SOFFIO

Risalivo l’antica mulattiera tra le fasce, arrancando, e sopra di me il sole di mezzogiorno strillava alto sulla collina. Aveva raggi bollenti, che sbiancavano l’azzurro dell’aria mattutina, sbiadivano il verde secco della valle, mi arrossavano fronte e gote accorciandomi fiato e pensieri. La sua luce abbracciava gli ulivi in aureole abbaglianti, cerchi brillanti e perfetti in cui piccoli frutti ovali, ancora acerbi, risplendevano sui rami già carichi, fieramente protesi verso la cupola del cielo in quello che allora mi parve un atto di supplica. Sorrisi, pensando all’aureola dei santi dipinti sull’altare della piccola chiesa di campagna che avevo frequentato nella mia infanzia. Mai, in vita mia, vi avevo percepito una sacralità così intensa e viva. Il silenzio era quello di una cattedrale, rotto soltanto dal frinire intermittente e sommesso di una cicala; un suono che, in quell’atmosfera di quiete religiosa, sembrava quasi una preghiera.

Avevo le mani nelle tasche della tuta da lavoro, e con la destra stringevo il manico freddo e liscio di una pistola.

La calura era insopportabile, la pelle bruciava sotto il tessuto consunto e ruvido. Sentivo il sudore scivolare in goccioloni tondi e freschi sulla fronte e sul petto. Respiravo a fatica.

Colpa del caldo? O della paura?

Quando raggiunsi la cima della collina, dove gli ulivi si facevano più radi, il riverbero del sole mi accecò. Avvertii un rumore, mi voltai e la vidi.

Aveva capelli biondi tagliati corti, e occhi dello stesso colore del mare che in lontananza invadeva l’orizzonte. Mi stava fissando con uno sguardo altezzoso, quasi sprezzante.

Alla vista della ragazza, il mio battito prese una rincorsa tale da farmi ballare il cuore in petto come non accadeva da molto tempo. Le gambe cedevano, la vista calava, e io feci appena in tempo ad appoggiarmi al muretto di una fascia, per non cadere.

Le mie mani tremavano, faticavo a trattenere la pistola.

Di che hai paura, vecchio sciocco, di una ragazzina?

Conoscevo già la risposta. Non temevo lei, ma la mia stessa reazione a quell’incontro. Era il momento di agire, e non potevo permettermi di sprecare un’altra occasione.

Eccomi, sono pronto, avrei voluto urlare a Dio, con quanta voce avevo in gola. Ma non lo feci: ché tanto Dio non poteva sentirmi da lì, e la voce non era in gola.

Ci scambiammo gli occhi per un istante, poi io li distolsi e mi coprii il volto col dorso della mano sinistra, per nascondermi alla luce. Sentii come un pugno allo stomaco, e per un attimo ogni cosa intorno a me sembrò pietrificarsi. Dentro, invece, era un gran baccano. Era rumore, il saliscendi dello stantuffo che si agitava nel mio petto come un cavallo imbizzarrito: sentivo il cuore pompare all’aorta un fluido denso e bollente, che mi procurava dolore. Mi misi in ascolto, e avvertii che dall’aorta il sangue correva a scorrere veloce in tutte le altre vene, serpi fameliche che strisciavano molli nel mio corpo attraverso un’infinità di minuscole tortuose ramificazioni per poi attorcigliarsi, fitte, intorno ai miei pensieri. Le mie tempie pulsavano, il fiato si accorciava. Fu un istante interminabile.

Poi finalmente passò.

Quando riaprii gli occhi, constatai soddisfatto che la ragazza non c’era più. Ma n’era rimasto il profumo, e io mi lasciai allagare. Terra bruciata, legno e polvere svanirono in un secondo, dalle narici e dal cuore. Annegati. Sommersi da una brezza leggera, umida di salsedine e odorosa di muschio e ginestra. La mia voglia di vivere resisteva, dopotutto.

Pensai che non sarei mai riuscito a premere il grilletto, perché ci sarebbe sempre stata lei a fermarmi. La bella biondina con l’oceano negli occhi, che non voleva saperne di morire né di invecchiare, e che ogni volta riusciva a irretirmi col suo fascino sbarazzino. Arrivava sul più bello, proprio quando credevo di essere a un passo dal traguardo. Sbucava da chissà dove, all’improvviso, e mi si piazzava davanti con lo sguardo beffardo di chi sa di essere il più forte, ed è convinto di poter avere sempre la meglio.

Avevo provato in molte occasioni ad affrontarla, ma il risultato era stato sempre lo stesso. Incontravo i suoi occhi, e lì vedevo il mare. Guardavo quel mare, e tra acqua e cielo scorgevo un orizzonte. Avrei voluto immergermi, nuotare fino alla linea del tramonto, ma temevo la profondità e le onde. La paura mi paralizzava, non trovavo la forza di tuffarmi né il coraggio di fuggire. Così restavo immobile, nel mio presente opaco e grigio; senza il colore del passato, senza il luccichio del futuro. E in quell’immobilità si moltiplicava, per quanto possibile, tutta la noia e la frustrazione della mia vita inutile, amplificando in me quella fastidiosa, spesso anche dolorosa percezione del corpo.

La speranza mi tratteneva, e tuttavia non riusciva a salvarmi. La pistola restava sempre in tasca, e il mio proposito era solo rinviato.

Ancora una volta, il momento era passato; ora mi sentivo stanco e impotente. Sconfitto.

Fu una quercia solitaria, lì vicino, a offrirmi un po’ di conforto. C’era un masso nel cerchio dell’ombra, vi sedetti. E subito l’alito azzurro dei rami smorzò la calura che mi infuocava la fronte, e il baluginio lieve delle foglie accese il buio della mia coscienza alla stregua di un lampo. Così rischiarati, antichi ricordi planarono, dolci, nella mia mente.

Nella quiete afosa della memoria più recente, quei nuovi pensieri mi sembrarono liberatori e freschi, come un acquazzone improvviso venuto a spezzare il caldo torrido dell’estate. Guardai il cielo. Non una nube, a turbare il sereno: un temporale sarebbe stato davvero straordinario. Eppure è inevitabile, dissi a me stesso, domandandomi quanto si sarebbe fatto attendere il tuono.

Dal petto, lo stantuffo ballerino si fece sentire.

Piano, vecchio mio, non hai l’età per correre! Sussurrando queste parole al mio cuore, inspirai profondamente un’aria che già aveva in sé la pioggia, rubandole tutto l’ossigeno che potevo ospitare nei polmoni. Poi espirai lentamente, tentando di sciogliere la nebbia calata a confondermi i pensieri.

I miei occhi cercarono la ragazza, invano.

Perché mi trovavo lì? Che cosa era venuta a fare, e dov’era finita adesso? Non sapevo, non capivo, non riuscivo a ricordare.

Poi un boato. Il tuono.

Allora ebbi un sussulto, e mi svegliai di soprassalto.

Ero seduto sul letto, le braccia tese e i pugni stretti contro il materasso, le gambe contratte sotto il lenzuolo stropicciato, la barba arruffata fradicia di ricordi. Il mio cuore era impazzito, fu un’impresa farlo rallentare. L’eco del tuono rimbombava ancora nelle mie orecchie, portando con sé colori, odori e frammenti disordinati che mi precipitavano addosso da ogni parte, rimbalzavano, s’intrufolavano sotto il pigiama a sfiorarmi la pelle, mi facevano rabbrividire fino a tremare. Accadde così che nell’eco di un attimo, io che per tutta la vita avevo arato e seminato senza sosta e senza mai fermarmi a raccogliere, riuscii a mietere un’intera valigia di memorie. Memorie fragili, che incautamente avevo gettato o smarrito, e che mai avrei creduto di poter ritrovare. Con la mia nuova valigia in grembo, mi voltai a cercare mia moglie. E immaginai di vederla al mio fianco, che dormiva tranquilla. Zittii a lungo il mio fiato, per meglio assaporare il respiro di lei, leggero, che sentivo scandire regolare il ritmo del silenzio. E ascoltandolo mi parve di scorgerne le vibrazioni sul cuscino accanto al mio, sotto un groviglio di riccioli sparsi, non più dorati ormai ma ancora belli e morbidi. Nella penombra intuii il profilo di lei, e vidi che aveva sempre un bel volto, sebbene un po’ indurito dagli anni; poi, sotto il lenzuolo, ne scorsi la curva delle spalle e la parabola flessuosa dei fianchi. «Ti amo ancora, Lea» sussurrai, rannicchiandomi su di lei come un bambino sul suo orsacchiotto.

Restai così fino all’alba, abbracciato al mio guanciale, a galleggiare in una tempesta di nuove sensazioni.

In quel viaggio scoprii quanto ancora fosse grande, in me, l’amore che Lea avrebbe potuto chiedermi; e mi stupii di come per la prima volta, dopo anni di solitudine in cui la mia anima si era fatta sorda cieca e muta, ora riuscissi a percepire in me un calore prima sconosciuto. Il tepore di un’aura leggera, che vidi sospesa sul corpo esile e grazioso di Lea, che mi sorrideva dalla cornice in radica sul comodino. Un’ombra di luce tenue e tiepida, che a tratti sbuffava come una brezza lieve nella stanza, e da lì dentro al mio cuore.

Un soffio.

All’alba, il sonno mi riprese tra le sue braccia. E io mi ritrovai di nuovo fra gli ulivi, sulla collina assolata dove la cicala non aveva smesso di cantare. Con le mani nelle tasche della tuta, davanti a me la ragazza dagli occhi color mare.

Stavolta però mi sentivo tranquillo, avevo le gambe ben salde e il fiato non mi mancava.

Ci guardammo a lungo, io le sorrisi.

Poi, a un tratto, rammentai la pistola: la tenevo ancora in mano. Allora la strinsi più forte, tesi il braccio in avanti e con l’indice accarezzai il grilletto: «Perdonami, se puoi», le dissi. Ma poi non udii l’esplosione.

Solo un soffio.

E più nulla.

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