Topexan e il Lupo Mannaro

Serie: SENZA DENTI

Ero in ospedale solo da poche ore e l’atmosfera era elettrizzante. Fossi stato un registra di film horror avevo già abbastanza idee per girare serie tv e trilogie da far accapponare la pelle, semplicemente guardandomi attorno. L’ospedale è sicura fonte di ispirazione artistica.

Per sdrammatizzare, penso che un bambino nelle mie condizioni penserebbe subito ai tanti doni che avrebbe ricevuto l’indomani dalla fatina dei dentini. Con tutti i denti che ho perso, sarei stato sommerso dai regali! Da piccolo mio nonno mi portava nel giardino, mi faceva mettere il dentino in un buchetto sul muro e l’indomani magicamente al posto del dentino ci trovavo una monetina. Magari al risveglio mi sarei ritrovato una fila di denti placcati in oro zecchino!

Ritorno ai miei pensieri, poi attacco con i soliti 20 minuti di ansia, dolore e paura (genericamente definiti “menate”), poi cerco di concentrarmi nuovamente su pensieri più frivoli (genericamente definiti “cattaze”), fanno bene all’umore e in un contesto del genere sono fondamentali alla sopravvivenza. Insomma, si preannunciavano notti all’insegna della creatività, riposo, divertimento e pasti succulenti. Dicono che se ci credi i tuoi sogni si realizzano. Vorrei crederci…

Mi viene ancora in mente la storia dei complessi adolescenziali, oltre a alla medaglia d’oro per la faccia da Rigde (o anche mandibolone, mento a punta, faccia da Virus, etc.), ovviamente avevo anche la mia medaglia d’argento e quella di bronzo sul mio podio delle seghe mentali. Quei piccoli difetti che ti donavano il tocco finale di indecisione ad ogni rapporto con il genere umano, specie con il sesso opposto.

Cominciamo dal terzo posto, la sindrome di Topexan.

Quei brufoli bastardi e mastodontici (oltre che dolorosissimi) che ti si presentavano puntualmente il venerdì sera. Ovviamente in fronte, su naso o sul mento. Più li guardavi e più si ingrossavano. Partivi con la tentazione di scoppiarli come palloncini, sapevi cosa sarebbe accaduto, provavi a resistere, ma poi cedevi. E il danno era fatto, da 5 millimetri di diametro diventava un vulcano da 1 centimetro, rosso, gonfio, pulsante. Ormai un essere vivente. Gli davo anche un nome, spesso era Girolamo. Bastardo!

Girolamo se ne stava li, bello tronfio e gonfio di benessere, più lo guardavo e più faceva incazzare. La serata si avvicinava, bisognava risolver la faccenda, mica potevo uscire con quell’essere mostruoso sulla faccia! Era allora il turno del dentifricio. Girava voce che uno strato di dentifricio sopra il brufolo lo facesse asciugare di brutto. Il tempo era poco per farlo asciugare, serviva aria per velocizzare il tutto, 30 secondi di getto d’aria calda del phon sarebbero bastati. Ma niente, lui si nutriva anche di quello, il dentifricio seccava, ma lui dentro sprizzava di salute!

Allora provavi con la bomba H per i brufoli, il Topexan! Chi non conosce il Topexan, schiere di ragazzini brufolosi ne facevano incetta nei supermercati. Quella miracoloso pomata che prometteva la pelle liscia come quella delle Barbie e Big Jim.

Allora insaponavi la faccia, poi sfregavi, sfregavi nella speranza che lui, Girolamo, si consumasse e al risciacquo. Sotto quella maschera di sapone denso ti aspettavi di riscoprire una pelle liscia e candida. Ma niente, “Topexan di merda!”. Lui era ancora lì che ruttava bollicine di sapone.

Poi leggevi dietro il flacone, che per funzionare bisognava applicarlo con costanza per giorni e giorni. Ma come facevo io a sapere già di lunedì che al venerdì mi sarebbe spuntato il Vesuvio sulla fronte! Girolamo ride di gusto. Io impallidisco.

C’era un ultimo disperato rimedio, il fondotinta della mamma, una piccola spalmatina, un velo di crema idratante Crema idratante, Cerca di Cupra, sopra per rendere il tutto più oucente e poi una preghiera affinchè il brufolo si mimetizzasse con la penombra del sabato sera. Alle luci strobo della discoteca si sarebbe confuso perfettamente. Pensavo.

Poi raggiunti gli amici, puntualmente il primo a salutarti ti diceva “ We ma cosa hai fato sulla fronte? Mammamia che brufolazzo, hai il ciclo?” e la serata partiva con una marcia in più sul cambio dell’autostima.. Gli amici veri sono importanti.

Passiamo al secondo gradino, del podio dei miei complessi. Come lo chiamavo allora, c’era il complesso del Lupo Mannaro. Sono sempre stato molto peloso, nato anche di sabato sera con la luna piena, mi si addice.

Una fitta foresta di peli che mi ha ricoperto l’intero corpo a partire dalla tenera età di 12 anni. In terza media ero l’unico della classe con baffetti e barbetta incolta. Quantomeno il Dio del Pelo mi ha graziato risparmiandomi la schiena, unico spazio glabro a parte, pianta dei piedi e mani e lingua, su quella un paio di peletti in più mi avrebbero salvato alcune situazioni spiacevoli.

Mi ricorderò sempre una filastrocca creata in mio onoe da un compagno di Liceo nell’ora di Epica “un Pelide Peloso nato a Pilo nel Peloponneso”, diciamo che ero un Ulisse Yeti.

Mi ricordo che nella squadra di calcio ero soprannominato Lupo, gli avversari pensavano inizialmente riferito alla mia ferocia e al mio agonismo, a volte questo mi faceva comodo. Poi dopo aver verificato che in partita ero una schiappa, negli spogliatoi, vedendomi in mutante per la doccia capivano tutto.

Mi ricorderò sempre il giorno, in cui esasperato dal pelo sul petto e invogliato da una piccola dermatite che mi dava parecchio fastidio, decido di farmi una ceretta professionale. Sarei poi partito per il mare, facevo un po’ di palestra, avrei avuto un fisico da Adone. Pochi minuti, ventimila lire, via i peli e un fisico da Macho. Illuso.

Mi ricorderò sempre la faccia dell’estetista che tolta la maglietta, mi fece sdraiare sul lettino prima del trattamento e mi disse subito “mammamia dovrei farti pagare un extra”.

Poi iniziò forsennata la tosatura. Sembrava posseduta. Con quella striscia maledetta di carta moschicida, prima la stendeva sul petto la scaldava e poi: “Strap!”, uno strappo netto e feroce. Uno dietro l’altro, manco la pagassero a cottimo! Sembrava indemoniata.

Il rumore era atroce, sembrava quello delle vecchie scarpe da tennis a strappo che si usavano da bambini, ma molto più intenso e cupo. Ogni strappo, un dolore lancinante. La striscia di carta man mano che l’estetista lavorava diventava sempre più simile allo zerbino di mia nonna (ad eccezione della scritta “benvenuti in Calabria”). Il momento più brutto fu quando dopo una ventina di strappi, Io in preda al delirio, l’estetista esita un attimo, aspetta che io riapra gli occhi e mi dice “Bene ora cominciamo la parte più dolorosa”. In che senso ora cominciamo? Fino ad ora cosa è successo? Stavo svenendo.

Mi guardo allo specchio sul muro accanto e scopro che ho il petto completamente spelato ad eccezione di due aureole di pelo attorno ai capezzoli e una bella striscia sotto l’ombelico. Mi sembrava di avere tatuato a peli sul petto lo Smile che 20 anni dopo va tanto di moda su Whatsup!

Questa scena mi ricorda tanto quella del film “40 anni vergine”, se non lo avete visto recuperatelo, è uno spasso e vi giuro che anche io ho avuto la grande tentazione di insultare a morte l’estetista dopo ogni strappo. La mai esperienza è stata antecedente al film, quindi credo che il registra abbia indubbiamente avuto rapporti con la mia estetista che ha spifferato il tutto. Non ci sono altre spiegazioni.

Insomma subisco il gran finale, ormai mi sentivo come Spartaco frustato a morte dai Romani. Alla fine del trattamento la ragazza mi sveglia ormai quasi privo di sensi, per resistere avevo gli occhi serrati e i pugni tesi, se mi avesse toccato in malo-modo, di reazione credo le avrei sferrato un pugno alla Tyson. Apro gli occhi, è tutto finito. Mi fa una spalmata di crema anti infiammatoria. “Ne avrai bisogno” mi dice.

Mi guardo allo specchio. Scopro di avere gli addominali! Avrò aumentato di 2 centimetri il volume delle pelle ormai gonfia dalle frustate depilatorie, ma sembravo il fratello minore di Rambo. L’estetista mi dice che per stavolta mi avrebbe fatto pagare la cifra standard, dalla prossima avrei pagato un extra. Pago. Le dico ok, e poi penso “col cavolo che riprovo sta tortura, non ci sarà mai una prossima volta!”, piuttosto mi faccio un’epilazione completa con il rasoio elettrico di mio padre!

Fine della divagazione. Fine dei complessi. A parte quelli descritti per il resto sono sempre stato un ragazzo pieno di autostima!

Il ricordo del mie petto gonfio si sgonfia. Ritorno in me, la mia faccia invece si gonfia sempre più, a quel ritmo in un paio di giorni avrei avuto un faccione come Spank o Doraemon. Non voglio pensarci. Ma ci penso. Continuamente.

Sia accendono le luci, tacciono le voci, e nel buoi senti sussurrar… “Nuzzi? Vuol venire con me?”

Mi piacerebbe poter rispondere “Grazie, preferisco di no..” Ma le mie preferenze non contano. Sta iniziando il primo giorno di ospedale…

Serie: SENZA DENTI
  • Episodio 1: Dinamica semplice di un incidente complesso
  • Episodio 2: Chi non salta in ambulanza morto è!
  • Episodio 3: Welcome to Hospital
  • Episodio 4: Il Primo Chirurgo… non si scorda mai!
  • Episodio 5: Un tranquillo corridoio di Paura
  • Episodio 6: Il Presagio
  • Episodio 7: Pensieri e Complessi
  • Episodio 8: Topexan e il Lupo Mannaro
  • Episodio 9: Tv in camera che sballo!
  • Episodio 10: Il buongiorno si vede dal mattino
  • Episodio 11: Super Slot!
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    Responses

    1. Grande esempio di auto ironia. Alcuni passaggi come la descrizione del brufolo e lo strappo della ceretta hanno reso perfettamente l’idea. Roba da film demenziale (genere cinematografico dignitosissimo).

    2. Beh, complimenti per il ritrovo della positività 😉

      Solitamente sono le donne a cui si associano gli aspetti più vanitosi e quindi anche quelli più ansiosi, tipo il brufolo che appare sempre quando non deve e il coprirlo con il fondotinta della mamma, che fa tanto effetto strato 3D in brutto, e infatti io ho smesso da anni di usarlo, la pelle ringrazia 😀
      Anche la ceretta è qualcosa che si è abituati ad associare più ad una donna, anche se gli uomini che la fanno sono parecchi, ma avere questa visuale, questa narrazione maschile, ci fa entrare più ampiamente nella pelle di un uomo che vive, seppur di striscio, i rituali femminili… ne nasce una visione esilarante e distante da quella abituale, in rosa, in cui, pensa un pò, spesso in queste torture, ci si riesce anche a rilassare!

      1. Grazie Marta! Si la positività è altalenante, come il fisico e l’umore. Ma diciamo che ce la metto tutta. Per le “torture” femminili a cui mi sono sottoposto. Bhè erano dettate tutte dall’insicurezza adolescenziale, che poi indubbiamente ha condizionato anche quella della maturità 😉

      1. Mi hai incuriosito molto con la tua frase ” la visuale anche di un uomo attraverso cose che si legano più ad una donna, solitamente” cosa intendi precisamente? Sai questa mio “opera” spero sia anche la cronaca di un cambiamento, crescita, mutazione. Insomma mi interessa parecchio sapere quali sensazioni si provano a leggermi… Grazie…