RFM

Serie: Cyberfobia - capitolo 1


Qualcosa in lei si mosse come un lampo che precede una tempesta in avvicinamento, dapprima lontano e poi sempre più vicino, ed in numero crescente, fino a scoppiare – e a far scoppiare in lei, una reazione del tutto istintiva: quella era l’occasione che stava aspettando da una vita, da prima dell’Ultima Guerra, da dopo il ritorno sul suolo, da sempre.

Afferrò ambo i manici in silicone di quel mini-frigo verniciato di un nero metallizzato, lo sollevo, lo tirò fuori dal cassetto e…

– Cazzo, merda, porca troia! – imprecò lei.

Una miriade di allarmi e di luci a led iniziarono a trillare e ad illuminare tutto l’hub di ritiro. Jutta fece per voltarsi verso Atum che nel frattempo, aveva emesso un piccolo guaito ed in quel momento, ella vide con la coda dell’occhio la luce di un flash ed una scritta comparve assieme ad un monitor dopo che il cassetto si chiuse in maniera automatica.

Anche quello era un errore?

No, gli allarmi erano per il furto.

Allora il sistema degli hub aveva ripreso a funzionare?

– Che cazzo devo fare? – mormorò tra sé e sé mentre rifletteva.

Jutta stava per scappare quando vide una scritta rossa lampeggiante apparire su quel piccolo monitor che recitava: “TI STIAMO CERCANDO”. La ragazza sobbalzò nel vedere la foto che poi comparve sullo schermo: si trattava proprio di lei dinnanzi a quel cassetto, con il mini-frigo in mano, ma aveva indosso la maschera antigas che le copriva il viso e inoltre, la foto era venuta mossa.

Forse la polizia non sarebbe riuscita a risalire a lei.

Decise che tanto valeva confondere di più la scena del crimine, quindi dette dei pugni al monitor fino a distruggerlo, dunque prese a calci altri armadietti e poi, dopo aver ripreso il guinzaglio di Atum, si dette alla fuga.

– RFM, reato di furto di materiali: se sono materiali di polizia o militari, mi spediscono nell’Arena…

Jutta aveva tenuto un ritmo di corsa per circa trecento metri, poi – esausta dallo zaino pesante sulle spalle e da quel mini-frigo pesante, fu costretta a fermarsi; inoltre, il tempismo era perfetto perché fino a quel momento, nessuno l’aveva vista, ma nei dintorni del palazzo dove abitava, c’era qualcuno che parlava.

– RFM, reato di f… – sussurrò, mentre riprendeva fiato.

Era strano non trovare le persone in stato di allerta, soprattutto gli anziani che avevano l’abitudine di infilare i loro nasi in ogni cosa. L’allarme non si era sentito fino a lì?

Prese a camminare facendo il giro dell’agglomerato di palazzi definibili anche come casermoni: se già erano orrendi per il modo in cui erano stati costruiti, erano resi ancora più osceni e spettrali a causa di buchi, crepe e destrutturazioni qua e là su ognuno di quegli alti, osceni e spaventosi palazzi.

Jutta finse di tenere un comportamento normale, ma persino Atum poteva percepire che la ragazza fosse in un grande stato d’ansia ed in effetti, Jutta – col sudore che le grondava dalla cute dei capelli fino al viso, non sapeva se ce l’avrebbe fatta ad arrivare alle cantine senza farsi venire prima un attacco d’ansia. O era già in corso?

Sentiva la pressione a mille, sudorazione, il cuore che galoppava all’impazzata nel suo petto, uno strano formicolio in tutto il corpo…

“Eppure non mi sono mai sentita così viva”, si ritrovò a pensare.

Raggiunse finalmente l’ingrasso secondario, ovvero quello dedicato alle cantine: erano piccole, malmesse e tutte collegate tra di loro attraverso lunghi corridoi e facenti parte anche degli altri palazzi facenti parte del complesso strutturale e questo per Jutta voleva dire che avrebbe potuto incontrare più persone di quante se ne aspettava una volta fatte le scale per raggiungere il piano interrato, ma ormai si era messa in gioco e in un gioco simile, non poteva fare altro che continuare a giocare.

Ancora elettrizzata ed in ansia, ella raggiunse il piano interrato, quindi allungò il passo con Atum appresso per raggiungere la cantina della sua famiglia il più in fretta possibile.

Fortuna vuole che non incontrò nessun vicino di sua conoscenza, solo alcune persone anziane che la guardavano in cagnesco e sebbene sul momento pensasse che forse in qualche modo, loro erano al corrente del suo crimine, Jutta sapeva che era la sua paranoia a parlare e che semplicemente, quello era un mantra, un comportamento tipico di molti degli anziani della zona, anche se in generale, tutti parevano rivolgersi due tipi di sguardi: tristezza, oppure odio profondo.

Jutta raggiunse la porta della sua cantina e una volta chiusa alle sue spalle, emise un enorme sospiro di sollievo. Lasciò andare a terra il grande zaino che aveva gravato fino a quell’istante sulle sue spalle il quale atterrò con un tonfo. Andò a nascondere il mini frigo nell’angolo più buio della cantina che misurava più o meno una decina di metri.

– RFM: Reato di furto di materiali – ripeté per l’ennesima volta, stavolta in un piccolo sussurro.

Nella sua testa, Jutta si era immaginata il suo arresto già per un numero di volte troppo alto da riuscire a contare sulle dita: aveva immaginato di essere portata via di forza dal suo alloggio, inciampando su ogni gradino delle vecchie scale del palazzo con il suo cane che abbaiava disperato in lontananza. Aveva immaginato di essere presa per la strada, di essere caricata di fretta su degli occhi sospesi e sbattuta nell’Arena senza che le venisse detto nulla. Aveva anche immaginato di venire giustiziata a freddo lì in quella cantina, con un altrettanto freddo colpo di pistola sparato dritto nel cervelletto.

La cosa che l’aveva fatta più rabbrividire però, era il fatto che sua madre e suo fratello Rey non fossero stati inclusi in nessuno di quegli scenari e di tutti gli altri che si era figurata.

Per Jutta, i suoi unici familiari in vita non esistevano nemmeno.

Quella realizzazione la scosse, costringendola a sedersi e dopo aver bevuto con parsimonia qualche goccia di acqua, si lasciò andare ad un lungo sospiro.

Serie: Cyberfobia - capitolo 1


Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Sci-Fi

Discussioni