Sotto la pioggia

Serie: Mokum, storie da una città del Nord

  • Episodio 1: Sotto la pioggia

A Amsterdam piove sempre. Cioè, non proprio sempre, ma abbastanza spesso da poter dire che piove sempre.

Un giorno sto tornando a casa dopo otto ore di lavoro. Più una di pausa. Piove. E infatti sono fradicia dalla testa ai piedi, perché non ci ho mica pensato a infilarmi i pantaloni di plastica come quando vado in bicicletta. Da queste parti si fa così quando piove, tuta di plastica, berretto a visiera e via. Stile cosmonauta. Poi cerchi di pedalare in fretta per buscarti meno acqua possibile. Ora sono a piedi e non ho neppure l’ombrello. Del resto a che serve l’ombrello, quando il vento ti sbatte in faccia la pioggia? Non serve a niente, te lo garantisco io. Fatti un giro per le strade di Amsterdam dopo una giornata di pioggia, e vedrai dappertutto ombrelli rivoltati e infilati di punta nei bidoni della spazzatura. C’è sempre qualche turista che ci casca.

Ma insomma sono quasi arrivata, quando vedo due tizi che si riparano dalla pioggia sotto il mio portone. Devono essere due americani. Ormai li riconosco a naso, gli americani. Bellocci, ordinati, ben pettinati. Questi sono giovani, massimo trent’anni. Uno però è proprio carino, biondo, con gli occhiali. Affonda nel maglione di lana come un pulcino nell’olio. Chissà che pettorali, lì sotto. Quasi quasi non sembra nemmeno un turista. Io mi fermo dall’altra parte del marciapiede, con la pioggia che mi cade addosso, ma non me ne accorgo neanche. Il mio unico pensiero è «Ho ancora dei biscotti, in casa?» e «Le ho levate di mezzo le mutande che ho lanciato stamattina per terra da sotto la doccia?»

Sto già immaginando di invitarli dentro e preparare il caffè, con la moka, quella da sei tazze, che tanto lo facciamo bello lento, per gli americani. Ho già il mio discorsetto pronto.

«Hey guys, dutch weather, eh? Why don’t you come in and have a cup of coffee with me? Che oggi mi sento addosso un’uggia che quasi quasi mi suicido.»

Sto per attraversare la strada. Pantalone bagnato appiccicato addosso, berretto calato sugli occhi, testa completamente immersa nel mondo dei sogni. Lui tanto non mi vede nemmeno. Lui l’americanino, intendo, quello con gli occhiali e i muscoli sotto il maglione. Eddài, guardami, sono quella con il berretto sugli occhi.

Questione di un secondo. Una bicicletta mi taglia la strada e nel frattempo, la mia vicina di casa che fa le pulizie tutti i giorni neanche avesse il diavolo in corpo, apre la finestra e si mette a sbattere un paio di scarpe una contro l’altra, proprio sulle teste degli americani. Alle cinque del pomeriggio e sotto la pioggia. È filippina. Io è da tre settimane che non faccio le pulizie. E mica c’è bisogno di avere la casa pulita, per invitare dentro due americani. Neanche fossero due calabresi.

«Oeps, sorry guys» Quelli alzano la testa e salutano gentilmente con la mano la filippina. Lei, non me; io sono ancora dall’altra parte della strada. Poi a lunghe falcate si allontanano. Camminata molle tipo John Wayne. Questione di un secondo. Niente più americani e niente caffè. Solo la pioggia che mi cola addosso.

Ok girl. Torniamo a casa. E stamattina sono quasi sicura di averle lasciate lì per terra, le mutande.

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Discussioni

  1. Mi piace questo linguaggio da strada, originale ed efficace: dona un’impronta scorrevole alla storia dotandola di un suo marchio di fabbrica ben definito. Inoltre la storia in sè è curiosa e piacevole. Spero scriverai altri episodi.