Racconto di un innocente

Quella che sto per raccontarvi è una vecchia storia che mi successe quasi sessant’anni fa. All’epoca ero un giovanotto prestante, alto un metro e novanta e con un po’ di pancetta che, ahimè, non sono mai riuscito a buttare giù. In testa avevo una folta chioma bionda e i miei occhi non erano di certo come lo sono ora. A quei tempi non avevo bisogno di questi dannati occhiali. Comunque, forse è meglio che la smetta di annoiarvi con questi vecchi ricordi e torni alla storia principale.

Mi ricordo che quel giorno, mentre camminavo per strada per fatti miei… Figuratevi che ricordo ancora com’ero vestito. Avevo un giubbotto di pelle nero, una maglia bianca con sul petto l’immagine della testa di un leone stilizzata, jeans bucati sulle ginocchia come andava di moda e scarpe da ginnastica nere con i particolari in bianco; mentre, al collo avevo una sciarpa con strisce trasversali di colore blu alternate con strisce di un blu appena più chiaro.

Certo, certo, avete ragione. Volete sapere cosa successe e non sentire i vaneggiamenti di un vecchio sentimentale. Vi comprendo, siete giovani. Alla vostra età anche io non amavo perdere tempo. Che poi, il tempo… Il tempo è una cosa così astratta che anche se cerchi di spiegarla non ci riuscirai mai. O per meglio dire: avrai ragione e torto allo stesso tempo. Ahahah!

Sì, sì, vado al punto. Ma che maniere! Volevo solo fare un po’ di conversazione.

Allora, dove ero rimasto? Ah, quasi mi dimenticavo… Avevo anche un borsone nero che portavo a tracolla, perché quel giorno dovevo andare da alcuni miei parenti che abitavano molto lontano; quindi, presi la mia roba e mi diressi nella strada più trafficata della città per chiedere un passaggio. Mi misi sul marciapiede e alzando il pollice cominciai a percorrerlo avanti e indietro sperando che qualche anima buona si fermasse per darmi un passaggio. A un certo punto vedo un’auto della polizia che accende i lampeggianti e dando un colpo di sirena mi si affianca. Io, sicuro di non aver fatto niente, continuo a fare quello che stavo facendo, quando ad un tratto mi sento afferrare per il bavero del giubbotto e sbattere al muro. Mi giro ed era uno dei due poliziotti che, incurante delle mie urla, mi afferra il braccio e me lo porta dietro la schiena. A quel punto, lo guardai dritto negli occhi. Non li potrò mai dimenticare quegli occhi. Erano di un azzurro molto chiaro, quasi bianco, ma la cosa sconvolgente, non era il colore in sé, ma la rabbia e l’odio che mi trasmetteva quello sguardo.

«Che cosa succede?» gli chiesi sorpreso e intimorito allo stesso tempo, ma lui senza rispondermi, mi spinse nuovamente verso il muro e, afferrandomi anche l’altro braccio, mi mise le manette.

«Ma che fate?» insistetti in preda al panico.

«Sta’ zitto!» mi rispose uno dei due, e sinceramente non so’ nemmeno chi. Ero di spalle e con la faccia premuta sulla parete così forte che quasi mi mancava il respiro.

«Ma si può sapere cos’ho fatto?»

«Lo saprai a tempo debito!» mi sentii rispondere mentre mi afferravano con forza e abbassandomi la testa mi spingevano in auto, per poi partire in direzione della centrale.

Una volta lì, i due, sempre gentilmente, mi tirarono fuori dall’auto e spintonandomi mi trascinarono a forza in centrale, dove ad aspettarmi vi era un uomo di circa cinquant’anni, capelli neri e acconciati con la riga di lato, occhi castani e vestito con una giacchetta blu, camicia bianca inamidata, cravatta rossa e pantaloni di jeans.

«Ragazzi, che state facendo?» disse con un ghigno sul volto.

«Signore, quest’uomo corrisponde all’identikit dell’assassino che ha ucciso il nostro collega.»

«Ucciso, chi? Cosa? Ma che diavolo sta succedendo qui?» chiesi io che non ero ancora riuscito a capirci niente.

«Ah, sì ricordo… Comunque andateci piano. Fino a quando non avremo la certezza che è lui non potete trattarlo così!» e avvicinandosi, mi mise la mano sulla spalla. «Adesso lo prendo io in custodia. Toglietegli le manette e tornate al lavoro!»

«Signore, ma ne è sicuro?» domandò quello con gli occhi azzurri, mentre abbassava lo sguardo per non far trasparire la sua tristezza: chissà che aveva in mente di farmi?

«Certo, andate pure!» rispose e sferrandomi un pugno all’addome, mi afferrò per il braccio e mi tirò dietro di sé. «Adesso a te ci penso io!»

«Ma io non so di cosa state parlando…»

Ok, ok, ho capito. Questi particolari non v’interessano; quindi, vi dico direttamente di cosa ero accusato. Una volta che i poliziotti mi lasciarono al loro superiore, se non sbaglio era un sergente o una cosa del genere… Va beh, una volta che mi lasciarono a lui, questi mi portò nella stanza degli interrogatoti e non vi dico che cosa fu capace di farmi… Comunque, dopo ore passate là dentro venni a sapere che qualche ora prima un uomo alto più o meno quanto me, con capelli biondi e un giubbotto di pelle, aveva rapinato un supermercato e in seguito, per scappare, aveva sparato a un poliziotto uccidendolo.

Alla fine mi portarono in cella e dopo avermi spinto nella cella con forza, quasi facendomi cadere con la faccia a terra, spensero le luci non dandomi nemmeno il tempo di ambientarmi. A quel punto, nella penombra della stanza, illuminata solo dalla luce della luna che penetrava attraverso le sbarre della finestra, mi mossi a tentoni fino ad arrivare al letto dove mi sedetti e portandomi le mani al viso cominciai a piangere disperato. ―Che cosa ne sarà di me?― pensavo, mentre alzando lo sguardo, intravidi qualcosa in un angolino completamente buio della cella. Allora mi asciugai il viso e guardando meglio vidi un’ombra dalle fattezza umane venirmi incontro. Terrorizzato, saltai giù dal letto e mi misi in guardia, quando ad un tratto quell’essere si palesò di fronte ai miei occhi. Era un uomo con una calzamaglia nera, un viso bianchissimo e labbra nera. Sugli occhi, nascosti in parte da una fluente capigliatura nera, linee che partivano dalla fronte e finivano sugli zigomi. Sembrava quasi il protagonista del film “Il corvo”, che per chi non lo conoscesse era un uomo tornato in vita per vendicarsi dei suoi assassini.

―E adesso questo che vuole da me?― pensai, indietreggiando fino a mettermi con le spalle al muro. ―Che voglia vendicarsi di me?― Continuavo a vaneggiare, tanto era il terrore che provavo in quel momento. «Cosa vuoi?» urlai, mentre le mie mani andavano a tentoni alla disperata ricerca di qualcosa per difendermi, ma l’uomo non mi rispose. «Parla!» insistetti sempre più terrorizzato, ma lui per tutta risposta mi sorrise e nell’avvicinarsi fece finta di andare a sbattere contro un muro. Come se tra me e lui ci fosse un campo di forza che gl’impedisse di raggiungermi.

Ammetto che quella scena mi strappò un sorriso, ma poco dopo mi guardò dritto negli occhi e indicandomi mi fece capire che dovevo guardare la finestra. Alzai lo sguardo e, dal nulla, dalle robuste sbarre penetrò una luce che mi accecò per qualche secondo. Quando ripresi a vedere, mi ritrovai in un grande campo di grano e fra le tante spighe vidi un bambino correre a perdifiato. Mi avvicinai e vidi che ero io da piccolo che correvo felice e spensierato in un luogo a cui ero molto legato e che, ahimè, ormai non c’è più. Commosso, mi scese nuovamente una lacrima e proprio quando mi passai la mano sulla faccia per asciugarmi il viso, tornai di nuovo in quella fredda e angusta cella, ma si era già fatta mattina. Sconcertato, mi sedetti sul letto e portandomi le mani sul volto cercai di capire cosa fosse successo. «Che sia stato un sogno?» dicevo tra me e me, ma non ebbi nemmeno il tempo di pensare a una risposta che venne un agente e aprì la porta della cella. «Sei libero. Esci!» mi disse, mentre io alzando la testa lo guardai stranito.

«Ehi, sei sordo? Sei libero puoi uscire!» mi ripeté alzando il tono della voce.

«Ma come? Che Succede?» farfugliai in modo incomprensibile.

«Hanno preso il vero assassino e ha confessato tutto. Tu puoi andare!» ribatté il poliziotto che mi si avvicinò e afferrandomi per il braccio mi tirò su. Poi, schiarendosi la voce e fingendo dispiacere: «Ci scusiamo per l’errore commesso e speriamo che tu possa perdonarci.»

«Certo, sì!» risposi io sempre più confuso, per poi seguirlo.

Alla fine, dopo essere uscito dalla centrale, sono tornato alla vita di sempre, ma devo ammettere che penso sempre a quel giorno, a quell’essere misterioso metà mimo e metà spirito, ma ancora oggi non riesco a darmi una risposta.

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Discussioni

  1. In questo racconto di un uomo innocente, perché questo è, ci sono tanti Lab riuniti. Bravo! Ho apprezzato il modo di creare tensione, evitando di venire subito al punto e rimandando il lettore, con invito a proseguire per conoscere il seguito. Mi è piaciuto. Un saluto e alla prossima!

  2. Ciao Antonio, hai recuperato alla grande tutti gli ultimi laboratori combinandoli assieme! 😀
    Il tuo racconto mi ha tenuta incollata dall’inizio alla fine, oltre ad essere stata una lettura piacevole non vedevo l’ora di scovare un altro easter egg ;D

  3. “Sembrava quasi il protagonista del film “Il corvo”, che per chi non lo conoscesse era un uomo tornato in vita per vendicarsi dei suoi assassini.”
    Ma come si fa a non conoscerlo! 😂 Chi non l’avesse visto, corra a porre rimedio!