Speranza

Serie: Il viandante e la santa

L’avevano accolta al villaggio senza alcun indugio. Un mazzo di case lanciate ai margini delle immense steppe di confine dell’Impero, poco più di una dozzina di porte affacciate su strade aride. La donna era spuntata all’orizzonte con la faccia di un morto, con braccia e viso graffiati da lotte contro animali quadrupedi e bipedi. I secondi, ben più pericolosi degli altri, erano stati gli stessi a renderla così schiva e rabbiosa. Persino nel momento in cui il prete del paese aveva chiesto che venisse soccorsa sputava e inveiva sulle stesse mani che le giuravano bontà.
     Un bimbo notò con la coda dell’occhio, tra i mantelli sozzi di viaggio che la nuova arrivata aveva avvolti addosso, che lei stava nascondendo la malattia.
     Il padre del monello lo prese in braccio e lo fece sedere sulla propria gamba. Si rivolse all’ospite: «Siete malata? Se così fosse, vi devo chiedere di lasciare la casa e il villaggio.»
     «Non sono malata,» lei si pulì la bocca sulla manica, respirando a pieni polmoni l’odore di selvaggina cucinata con cura. «La malattia di cui parla il bambino è questa,» alzò la veste, senza vergogna di mostrare la propria condizione di donna, e senza remore nel mostrare lo stato unico in cui solo una donna poteva incappare.
     Il padrone di casa esortò il figlio ad andare a dormire. La moglie, rientrata in quel momento dopo aver sciacquato le stoviglie al pozzo, fissò l’uomo e l’ospite.
     «Cara,» lui la tirò stretta a sé, «prepara il letto buono per la viaggiatrice. Nel giro di giorni avrà bisogno della vecchia Micne.»
     «È incinta? Per il Guardiano, nessuno se n’è accorto?»
     «Aveva troppi abiti e bagagli addosso!» si giustificò il marito, indicando la pila di cianfrusaglie infilata sotto il tavolo.
     Dall’altra stanza, il bambino spiava i tre adulti confabulare, piegare di lato il capo, scrollare le spalle, gioire solo per poi rabbuiarsi. Uno sciabordio d’acqua lo costrinse in punta di piedi per poter curiosare meglio. Papà aveva appena buttato a terra tutte le scodelle dal tavolo, frettoloso come poche volte accadeva; la mamma, invece, correva a destra e a manca in cerca di pellame pulito. Insieme issarono la donna col pancione sul tavolo.

La vecchia Micne, la migliore levatrice del paese, aveva esposto agli occhi del Guardiano un maschietto. Il neonato, muto come se non conoscesse il pianto, non reagiva a nessuno stimolo. Solo quando fu adagiato tra le braccia di sua madre aprì gli occhi, muovendo le manine per acciuffarle le guance con gesti di una tale grazia che sorprese ognuno dei presenti.
     «Come si chiamerà?» Micne si sciacquò le mani nella bacinella. «E dunque, viaggiatrice? Ancora non sappiamo nemmeno come ti chiami tu: è il momento di tirar fuori qualche parola.»
     Lei, coi riccioli castani unti di sudore e sforzo, carezzò la testa del neonato e meditò a occhi chiusi. La famiglia che aveva di fronte la fissava, così come la vecchia e le due giovani che la assistevano.
     «Mi chiamo Aradie. Mio figlio si chiamerà Ezadio.»
     «Ho capito,» mormorò la vecchia, ponderando. Indicò alle due aiutanti di dare una ripulita allo sfacelo e inventò una scusa per liberarsi della famiglia. Rimase sola con Aradie e fu a quel punto che la sua espressione si inasprì: «Da dove vieni, Aradie? Nomi delle città dell’ovest, un corpo tonico e capace di attraversare quel deserto di erbacce nonostante la gravidanza: chi sei? E questo coso che hai partorito, cos’è?»
     «Coso
     «È deforme. E non piange.» La vecchia si avvicinò al letto su cui riposava la madre. «Ti do tre giorni per lasciar sanare le ferite del parto, poi prenderai in braccio il tuo bimbo e te ne andrai. Per le steppe o le montagne, non importa, ma lascerai il paese.»

Avendo già avuto modo di saggiare il garbo delle steppe e dei suoi abitanti, Aradie optò per le montagne e i loro aguzzi artigli. Le avevano detto, tra un saluto e un pettegolezzo, che oltre la catena montuosa avrebbe trovato una pianura verde e lì, tra fiumiciattoli e boschetti, una città grossa a sufficienza da perdersi. Con gli acciacchi del precedente viaggio ancora ad affaticarla e i nuovi pruriti del parto, scalò le pietre a quattro zampe. Il figlioletto, infagottato e legato come un bagaglio proprio tra i seni, la scrutava dal basso con espressione assorta.
     «Sei ancora sporco del mio sangue e hai già un’espressione tanto seria? Non l’hai presa da me, figuriamoci.»
     Ezadio, nel sentirla parlare, sorrideva di cuore e agitava le braccia in cerca di coccole. Con quel musetto amorevole a farle smorfie, lei riscoprì una forza che pensava di aver perduto. Aradie non lo trovava affatto deforme, a dispetto di ciò che aveva ripetuto la vecchia: aveva degli strani bernoccoli in fronte, non poteva negarlo, ma respirava bene e supplicava latte a gran voce.
     Affrontò i monti con agilità e seguì il declivio sino alla valle dall’altro lato, in una mano un lungo legno per puntellarsi e nell’altra il bimbo che le tirava una ciocca di capelli. Le tracolle le pendevano numerose dai fianchi: la maggior parte le aveva riempite di pietruzze ed erbe da scambiare una volta in città.
     La pianura, coperta da un vellutato lenzuolo smeraldo, le diede subito l’idea di un mondo nuovo. A distanza di pochi giorni aveva avuto sotto gli occhi le aride steppe e adesso la rigogliosa vallata. Tra quello sfoggio di bucolica maestosità, le mura in pietra bianca pretendevano tutta l’attenzione del sole e ne riflettevano i raggi in ogni direzione. Protetta alle spalle da numerosi corsi di acqua e frontalmente da un ampio terreno in pendenza, la gloriosa città pregava solo di essere raggiunta.
     «Ci confonderemo a tutta quella gente, Ezadio. Nessuno si accorgerà che esistiamo sino a che non riuscirò a entrare nelle grazie di qualche nobile locale: ti darò tutto ciò che io non ho avuto.»
     Baciò la fronte dell’amato figlio stringendolo forte al petto e avanzò a passo deciso verso il massiccio portone di legno. I contadini e gli allevatori la osservavano passare, le carovane accampate fuori dalle mura la spiavano con esotico interesse. Accelerò il passo e nel cuore le ribolliva già la possibilità di dare a suo figlio un futuro nel lusso e nell’agio, un futuro che le sembrava sempre più vicino e tangibile.
     La sua gioia arse come una candela dalla fiamma viva, e tanto era feroce che bruciò nel giro di un minuto. Una volta sotto le immense mura merlate, a un solo braccio di distanza dalle alabarde di quei giganti in armatura, una paura senza nome le inchiodò i piedi al lastricato.
     La guardia più vicina schiarì la voce. «Un’altra profuga?» un mezzo sorriso mostrò denti gialli, un volto più umano di quanto la lucida corazza potesse celare. «Scortatela all’ufficio degli inquisitori e lasciate che se ne occupino loro.»
     «Daranno cibo e alloggio a me e al bimbo?»
     «Certo. Questo e altro pur di apparire utili agli occhi del nostro imperatore!» risero le guardie, in un coro stridulo e fastidioso.
     Aradie coprì le orecchie del figlio e si lasciò scortare attraverso il portone, lungo una strada interminabile su cui beccavano, come rapaci, oblunghe strutture di pietra levigata e assi di legno bruno. Le persone, altrettanto informi e dalle smorfie crudeli, camminavano dandosi spallate in un fiume disorganizzato di gracchianti insulti, risate spudorate e nauseabonda sporcizia.
     «Mettiti in fila e aspetta.»
     Le dissero solo questo e lei, con Ezadio nascosto alla vista di quei mostri, aspettò dietro una colonna di altri poveracci che condividevano, tra lacrime e singhiozzi, il suo stesso sgomento.

Serie: Il viandante e la santa
  • Episodio 1: Speranza
  • Episodio 2: Fede
  • Episodio 3: Secoli
  • Episodio 4: Terra e fango
  • Episodio 5: Il mestiere divino
  • Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Fantasy, Narrativa

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    Discussioni

    1. Ciao Giovanni, il tuo stile di scrittura è davvero piacevole. Lo trovo così: pieno e soffice. Ti aggancia all’incipit e ti trascina fino alla fine. Anche le immagini evocate non deludono, ma è il modo in cui usi le parole che a mio parere fa la differenza.

      1. Ciao.
        Grazie mille per le tue parole: una piacevole sorpresa prima di andare a letto! ?

    2. Tanti messaggi e sensazioni racchiuse in splendide descrizioni che sanno creare la giusta atmosfera in sinergia con i personaggi perfettamente caratterizzati. Bravo!

      1. Grazie mille per essere passato a leggere!
        Spero che gli altri episodi siano di tuo gradimento. 🙂

    3. Ciao Giovanni. Come di consueto trovo l’ambientazione dei tuoi racconti molto curata e, come hanno già detto gli altri, questo mi ha ricordato particolarmente l’atmosfera che si respirava ne Il Nome della Rosa. Sono molto curiosa di scoprire quali vicende attendono Aradie e il figlioletto. Soprattutto quest’ultimo: le sue “strane escrescenze” sulla fronte mi solleticano parecchio. Ricordo il pianto per una madre tanto amata di una certa creatura dall’identità incerta 😉

      1. Ciao!
        Aspettavo il tuo commento perché sapevo che avresti colto! 🙂 Diciamo che le disgrazie non mancheranno negli altri episodi. 😀

    4. Ciao Giovanni,
      ho ammirato moltissimo questa mamma forte per proteggere il suo bimbo, che pur di dargli un futuro non avrebbe esitato a fare ogni cosa. Un senso di povertà la circonda eppure non mi dà l’idea di una persona povera. Molto bello ?

      1. Ciao e grazie per avermi letto!
        La povertà è una cosa molto relativa e sono contento di vedere che Aradie sta ben dimostrando ciò che per lei conta davvero. 🙂

    5. Ambientazioni suggestive e mozzafiato a mio parere, questo mondo medievale mi affascina parecchio, e le tue descrizioni mi hanno davvero immerso in quel mondo, e i patimenti che subisce la tua protagonista, e che probabilmente subirà, ricalcano la condizione della donna, e dei poveri sventurati, vissuti proprio nel Medioevo. Chissà se la tua protagonista riuscirà a superare indenne i pregiudizi e la discriminazione di questa dura realtà…

      1. Ti ringrazio! Ho voluto mettere come base un’ambientazione solida perché era necessaria per far funzionare il resto. Le vicende di Aradie e del bimbo si legano molto a ciò che li circonda, e io stesso mi sono abituato a mischiare un po’ di medievo reale anche nel fantasy più fantasy di tutti. 🙂

    6. Che dire… speranza, ignoranza, razzismo.In un piccolo librick, hai raccolto le emozioni che le donne hanno vissuto nel corso dei secoli per emanciparsi.Non ho idea di quale sia il filone che tu intenda perseguire con questa serie, ma le premesse sono ottime.

      1. L’ambientazione è di ispirazione medievale e come tale rappresenta le battaglie da te citate. Per scoprire dove tutto andrà a parare, c’è un solo modo! 😀