenti si erano rotte a causa dei cocci taglienti. Mi guardai i piedi: sotto i talloni ero sicura di avere conficcato qualche frammento perché sentii dolore e c’era qualche graffio da cui usciva timidamente del sangue. Mi inginocchiai e allontanai i pezzi di vaso da dov’ero io – volevo raggiungerlo.

Le gambe mi tremavano come non facevano da anni, i piedi erano indolenziti, così camminai sulle punte fino al bordo del letto, dove decisi di sedermi accanto a lui. Rimanemmo in silenzio, ancora una volta.

Aveva la fronte corrucciata, gli occhi piccoli e gonfi, le labbra tumide e protese verso la finestra, come se cercassero nutrimento altrove. Non mi sentivo affatto in colpa per ciò che avevo commesso e che aveva provocato questa serie di reazioni in lui – ciò che andava fatto era stato fatto tanto tempo prima, e a me andava bene così. Provai comunque compassione perché era visibilmente ferito e sperduto. Così, tremante, alzai una mano e pian piano la adagiai sopra la sua coscia. Non si scostò. Le sue mani erano giunte e abbandonate alla forza di gravità tra le gambe tornite. La sua mano destra si svincolò dall’altra e cercò la mia. Con il palmo caldo e sudato mi avvolse il dorso ossuto e freddo, facendomi sentire di nuovo al sicuro. Girò leggermente la testa e mi guardò, esangue – non voleva più spiegazioni, non voleva più lottare. Mi girai a mia volta verso di lui; sollevai la mano destra per raggiungere la sua guancia umida. La carezzai come volessi confortarlo nonostante in precedenza lo avessi pugnalato alle spalle senza avvisare. In quel momento pensai che l’amore è stupido ma incredibilmente forte. Qualcosa dentro di me mi suggerì di stringerlo a me, la sua vulnerabilità era attraente per un animo predatore come il mio. Con lentezza estrema ci sdraiammo sul letto rifatto a regola d’arte. Guardai il soffitto in cerca di risposte mentre lui, in posizione fetale, adagiava la fronte sulla mia spalla e lasciava che io arricciassi i suoi capelli morbidi attorno alle mie dita.

Non so quanto tempo passò: quando c’è troppo silenzio non riesco a pensare. Si sedette sul letto e mi fissò le ginocchia sporgenti.

“Esci dalla mia camera” mi disse con voce tremante ma decisa. Non so per quale motivo ma il sangue mi si raggelò nelle vene. Non riuscii a ribattere perché avevo un nodo alla gola che mi impediva di parlare.

Mi sedetti sul letto ed esitai, quasi come volessi esercitare un tipo di resistenza passiva riguardo quella affermazione che non accettavo affatto.

“Va’ via. Ora.” Ribadì. Mi alzai, raccattai le scarpe ai piedi del letto e mi diressi verso la porta, esaudendo così la sua richiesta.

Una volta chiusa la porta alle mie spalle rimasi ancora ferma, con la schiena contro la porta bianca della camera 505. Probabilmente mi aspettavo un segnale di perdono immediato da parte sua. Niente.

“E ora?”

Serie: AURA


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in LibriCK scelti per Voi, Narrativa

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Discussioni

    1. Ciao Tiziano, ti ringrazio, sono davvero molto contenta che ti siano piaciuti questi passaggi che hai evidenziato!
      A presto,

      KH

  1. Ciao Alice, gli ingredienti per incuriosire il lettore non mancano. Io lo sono, curiosa. Soprattutto di conoscere la vera natura di questa donna a quanto pare tutta da scoprire. Magari sbaglio, ma vedo molto mistero e forse qualcosa di oscuro che trascende la ragione

    1. Ciao Micol, mi scuso per il ritardo nel risponderti. Ti ringrazio per aver letto, sono davvero molto contenta che ti sia piaciuto! Magari non ti sbagli su questa donna misteriosa… chi lo sa! Alla prossima

      KH

  2. Ciao Alice, ho trovato davvero interessante questo incipit, o prologo come lo chiami tu, davvero ben scritto e carico di emozioni e descrizioni assai dettagliate. Ho avuto la sensazione che la descrizione della camera raffigurasse il rapporto tra i due e che riflettese i sentimenti posseduti dai due. Inoltre crei in me una gran curiosità, legata al segreto della tua protagonista, e per questo che già aspetto il tuo prossimo episodio?! Alla prossima!

    1. Ciao Antonino, sono molto contenta che tu abbia trovato interessante questo primo assaggio di “Aura”. Ti ringrazio per le tue parole e il tuo tempo. Al prossimo episodio!