Ti perdono.

-Ve lo ripeto, lo giuro, non volevo rubarle la borsa! – disse, tra le lacrime, all’uomo, identificatosi poi come carabiniere fuori servizio, che lo aveva acciuffato dopo un breve inseguimento.

“Mannaggia a me! Ma come mi è venuto in testa… Dovevo lasciar perdere, lo sapevo io che era una pessima idea!”

-E allora, se non volevi rubarla quella borsa, cosa volevi farci? Sentiamo, sono proprio curioso…- lo schernì il carabiniere.

-EH, cosa volevo farci…? Vuole proprio saperlo? –

-Eh sì, te l’ho chiesto…-

-Volevo lasciarle un “regalo”. – rispose il ragazzo, abbassando la testa per nascondere le lacrime che minacciavano di irrompere.

-Ah ah ah ah ah, sì certo, come no…-

Ovviamene, si aspettava quella reazione. Voleva raccontare la verità, ma c’era qualcosa che lo bloccava. Forse era la paura di dover comunque scontare una pena, o il dover menzionare l’assistente sociale che per tutti quegli anni gli era stato vicino, aiutandolo e, infine, raccontandogli la verità e quindi anche lei avrebbe pagato per colpa sua. O, molto più semplicemente, aveva paura di apparire un rammollito e di essere schernito.

E quindi se ne stava lì all’angolo, in quel vicolo senza uscita, sotto lo sguardo vigile dei soliti passanti ficcanaso, gli stessi che lo avevano cacciato in quel guaio, e della donna, che, resasi conto di quel che le era capitato, aveva raggiunto il ladro e l’uomo che l’aveva bloccato, nel vicolo in cui si era conclusa la breve corsa di quel cleptomane, indeciso se raccontare la verità o continuare a mentire ed essere sbattuto dentro. Perché tanto, peggio di così, non poteva andare.

-Senti, non abbiamo tutta la giornata, i miei colleghi saranno qui a momenti, sei consapevole del fatto che ti sei cacciato in un brutto guaio vero? –

-Sì…lo so… ma io…-

-Ma tu cosa? Cosa volevi fare? Lo sai bene che stavi rubando… Perché? Dimmelo ora, qui, in presenza della signora così che anche lei possa sapere perché le hai preso la borsa. Fallo prima che arrivino i carabinieri, loro non avranno pietà di te, ti arresteranno e ti terranno ore in caserma prima di decidersi ad ascoltarti. Ok? –

-OK! Allora… Io conosco perfettamente la signora… La controllo da un bel po’ di tempo sa… Dopo tanta fatica e mille suppliche sono riuscito anche a scoprire dove abita adesso, e ogni giorno la guardo vivere la sua nuova vita, nella sua bella casa, con i suoi bei figli. La seguo ogni giorno, mentre va a lavoro, a fare la spesa, a prendere i bambini da scuola, quando rientra a casa e prepara la cena per suo marito… Quando festeggia il suo compleanno, con la sua bella torta, i regalini da parte dei bambini, i baci, gli abbracci… la guardo mentre la sera sistema la cucina, dopo cena, e ogni tanto si asciuga una lacrima, quella che riesce a sfuggire al suo controllo… Io non volevo rubarle la borsa, davvero, volevo solo prenderla un momento per lasciarle questa. – e allungò una vecchia foto alla signora che lo guardava impietrita, spaventata. Dato che la donna non accennava a prenderla l’afferrò il carabiniere. Una macchina fotografica aveva immortalato una ragazzina, in un letto di ospedale, che stringeva al petto un neonato. Un sorriso forzato le dipingeva il volto, segnato da lacrime.

Dietro l’istantanea c’era scritta una data, 20 maggio 1990, e due parole: “Ti perdono”.

-Come di consuetudine, questa mattina ho seguito la signora mentre accompagnava i bambini a scuola. Quando ho visto che ha parcheggiato in doppia fila, col finestrino abbassato, solo per andare al bancomat, qualcosa è scattato nella mia mente all’improvviso. Così ho lasciato la mia bicicletta sul marciapiede e mi sono avvicinato all’auto. Ho visto la borsa e l’ho presa. Lo so, sono stato stupido, non mi sono nemmeno guardato intorno per controllare se ci fosse qualcuno. Ero tipo,,, in trance. Solo quando ho sentito gridare “Al ladro” mi sono ravveduto e per la paura ho iniziato a correre. Dovevo immaginare che compiere un gesto del genere, in pieno centro, era una mossa un po’ azzardata. Ma giuro che glie l’avrei restituita la borsa! –

-Va bene, diciamo che io ti credo… Chi sono quelli in foto? E visto che per te era così importante fargliela avere, non potevi spedirla? –

-Già, potevo spedirla, ma ripeto, è stato un gesto impulsivo, non ho riflettuto… ho colto l’occasione al volo. Volevo solo farle sentire la mia vicinanza e farle sapere che la perdono. –

Solo sentendo quelle parole la signora capì tutto e iniziò a singhiozzare.

-La perdoni? E per cosa? Non credi che, vista la situazione, dovrebbe essere lei a perdonarti?

-Certo, sicuramente dovrei inginocchiarmi per implorare il suo perdono per il mio gesto ma…-

-E allora perché dici che sei tu a perdonarla? –

-Perché quella donna è mia madre e io voglio farle sapere che so la verità, ed è per questo che la perdono per avermi abbandonato lo stesso giorno in cui sono nato. Io ti perdono, mamma! – le disse piangendo, guardandola negli occhi.

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Commenti

  1. Tiziano Pitisci

    Nonostante l’idea commovente su cui si basa questa storia subisca la dimensione claustrofobica di un LibriCK, ho trovato molto coivolgente la lettura, sei riuscita a creare una buona tensione narrativa e mi è piaciuta molto l’originalità con cui è stato interpretato il Lab. Complimenti.

  2. Micol Fusca

    Ciao Anna, mi unisco agli altri: bellissimo. La tua storia che mi ha emozionato, mi piacciono le storie che riescono a farmi sentire partecipe grazie al legame che riesco a stabilire con il protagonista.

    1. Anna Bosco Post author

      Grazie Micol! Leggere i vostri commenti positivi mi rincuora molto!☺️

  3. Diego Altomonte

    Anna, mi piace moltissimo. Come è successo quando ho letto l’altra novella, dopo aver iniziato, mi sono isolato e ho cominciato a scorrere le righe senza mollare un attimo lo sguardo dallo schermo…

    1. Anna Bosco Post author

      Grazie, molto gentile. Questo mi conforta perché è la prima volta che lascio così tanto spazio ai dialoghi. Ancora grazie!☺️