
Le persiane chiuse
Come ogni giorno scese le scale di corsa, saltando due gradini alla volta, aveva sempre fretta, ma oggi maggiormente, era in ritardo e il taxi lo stava aspettando.
Salì a bordo dell’autovettura gialla, chiuse lo sportello e si ricordò della cena per il pensionamento di Vanda! Maledizione! Non sarebbe arrivato in tempo. Avrebbe avvisato dopo i colleghi e lei avrebbe compreso.
Mentre l’auto si districava tra il traffico pomeridiano la sua mente ritornò al suo appartamento e iniziò a porsi le solite domande: “ho chiuso il gas?”, “ho chiuso la porta a chiave?” Si poneva mentalmente le stesse domande ogni qualvolta usciva dal suo appartamento. Pazienza, ormai era lì sprofondato sul sedile posteriore dell’auto e il motore era già acceso.
Partirono, pronunciò l’indirizzo e chiese di fermarsi al civico 28. Arrivati a destinazione scese borbottando un rapido “mi aspetti torno subito”; il tassista annuì, lasciò il motore acceso e con la portiera aperta, si accese una sigaretta, mentre il tassametro girava imperterrito e l’aria gelida circolava nell’abitacolo nel vano tentativo di eliminare un poco di quel tanfo di tabacco da poco prezzo. Si voltò e vide il suo cliente di spalle ormai lontano, dentro a quel suo cappotto di una taglia più grande che pendeva sulle spalle ricurve.
Sapeva di non dover tornare in quella casa, aveva percorso troppe volte quella via, ma vi erano ancora tante parole non dette, che rimbalzavano nella sua testa, sul palato, sulla lingua come in un flipper impazzito.
I passi rapidi, quelle gambe un tempo muscolose si affrettavano a raggiungere il portone, il marciapiede era lucido e iniziavano ad accendersi i lampioni, stava divenendo buio.
Si dimenticò dell’auto con il motore acceso, del tassametro, della cena, aveva ormai davanti ai suoi occhi solo il corpo di lei, il suo volto sorridente, le sue labbra pronte per un bacio, per un dolce ben tornato. Era la sua ossessione, la sua punizione, la rivedeva in ogni momento, riviveva come in un sogno la loro quotidianità; diapositive che scorrevano continue, la vedeva nelle stanze, distesa sul divano, in cucina a preparare la cena, seduta al tavolo di un ristorante con l’abito nero e gli occhi leggermente truccati, lo sguardo incantato, era innamorata e lo era anche lui, follemente!
In lontananza vide le persiane chiuse, sorrise al ricordo del corpo di lei disteso sul divano quando raggi di sole, penetrando dalle fessure, disegnavano linee luccicanti sulla sua pelle.
Continuava a nevicare, era quasi ora di cena; chissà se i suoi colleghi lo avrebbero aspettato? Magari per il brindisi e gli auguri. Ma qualcosa di più forte di ogni logica lo spingeva a procedere. Vedeva la tavola apparecchiata e i due calici di un vino rosso rubino, sentiva l’odore caldo della carne che cuoceva in forno, la candela accesa per il giorno del loro anniversario. I ricordi esplodevano, reali, nitidi.
Accelerò il passo e si ritrovò sotto quel portone. Un vento gelido e tagliente gli diede il benvenuto, cercò riparo nella vecchia sciarpa, nel pensiero del calore e dell’accoglienza delle sue braccia.
Spinse il portone, sperando di trovarlo aperto, per potersi ancora una volta nascondere come un tempo, con un mazzo di rose rosse dietro la schiena, col batticuore e la gola secca e il pensiero dell’intreccio dei loro corpi dopo una serata romantica.
Si accese una luce nell’androne, i fiocchi di neve avevano appesantito e imbiancato il suo cappotto…un rumore! Sentì aprirsi la pesante anta blindata e gli si piazzò davanti una sagoma; un giovanotto uscì senza neanche degnarlo di uno sguardo. Colse l’occasione e rapido si intrufolò all’interno.
Il fiato era affannato. Immaginava già il rapido spogliarsi, il togliersi gli abiti con abili gesti, le carezze esperte. Era sempre poco il loro tempo.
Arrivò al quarto piano, sul pianerottolo la porta era chiusa, suonò il campanello con mani tremanti, ancora nei pensieri l’immagine di lei aggrappata ai suoi fianchi; e ancora lì accasciati, sfiniti e risvegliarsi abbracciati il giorno dopo.
Al ristorante non lo avrebbero più aspettato, questa volta non avrebbe fatto parte dell’allegra compagnia, della spensierata tavolata.
Il tassista spense la sigaretta, chiuse la portiera e con tono cordiale chiese il nuovo indirizzo.
Guardarono contemporaneamente il tassametro: dieci minuti.
Dieci minuti per capire di non avere voglia di tornare a casa, di non avere un indirizzo, di essere un naufrago.
Aveva freddo, la neve si era sciolta dal cappotto ed era scivolata lungo la schiena.
“No, mi spiace, non abita più qui”. La fredda risposta lo travolse, più fredda della neve, più gelida dell’aria che lo colpì una volta tornato sulla strada.
Pagò la corsa e riprese lentamente a camminare.
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Bello, sia come trama che come ritmo.