
StuG III VS NKVD
Stalingrado, 1942
«Questo posto è l’inferno». Ernest era senza parole.
«Non è un posto, non è l’inferno, è un non-luogo, e ci siamo finiti dentro».
Ernest guardò di traverso il “professore”. «Finiscila, non me ne frega nulla delle tue cose filosofiche. Io voglio sopravvivere».
Il “professore” era di nazionalità norvegese, aveva avuto a che fare con Sven Hassel e i suoi amici e, chissà perché, dal colpo di mano a Mosca era finito più a sud, con quello sporco plotone dello Heer, in mezzo alla macerie, l’odore di nafta che impegnava le narici, le fiamme, il sangue… l’inferno. «Sto solo cercando di…». Non poté concludere perché si udì uno stridio metallico.
Ernest strinse l’MP40 e guardò dietro di sé. Stava arrivando uno StuG III. Il plotone accolse lo StuG III con degli applausi: era quel che ci voleva, da un po’ di tempo i sovietici davano fastidio con degli attacchi suicidi… ma Ernest rimase di sasso al vedere lo StuG III puntare verso destra. «Ma dove va?».
Un maresciallo che faceva capolino dallo StuG III sputò nella sua direzione. «Dove serve il nostro aiuto». A bordo del semovente d’artiglieria, si allontanò.
Il plotone rimase immobile, infossato nelle trincee che erano più degli acquitrini di acqua, nafta e sangue. Ernest si sentiva impazzire per colpa di quella sporcizia, si sentì di impazzire pure per la delusione.
Si fece forza. Era un sergente dello Heer, fanteria, roba tosta. Loro non erano come i bellimbusti della Luftwaffe o i piccoli ratti dei corpi corazzati, erano loro che correvano incontro alle Maxim e alle Degtjarëv sfidandone le pallottole.
Ernest sapeva che erano bei discorsi, ma rimaneva lì, a tenere a bada quello che sembrava un intero reggimento dell’Armata Rossa. Forse erano della Guardia. Sarebbe stata dura.
I russi continuarono a martellarli di raffiche e bombardamenti, finché Ernest non intravide dei movimenti dalla parte dei comunisti: le uniformi erano quelle degli… «NKVD!».
Di male in peggio. I boia di Stalin. Con quegli individui, o si vinceva o si finiva in una fossa comune con una palla in testa.
Gli NKVD si prepararono. Come una falange, o meglio una perfetta macchina da combattimento, corsero verso di loro con i PPSh41 che scatenavano delle raffiche bramose di vite tedesche.
Ernest prese la mira, sparò, attorno i Mauser Kar 98K tentarono di respingere gli NKVD ma era impossibile, la loro era una carica inarrestabile, si sarebbero fermati soltanto con le loro teste mozzate e infilate nelle antenne dei T34.
Ma avrebbero continuato a funzionare?
«Quando ero con Sven Hassel successe…».
Ernest diede un calcio nel posteriore del norvegese. «Non me ne frega nulla. Va’ a destra, chiama aiuto».
«Cosa…».
Un secondo calcio. «In fretta».
Il “professore” obbedì. Corse via con la testa piegata, le pallottole sibilavano sopra il suo stahlhelm.
Ernest si rivolse al resto del plotone. «Tenete duro».
I soldati reagirono con uno «Jawohl» di tutto cuore.
Gli NKVD insistettero a scalzarli dalla loro posizione, le raffiche si intersecarono come in dei raggi dai poteri magici, ma se i sovietici perdevano uomini e questi venivano sostituiti subito, i fanti dello Heer morivano e non venivano rimpiazzati.
Ernest capì che stava per morire, quando vide arrivare il “professore”. «E allora?».
Il norvegese stava per rispondere ma si udì un suono potente che evocava la vittoria.
Lo StuG III di prima! L’obice semovente prese posizione stritolando con i cingoli i cadaveri e aprì il fuoco.
La cannonata travolse i sovietici che finirono per ridursi in poltiglie sanguinolente.
Ernest sparò un’ultima raffica e si sentì ottimista. «Stalingrado sarà una fulgida vittoria del Terzo Reich».
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Torna la Russia, con il freddo, la neve, le mille difficoltà. Mi piace molto quando i tuoi racconti sono ambientati in questi luoghi così evocativi. Bravo Kenji
Mi piace molto scrivere della Seconda Guerra Mondiale sul fronte dell’est. Grazie del commento!
Ti faccio i miei complimenti sinceri: una ricostruzione perfetta. L’accuratezza di tutte le sigle (le ho controllate singolarmente), la verosimiglianza della trama e anche l’invenzione, con lo StugIII che ti sei tenuto di riserva (bravo!) mi hanno stupito.
Sei diventato un ottimo autore, te lo dico francamente e finché resterai cronista imparziale e, soprattutto, solo cronista, in me avrai un lettore appassionato. Qui scriviamo storie, non mi stancherò mai di dirlo.
Uniche due annotazioni, ma sono dettagli tecnici, metterei Stabsfeldwebel per maggiore realismo (un realismo già all’ennesima potenza) e per quanto riguarda l’NKVD non sono riuscito a trovare riferimenti sulla sua partecipazione attiva in operazioni belliche: ma sono certo che hai ragione tu, dovrei indagare più a fondo e, in fin dei conti, va bene già così.
Vengo dal terminare un racconto davvero difficile poiché ambientato in una capitale europea agli inizi del ‘900, fra non molto apparirà in “Cuori Solitari”, mi sento di dirti che non c’è niente di così difficile e appagante che dover mantenere una coerenza storica nel contesto. Bravissimo.
Ciao! Ti ringrazio ma non sono ancora abbastanza bravo, lo vorrei essere di più.
Le guerre… Non c’e` niente di piu` assurdo, atroce e ingiusto. E tu Kenji, con i tuoi racconti, riesci sempre a rendere bene l’ idea di quanto gli uomini che si rendono responsabili, a vari livelli, di questi massacri, si riducano ad un livello di disumanita` difficile da qualificare.
Già! E credimi, c’è molta gente che ha dimenticato questi orrori e non vede l’ora di ripeterli. Grazie del commento!