
Teodora
Alla prima pagina cominciava in corsivo la storia di una donna dagli abiti scarlatti: aveva una rosa in una mano -diceva, il cui nome non poteva rivelare; e nell’altra teneva un fascio di lettere scritte in tutte le lingue del mondo: ne aveva macchiato d’inchiostro gli spazi un giramondo senza gloria, poeta e cacciatore, che aveva scoperto quella rosa segreta nel deserto oltre i Giardini dell’Est ed era diventato folle per averne reciso il gambo.
La scena cambiava dopo un asterisco e si narrava della fuga di lei dall’altra parte dell’oceano, dove la magia non esiste e la vita gira intorno ai desideri irrealizzabili degli uomini.
Venne fatta prigioniera quasi subito, perché straniera, e relegata giù in miniera a tirar fuori diamanti e carbone. Perse le sue lettere, diede la colpa di tutto ai lunghi silenzi del suo amato troppo lontano, forse morto, e pianse di paura quando una fonte di acqua purissima prese a sgorgare dalla nuda roccia. Ne bevve a singhiozzi con le mani, se ne versò fra i capelli e sulle ciglia, e così facendo -un poco alla volta- dimenticò di chiamarsi Teodora.
La levò d’impaccio un medico della peste che faceva il giro dei malati e dei folli, e le parlò fuor di becco che lo stesso giorno aveva fatto visita a un’orfanella e ad poeta: l’una pensava di aver rivisto il suo papà, e l’altro farfugliava -tra le ginocchia- di un tesoro preziosissimo, seppellito fra storte e manoscritti, che aveva scoperto soffrendo le pene d’amore nella distanza di un vastissimo deserto.
Entrambi congedati come matti, e come ogni matto autentico nascondevano il segreto delle loro prolegomenìe nella perdita o nel vizio, radici prima sane e poi malate, di un fantastico ricordare; poi la nebbia e il cuor che batte appena.
“Tutta colpa, io penso, di questo fiore” le disse di poi, mostrandole la rosa dal gambo insanguinato. E così facendo, il gesto sfocato della mano le mandò in meraviglia gli occhi: l’emozione le allungò le mani, le spine la trafissero da parte a parte.
Tra i suoi singhiozzi c’era tutto lo spartito di una canzone in la bemolle a rime incrociate, mescolato alla pioggia calda d’estate che scendeva e l’accompagnava giù in città quando l’ultimo verso le disse, per bocca di un gondoliere, che la rassegnazione è buona amica della pace, che il coraggio è l’agrodolce vita degli uomini disciolta in litri di lacrime, di cui ciascuno vuole bere il buono e tralasciare l’acido.
“Il tempo è medico galante, aspetta e fa aspettare, tiene aperto l’uscio per uscire ancora…”
Ma lei non ascoltava: stracciò ogni petalo della rosa e li regalò al vento: uno cadde sulla gondola e fu portato via dai remi; l’altro negli abissi giù in laguna; uno prese il volo insieme ai passeri e il sole lo bruciò, privandolo per sempre del rossore.
L’ultimo cadde fra le mani del poeta, che aveva una spina conficcata all’anulare; l’aspettava dall’altra parte del canale, e rimasero a guardarsi negli occhi per sempre all’ultima pagina del libro, dove il petalo teneva il segno.
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Ripeto: quanta poesia, in questo racconto!
❤
Quanta poesia in questo racconto!
Ciao Cuor,
in questo racconto la tua prosa/poetica accarezza il lettore. Una fiaba pregna di malinconia. Ho trovato il testo scorrevole, per nulla ostico. Molto bravo; hai il tuo stile, ed è una cosa importante.
Grazie tante, amico mio. Preziose parole in riferimento a quanto ci siamo già detti altrove.
Ormai lo sai che io apprezzo molto il tuo stile narrativo e anche in questo racconto trovo conferma. Un viaggio onirico descritto con maestria e un po’ di immancabile malinconia. Grazie
Grazie a te per la fiducia e l’apprezzamento; sempre troppo gentile.
Ciao Cuore di Polvere, le tue versioni del Lab sono sempre preziose. Grazie per aver condiviso la tua poesia con noi.
Alla prossima
Grazie a voi tutti che passate a leggere e apprezzate. Non me lo aspetto mai, e mi emoziona sempre.
Poetico e bello! Complimenti!
Grazie mille, madame.
Ciao Gabriel, i tuoi racconti sono poesia in immagine. Li leggo, li tengo dentro e mi accompagnano per un tratto di strada
Per riprendere da un altro commento: questo affetto e questa comprensione di quanto scrivo mi affascina tanto quanto il processo creativo della scrittura. Sono delle cose legate a doppio filo, perché in realtà non si scrive mai per sé stessi e basta, ma DI sé stessi per gli altri. Mi ritengo quindi onorato.
Ciao Gabriel. T’invidio, vorrei tanto scrivere io così, proprio come te, trattando altre tematiche magari, non sono un messo di malinconia, anzi al contrario, ma vorrei tanto esprimere i miei racconti e i miei mondi con quel tocco poetico in più.
Per quanto riguarda il racconto, complimenti vivissimi, è un vero e proprio viaggio onirico, con buchi, tra una scena e l’altra, che nonostante tutto hanno un loro collegamento, e all’interno di quello spazio il lettore cerca d’immaginare come si sia passati da un punto all’altro.
Bello, bello, bello!
A presto
Penso sia il privilegio più grande , per uno scrittore, ricevere in apprezzamento così grande. Io ti ringrazio tanto. Questo genere di storytelling, di difficile digestione, è croce e delizia insieme: pensa che io vorrei scrivere in maniera più comprensibile, e non mi riesce.
A ognuno il suo, penso.
Un abbraccione
Leggendo questo racconto mi è sembrato di spiare un sogno.
E sul finale ho sentito un crescendo di malinconia e dolcezza.
Mi hai sgamato: scrivo per far ammalare il mondo di malinconia! 😁
è una bella missione! 🙂