Un viaggio alquanto Bizzarro.

Non è comodo guardare lo spettacolo da qui ma me ne farò una ragione. Certo che non avevo mai visto un teatro così pieno, poi ha uno stile molto particolare. Poltrone rosse e scale viole, bizzarro. Siamo al secondo atto di Pinocchio, sto dietro le quinte per un motivo che non ricordo, sarebbe stato più comodo stare in una di quelle bellissime poltrone. Dicono che a fine spettacolo ci sarà un rinfresco per ogni sala esterna del teatro, quattro per la precisione. Si chiude il sipario su l’impiccagione del pezzo di legno, è stata resa benissimo dal contrasto del teatro delle ombre, un’ottima tipologia di teatro per esprimere al meglio quest’opera. Vado al rinfresco nella sala est, non ho più voglia di guardare. Per me lo spettacolo finisce qui e tutti coloro che erano con me, ovvero gli altri membri della compagnia, lo sanno. La sala est è la sala notte, o almeno così ho sentito dire, non c’è niente da bere o da mangiare. Rimango a guardare il muro che è perfettamente decorato con fili d’oro che incorniciano un arazzo raffigurante un bosco di notte. Bizzarro. Questo teatro si contraddice in continuazione. Centinaia di persone, un palcoscenico gigante e teatro delle ombre. Architettura liberty, arrademento borghese e un pubblico di soli giovani, bizzarro continuo a pensare. Come bizzarro sia il fatto che una ragazza mi spinga ed io cada a terra ed esca dal teatro correndo.

Il teatro da su una piazza di una città bellissima, forse la più bella che io abbia mai visto, questa è però solo una tappa del mio pellegrinaggio. Mi siedo sulla scalinata del teatro e piano, prendo i filtri, piano cerco meglio nella tasca, piano prendo le cartine e… Bizzarro. Di solito tutto questo lo faccio di corsa perché nonostante la mia giovane età non ho tempo da perdere e devo sempre correre per fare qualcosa che in fin dei conti faccio male perché la faccio di fretta e quindi non ho abbastanza tempo per pensare ma devo comunque perché il tempo delle responsabilità si avvicina e devo vedere e fare più cose nel meno tempo possibile tralasciando comunque i numerossissimi errori che posso aver commesso rincorrendo l’utopia di essere perfetto e torno in me. Piano. Giro la sigaretta e l’accendo ammirando la bellissima piazza e le bellissime persone che la popolano. Il tempo si è proprio fermato, che bello sarebbe rimanere anche domani, ma si sa come sono i pellegrinaggi quando hai vent’anni, corri fino alla prossima meta e sei comunque contento. Dal teatro esce una donna che riconosco come un membro della compagnia, non mi ricordo il nome in quel momento, bizzarro. Ha portato con se la mia macchina fotografica, una vecchia Minolta X-3oo del 1985 perché, in quanto giovane di belle speranze, bisogna, in qualche modo, avere sempre un occhio al futuro ed il futuro coincide, in qualche modo, con il passato, come a dire, in qualche modo, che il tempo e l’evoluzione, insomma tutto ciò che concerne il nostro passaggio sulla terra e il nostro andare avanti è relativo e, sempre e per l’ultima volta, in qualche modo, bizzarro.

Mi alzo, è una bella mattina di primavera, la luce è perfetta, macchina fotografica al collo, rullino pronto e si parte all’esplorazione. I viali sono pieni di alberi e la strada è molto antica come del resto i palazzi, sono il giusto mix fra una bellissima città europea e la pietra lavica della mia città natale. I fiori, mai visti così tanti fiori in una città! coglierli sarebbe un peccato. Mi fermo. Com’è che si chiama questo posto? Non lo ricordo, ed è un peccato. Faccio una prima foto ai fiori, al rosso, al viola, al rosa, al verde degli alberi, alla bellissima terrazza che da su… Sul bianco. Troppa luce, non riesco a vedere e penso che sia… Normale, tutto mi rilassa, mi sento a mio agio, continuo la mia esplorazione. Ci sono molte persone anziane, la compagnia migliore per me, da sempre, la visione di un tavolo di vecchietti che gioca a briscola mi riporta con la mente a casa e alla mia prima partita con i nonni che mi hanno insegnato le regole di questo nobilissimmo gioco. Faccio un’altra foto e tutto si ferma, come se si fossero accorti di un esploratore estraneo solo in quel momento, mi sorridono e riprendono il gioco, mi si avvicina un tale.

-Io ti conosco. E’ un uomo alto, sulla cinquantina con l’aria da fannullone, uno di quelli che presto sarà un innocente Re della bisca, il mio tipo di persona preferito, uno che sta lì e lì rimarrà, tanto “chejenefregallui?” quel genere di persona che purtroppo o per fortuna tutti hanno in famiglia, e uno basta.  -Io ti conosco.- riprende -Ero amico di tuo zio.- Di solito mi sarei voltato e sarei andato a prendere un caffé, cosa che nel mio vocabolario significa “macchitticonosce?” ma adesso no, mi sento così in stato di grazia da seguirlo al bar e prendere questo caffé con lui.

Se c’è una cosa che mi infastidisce quando vado al bar di mattina è la mia intolleranza alimentare, il glutine è mio nemico giurato come la cancellazione della Serie A è nemica del popolo italiano. Raramente, dunque, ho goduto di una brioche con la crema abbinata al caffé, io lo prendo americano, eresia, ma ho vent’anni e i gusti sono gusti. L’uomo mi guarda, perplesso, poi ride. -Ah vero- come dire “ho capito” e mi porta dentro il bar, una fila di prodotti senza glutine da impazzire, commosso, prendo la mia brioche, il mio caffé e torno al tavolo. Io e l’uomo non parliamo molto, anzi, a parte un “papà come sta? e tuo zio?” non parliamo, io rispondo a quelle domande solo con un “Eh, campano, non li vedo da quasi un anno” senza addentrarmi troppo sui particolari. E’ stato un bell’incontro alla fine dei conti, non ho avvertito nulla che sembrasse noia… normale, insomma. Eccola, la prima fitta di alienazione da questo sentimento di normalità.

La sento per un secondo, non è fortissima ma c’è. Devo alzarmi dal tavolo. Respiro profondamente. Lavanda, un fortissimo odore di lavanda, mi rilasso, l’odore arriva così forte che mi commuovo. Sento il cuore stringersi, un po’ come quando sei felice, così felice che vorresti che quel momento durasse per sempre. Torno in me, non può durare. Ho troppe cose da fare e da vedere, mica posso fermarmi un posto e mettere radici, non ci sono i presupposti, sento il bisogno di andarmene. Non riesco, devo stare ancora un po’, magari il tempo di un altro caffé, in un’altra via, un’altra piazza.

Io e l’uomo camminiamo, io continuo a fotografare, voglio portare con me almeno un ricordo di quella splendida città senza nome. A noi si aggiunge una donna, un altro elemento con cui non condivido alcun legame, ci fermiamo in un’altra piazza. L’odore di lavanda contunia a colpire i miei polmoni come se ogni respiro fosse un colpo di pistola. -Vai via no? Spero di rivederti un giorno.- Mi dice la donna, la sua voce ha il suono e il calore di una voce materna, forse anche di più -Ho un regalo per te.- e lentamente mi porge una scatola, giuro che prima non l’aveva con se. La apro, dentro c’è un obiettivo, un teleobiettivo per essere precisi, -Grazie.- dico piano, quasi tremante. Lo monto sulla mia macchina, va alla perfezione, vedo tutto più chiaramente. Faccio un’ultima foto, il rullino è finito.

Entriamo in un grande Bar, pieno di persone che ridono e parlano a voce molto alta, è un’immagine surreale se penso che, al bar sotto casa mia, neanche si saluta quando si entra. Mi congedo dalla mia compagnia senza troppe cerimonie, loro mi sorridono, fanno “ciao ciao” con la mano, in modo amichevole. Vado ad un tavolo, ripenso a quanta strada devo fare per tornare al punto di partenza. Non faccio neanche in tempo ad ordinare che mi viene servito il caffé. A portarlo al tavolo era una ragazza dalla pelle bianca, senza neanche un’imperfezione, una felpa verde corta fino all’ombelico e i capelli rossi, anzi, proprio arancioni, sintomo di un colore naturale. Non dico niente, ogni tanto torno a guardarla e lei torna a guardare me, bevo ancora un sorso, nervoso, vorrei parlarle ma significherebbe prolungare la mia permanenza. Basta, penso, devo andare via, ho lasciato il caffé a metà, un giorno tornerò a finirlo, non è questo il giorno. Vado via veloce per i viali della città. La strada antica diventa terra nera. Bizzarro, penso, prima non era così ma non me ne curo. Cerco il teatro ma non lo trovo. Eppure ero sicuro che fosse… Bizzarro, penso, non ricordavo che ci fossero dei volantini sbiaditi all’ingresso, la porta la ricordavo meno… Bizzarro, penso, mi ricordavo un ingresso più lussuoso. Entro. Il teatro era al buio, marcio, abbandonato a se stesso, un brivido. Pinocchio era ancora lì, un’ombra mortifera impiccata ad una quercia antica.

Corro fuori, la bellissima città senza nome non c’era più.

Bizzarro, penso.

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