
Un nuovo giorno insieme
Con la tazza di caffè fumante ancora tra le mani osservo da dietro la finestra un cielo agitato: nuvole sfilacciate e veloci, a tratti grigie e a tratti candide.
Finalmente è arrivato il giorno tanto atteso.
Scelgo con cura gli abiti da indossare, sfilo dall’armadio un paio di jeans, una camicia e un maglioncino; guardo ancora fuori dalla finestra, ci vorrà un foulard dal momento che il vento non intende calmarsi, cerco le mie vecchie sneakers rosse, oggi niente tacchi dovrò camminare parecchio.
Dopo lunghe telefonate e lunghi giorni di silenzio ci saremo riviste!
Un solo lungo abbraccio avrebbe ridotto ogni distanza che il tempo e la lontananza avevano creato.
Al solo immaginare quel momento sento il calore dei nostri corpi, la forma del suo, morbido e abbondante, che si stringe al mio, gracile e ossuto, si riuniscono come i tasselli di un puzzle, si sostengono.
Ci vedo ridere e tenerci uscire dalla stazione e iniziare a raccontarci.
Al pensiero di noi si sovrappone il ricordo dei taxi con la portiera aperta, io e mia nonna che raggiungiamo il primo della fila e sprofondando sui sedili posteriori ci facciamo accompagnare al suo vecchio appartamento dove, da bambina, trascorrevo le vacanze estive, un odore di sapone di Marsiglia arriva alle mie narici.
Invece io e lei saremo arrivate a casa dove era pronta la stanza degli ospiti; una doccia, un bicchiere di vino in giardino e poi a la cena, cucinata insieme.
Immagino e quasi sento le nostre voci sovrapporsi per le tante storie da condividere, il rumore delle posate sui piatti e il tintinnare dei bicchieri.
E ancora sul divano continuare a ridere e parlare sin quando la stanchezza non avrebbe preso il sopravvento e allora, solo allora, ci saremmo nuovamente separate, ma questa volta solo per una notte, poche ore e di nuovo una di fronte all’altra davanti ad un caffè a ricominciare un nuovo giorno insieme.
Smetto di fantasticare e scendo le scale, salgo sull’auto e mi dirigo nel caos di Torino, per me sempre un labirinto, sbagliando più volte strada raggiungo la stazione di Porta Nuova, ma nonostante tutto arrivo in anticipo.
Sfrutto quel tempo per provare a calmarmi, respiro profondamente, inspiro ed espiro, una due tre volte, niente – inutile – il cuore non smette di battere all’impazzata.
Sento il treno in lontananza, la voce del capostazione annuncia il suo arrivo, “binario 6”, un lungo fischio e come in un sogno la vedo scendere dal vagone, quasi stento a riconoscerla: capelli corti, parecchi chili in meno, niente trucco e un trolley gigantesco che mi tranquillizza, indicativo di una lunga permanenza.
Nessuna di tutte le belle frasi che mi ero preparata esce dalle mie labbra.
Mi sorride, ricambio il sorriso.
Senza un abbraccio ci incamminiamo in silenzio verso l’uscita, ci dirigiamo in piazza Carlo Felice e davanti al dehor di un bar lei spezza il silenzio: “cappuccino?”, “Sì, grazie” rispondo.
Queste le nostre prime parole.
Con mia nonna sedevano sempre una a fianco all’altra, osservavo il suo profilo, la pelle chiara e morbida ancora elastica nonostante l’età, se avevamo tempo ci concedevamo un caffè con panna. Oggi si sta ripetendo un rito.
Altre due donne, io e lei, sedute al tavolino di uno storico caffè, i nostri occhi cercano di non incontrarsi e distrattamente seguono il saltellare dei piccioni che beccano briciole a terra.
Sembra sciogliersi la tensione, lo percepisco, ma cerco di lasciare a lei l’iniziativa di un primo avvicinamento.
I colombi si alzano in volo al passaggio di pedoni frettolosi.
Ci guardiamo.
Non abbiamo delle scuse da rivolgerci o frasi di circostanza da pronunciare, sappiamo già tutto.
Siamo una di fronte all’altra come davanti ad uno specchio.
Guardo l’orologio e faccio un gesto al cameriere che solerte ci raggiunge, pago
Ci incamminiamo verso la mia auto e mentre apre la portiera vedo comparire sul suo viso un altro sorriso, forse è il ricordo di tante gite su quel vecchio carrozzone.
Saliamo, accendo il motore e mi dirigo verso casa.
Arrivata posteggio davanti all’entrata della villetta che da un paio di anni è diventata il mio rifugio.
Un senso di sicurezza mi pervade ogni qualvolta arrivo nella mia valle, lei non ha mai compreso e condiviso come potessi vivere in quel luogo isolato.
Apro la porta fiera di me e soddisfatta all’idea di cosa le si sarebbe parato davanti agli occhi.
Nei giorni precedenti al suo arrivo avevo preparato con cura la camera degli ospiti come se avessi dovuto accogliere una principessa, avevo comprato lenzuola nuove, uno scendiletto soffice e delle pantofole rosa. Nella stanza da bagno candele profumate, l’accappatoio candido appeso al termosifone d’arredo; avevo cercato di rendere accogliente ogni stanza e cercato di curare ogni dettaglio.
Lei entra cercando di celare la sua curiosità, appoggia la valigia a terra, la giacca sul divano e si dirige in cucina come se conoscesse già l’ambiente.
Un raggio di sole illumina il vaso di fiori di campo che ho posizionato sul tavolo.
Si guarda intorno un pò spaesata, la nostra vecchia casa ormai è un ricordo lontano.
Ora qui sarebbe ricominciato tutto, avremmo dovuto solo avere pazienza e lasciare che il tempo facesse il suo dovere.
Se mi chiedessero il perché di quel lungo silenzio, di quel rimandare gli incontri non saprei rispondere non saprei spiegarmelo ma oggi non ho intenzione di scoprirlo.
Ancora uno sbuffo di sapone di marsiglia, mia nonna è qui vicina, la sento, sta infondendomi la sua saggezza.
L’accompagno al piano di sopra e le mostro la camera da letto, la osservo aprire la valigia e come in un’esplosione di colori e tessuti escono vestiti mal riposti.
Che meraviglia! E’ perfettamente tutto come ai vecchi tempi, quel disordine che una volta mi faceva perdere le staffe ora mi intenerisce.
La certezza che nulla è cambiato, che i ruoli sono rimasti invariati tutto come un tempo.
“Ti va un bicchiere di prosecco?” le chiedo
“volentieri” risponde
e questa volta mano nella mano scendiamo al piano terra.
Apro la finestra che porta al giardino e ci accomodiamo sul dondolo con i bicchieri in mano; ondeggiando dolcemente le parole iniziano a fluire, le tensioni si allentano, ci rilassiamo cullate da lento e dolce dondolio.
Facciamo solo brevi pause per sorseggiare il vino o sgranocchiare una nocciolina, per guardarci di sfuggita e riprendiamo a parlare.
Si stava avverando tutto ciò che avevo immaginato.
Le avvolgo sulle spalle una coperta di pile, dalle montagne scende una fresca brezza, si sta facendo sera.
Il sole primaverile illumina il versante est della montagna che si rispecchia nel vetro della finestra di camera mia. Toc toc…è un nuovo giorno che bussa.
Mentre preparo la colazione la sento muovere nella sua stanza, poi avverto sordi i suoi passi lungo la scala, ancora assonnata mi raggiunge in cucina in pigiama e con le pantofole rosa.
Ora il suo volto è tornato quello di un tempo o forse i miei occhi lo vogliono vedere così.
Non intendo analizzare, assaporo ogni istante di un bellissimo presente.
Le propongo una gita, la solita gita che le avevo proposto per anni, ma questa volta non declina l’invito.
Sembriamo due scolarette, scarponcini e zaino in spalle; sempre mano nella mano raggiungiamo la mia vettura.
“Guido io” esordisce
Le consegno volentieri le chiavi e mi accomodo sul sedile passeggero ben felice di godermi il viaggio e poter osservare il panorama, nonostante mi sia familiare lo trovo sempre suggestivo.
Arriviamo a destinazione: Lago di Ceresole. La nostra meta ci accoglie nel suo color verde brillante, sempre magico. Le imponenti cime ci osservano dall’alto come a proteggerci, ci incamminiamo lungo un sentiero, alberi e nuvole e ancora vette solide e maestose per abbracciarci al calar del sole. Osserviamo in silenzio la natura poi giocando a chi arriva prima concludiamo la salita, gambe e fiato un po’ affaticati, sul mio cuore il peso della malinconia che giunge senza far rumore, puntuale, al tardo pomeriggio.
Siamo di nuovo sedute una di fronte all’altra, nel rifugio due birre fresche e polenta fumante, nonostante il caldo primaverile non abbiamo voluto rinunciare a quella bontà.
La mia stanchezza deve essere evidente perché mi rimprovera di voler sempre fare troppo
ma come mia abitudine non ascolto i rimproveri e sorvolo sul raccontare i miei malanni.
Le chiedo fino a quando pensa di fermarsi, questa volta non ho saputo resistere.
Non risponde. Madre e figlia non hanno bisogno di parole.
Mi sorride e solo ora noto che sul suo volto, intorno agli occhi, sono comparse delle piccole rughe. Ha smesso di fumare, finalmente, ma le sue mani sono sempre alla ricerca di qualcosa nella borsa, retaggio di quel brutto vizio.
Torniamo a casa.
Di nuovo il sole bussa alla mia finestra.
Non ho fretta di alzarmi questa mattina, preferisco restare sotto le coperte, godermi il tepore della stanza, ascoltare il cinguettio dei cardellini vivaci e pieni di energia.
Quando apro la porta della sua stanza un profumo intenso penetra nelle mie narici, trovo tutto in ordine, le pantofole poste in un angolo ai piedi del comodino, il letto perfettamente rifatto; apro l’armadio e sento ancora più forte l’odore di prima, qualche vestito è rimasto lì pronto per essere indossato al prossimo passaggio in quella valle un pò sperduta.
Ora so che tornerà presto.
Ripeto il gioco, arriccio le narici, ogni volta che sentirò quella fragranza lei, seppur distante, sarà vicino a me.
Lei è peonia.
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Un racconto dolce e piacevole; a tratti un po’ malinconico. Inizialmente avevo capito che fosse in arrivo la nonna; nella conclusione leggo, invece, che si tratta della madre. Forse non ero abbastanza concentrata.
È la figlia che torna dalla madre e poi riparte…un pó la mia storia
A volte inizio a scrivere poi mi perdo…riuscire a farsi comprendere non è facile ma qui si impara molto, grazie
Molto bello il tuo racconto. Una forte carica nostalgica ci accompagna dall’inizio alla fine sulle note di una dolce malinconia. Come immergersi ed essere quasi là, anche noi, mano nella mano. L’unica cosa, se posso permettermi, qualche verbo da sistemare sicuramente a causa dei soliti correttori e un occhio in più alla punteggiatura. Per il resto, devo dire, assolutamente perfetto e originale. Molto brava
Grazie, vero ho usato tempi diversi in alcuni punti del racconto, a volte rileggerlo non basta ci vuole un occhio esterno
C’è tanto da imparare
Secondo me sei già molto molto brava 😊
Cara Elena, ma quanto mi è piaciuto questo tuo racconto! bello l’incontro figlia-madre, bello che si svolga sulle note della nostalgia della nonna, bello che i sveli che si tratti della madre oltre la metà del racconto. E bella questa partenza, la madre che se ne va lasciando qualche vestito. Tornerà, la figlia non ne dubita.
grazie è un po’ autobiografico