Sulla Perfetta Crudeltà

I Suoi occhi senza pupille accendono la volta celeste della mia morte; in quegli stagni congelati d’indicibili voluttà ho smarrito la mia coscienza. Le mie carni sono cadute in un dedalo di stereotipie catatoniche, mentre nell’anima tutto giace ibernato in un’inimmaginabile rigidità, dopo il supremo terrore che ha intirizzito all’improvviso ogni mio nervo, congelando all’istante il pensiero. Nella mia mente solo vaghi bagliori delineano, di tanto in tanto, paesaggi stranieri, ricordi ai quali sono divenuto estraneo. L’unica fonte di calore è, paradossalmente, in quel freddo sguardo senza misericordia, poiché, ora Lui è l’unica forma di pensiero possibile. Si è preso la mia anima, inghiottendomi nelle sue indecenti spire. Se li fisso troppo a lungo, al buio, quegli occhi divengono un lago di ghiaccio. Se rimango per un tempo ancora maggiore in quello stato, il lago si trasforma in una bocca dalla nerezza assoluta, le cui zanne serrate impediscono alla luce del mondo di entrare e, ad ogni cosa di queste tenebre, di uscire. 

Li vedo i miei parenti e amici, mi aggiro fra loro quando arrivano alle sponde del letto.  Dapprima erano un corteo giornaliero nutrito da un impasto di tristezza, speranza, dolore; finanche sprazzi di felicità, quando il medico pronunziava un resoconto meno cupo sullo stato della mia morte. Ora poche anime compaiono quasi casualmente, dispersi durante l’anno, innanzi alla testiera del mio letto. Non vedo che i loro contorni, al massimo sagome di carta, poco più di ombre, nessun volto riconoscibile in quelle comparse stagionali, neppure le loro voci potrei ricordare, ché mi giungono allo stesso modo d’un grigio e straniante ammasso di soffi. Mai hanno saputo di quel che ho fatto: della mia vita e la mia anima offerte alla spasmodica ricerca di una relazione con Lui. Vivevo come tanti di loro, ma annusavo il cielo, saggiandovi la scia acre del Predatore Cosmico. Non ho idea se mi sentano, ma i miei conoscenti non sono un’eccezione; tutt’intorno, infatti, mi trovo le forme del mondo in quel modo: senza spessore, spente, incurvate, finanche morbose. Un mondo immerso in un odore, che solo vagamente potrei dire di muffa. Mi chiedo cosa sarei se non vi fosse Lui a sostenermi, con ogni probabilità non altro che uno spettro destinato a errare nei secoli dei secoli, senza possibilità d’immaginare più il calore, la forza, la profondità; ché è questa la sorte dei morti. Lui mi rende diverso fra tutte le altre ombre. Senza misura è il mio terrore quando sento il Suo incedere attraverso i cieli: un flagello celeste, furente predatore che in modo indicibile odia i limiti entro cui vorrebbero definirLo gli Ierofanti del Suo stesso culto. Il  disprezzo del Mio Adorato verso i confini dei templi elevati per renderGli onore, rende quegli edifici instabili, chiunque li abiti rischia di venire inghiottito dalla collera dello stesso Dio da noi in quei luoghi glorificato. La Bestia, che adoro sin dentro ogni mia fibra, mi divora letteralmente l’anima dalla paura, renderLe devozione significa sancire la propria morte. Innalzare preci e inni per ricordarLo smuove il Mio Signore in un’ira così pura da divenire un cristallo di ghiaccio perfetto, irripetibile, che, intollerante ai suoi stessi figli frattali, li divora ingoiandoli non appena si affacciano all’esistenza con la stessa forma del Genitore. Una perfetta iracondia arroventa gli spiriti dei devoti  trasformandoli in tizzoni ardenti, smaniosi tanto di soffrire come di far soffrire; si riducono a brandelli sanguinanti le loro anime, quando lagnano nel Suo nome, poiché il Nostro Signore odia essere circoscritto dalle definizioni. Non c’è altro modo per entrare in contatto con Lui che quello di venire scarnificati dalla Sua Ira. 

Ho provocato così il Predatore, affinché mi elevasse a Lui, con litanie di nomi. La Bestia Perfettamente Crudele, detesta le nostre preghiere, dacché, lo ripeto, non vuol’ essere trattenuta in una bocca mortale né in una immortale. Ho sentito attorno a me il puro orrore, a memoria d’uomo nessuno ha provato un simile sgomento, eccetto i devoti al Suo culto; essi vivono per questo terrore: il più puro stato dell’anima immaginabile. La suprema paura lava dall’anima tutti gli inganni e in essa svaniscono le vane facondie che gonfiano lo spirito, lasciando il posto a un meraviglioso deserto, su cui spira il vento solitario del Suo Passaggio. Nessun’altra preoccupazione abita più dentro di me, che non sia il sacro timore di vederLo aprire il Suo mantello ed oscurare i cieli. Nulla ha più valore che l’abbattimento interiore al solo pensiero dei Suoi occhi che si schiudono nella notte eterna della morte, raggelando ogni soffio d’aria nel mondo. I legami con le inanità della vita si sono sciolti in quel turbamento assoluto. Nulla più può inquietarmi, eccetto quel famelico alito del Mio Signore, che sonda nelle galassie più remote le sue prede. Questo mi rende diverso dagli altri morti: la più intensa e pura delle emozioni mi accende letteralmente e in questo modo, grazie a Lui, vivo pur nella morte. Vivo per essere Paura Perfetta.

Dalle Lettere di Kur Utazi Lai  

-La Via del Myar Mitzavan per i Mortali – Capitoli sulla Perfetta Crudeltà

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