Addio

Serie: Cinquanta Racconti


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: .

Il telefono vibra sul tavolo. Faccio scorrere lo sguardo su quella luce che lampeggia, già sapendo chi cazzo è. Eugenia. Da quando mi ha preso sotto la sua ala, non c’è più tregua, come se fossi diventato una fottuta star che tutti vogliono intervistare o una merce da vendere al miglior offerente. Respiro pesante, poi rispondo.

«Che c’è?» chiedo secco, senza nemmeno provare a mascherare il mio umore di merda.

«Ciao Rocco, come stai?» risponde Eugenia con quella calma da donna che ha tutto sotto controllo. «Loredana è a Milano e vuole parlarti.»

Le parole colpiscono come un cazzotto nello stomaco. Loredana. Non la vedo né la sento da mesi. Quando è partita, pensavo che fosse la fine. Fine dei giochi, fine delle notti lunghe e calde, fine di quel teatro che chiamavamo relazione. Ma ora… ora è di nuovo qui. E vuole vedermi. Perché?

«Di cosa vuole parlarmi?» chiedo, cercando di non far tremare la voce. Non mi piace essere preso alla sprovvista, e con Loredana non sai mai cosa aspettarti. Eugenia resta in silenzio per un momento, ma posso quasi sentire il suo sorriso dall’altra parte della linea.

«Non lo so, Rocco. Non mi ha detto niente di preciso.»

Stronzate. So che sta mentendo. Eugenia sa sempre tutto. È la regina del controllo. Ma non la contraddico. Non ha senso. Se Loredana vuole parlarmi, ci sarà un motivo, e io lo scoprirò presto. Non serve fare storie con Eugenia. Non oggi.

«Dove e quando?» chiedo, passando una mano tra i capelli, già sentendo il peso di quella conversazione imminente.

«C’è un piccolo bar in una traversa di Vittorio Emanuele in centro, ti ricordi? Quello dove fanno quei panini buonissimi.» La sua voce è troppo calma, troppo disinvolta, come se stesse suggerendo una fottuta scampagnata tra amici. Ma io so che non sarà niente del genere.

«Sì, lo conosco» rispondo.

«Stasera alle otto. Non fare il ritardatario, Rocco» dice, poi chiude la chiamata senza darmi il tempo di rispondere.

Resto lì, con il telefono ancora in mano, fissando il tavolo come se potesse darmi delle risposte. Loredana è tornata. E vuole parlarmi. Cosa cazzo può voler dire? Mille pensieri mi attraversano la mente, uno peggiore dell’altro. Forse è tornata per sistemare delle cose, forse vuole dirmi che si sposa davvero, che quella notizia che mi ha dato Eugenia tempo fa non era solo un bluff. O forse, cazzo, è tornata perché si è resa conto che Milano è l’unico posto dove possiamo entrambi sopravvivere.

Guardo l’orologio. Ho ancora qualche ora prima di quel fottuto incontro. Forse dovrei prepararmi, sembrare almeno un po’ più umano. Ma alla fine non faccio un cazzo. Mi butto sul divano e resto lì, a fissare il soffitto, a lasciarmi sommergere dai pensieri.

Mi presento al bar qualche minuto in anticipo. Il posto è piccolo, ma accogliente. Pochi tavolini, luci calde e soffuse, e quei panini che Eugenia tanto ama. Sento l’odore del pane appena tostato e di qualche spezia. Ma il cibo è l’ultima cosa che ho in mente.

Loredana non è ancora arrivata. Mi siedo al bancone, ordino un bicchiere di vino rosso. Uno buono, non quelle schifezze da quattro soldi. Non perché voglio farmi notare, ma perché ho bisogno di qualcosa di forte per placare il battito del cuore che accelera ogni volta che penso a cosa potrebbe dirmi.

Poi, eccola. Appare sulla soglia del bar come una fottuta visione. Indossa un abito semplice, ma su di lei sembra qualcosa uscito da un’altra dimensione. Bella come sempre, forse ancora di più, con quegli occhi che brillano anche nell’oscurità. Non ho mai capito come facesse. Ogni volta che la guardavo, mi chiedevo come avessi fatto a tenerla con me per tutto quel tempo. E ora, eccola di nuovo.

Mi alzo, cercando di mantenere un’aria di distacco, come se tutto questo non mi toccasse. Ma dentro, cazzo, sono un fottuto disastro. Loredana mi guarda, sorride leggermente. Si avvicina e si siede di fronte a me.

«Ciao Rocco» dice, la sua voce calda, familiare, ma anche lontana. Come se venisse da un altro tempo, da un’altra vita. «Grazie per essere venuto.»

«Non c’è problema» rispondo, cercando di suonare disinvolto. «Di cosa volevi parlarmi?»

Lei mi fissa per un momento, e posso vedere che sta cercando le parole. Non è mai stata brava con le spiegazioni. Ma poi, finalmente, parla.

Loredana si sistema i capelli dietro le orecchie e prende un respiro profondo, come se volesse trovare il coraggio per tirare fuori qualcosa di grosso. La guardo, cercando di decifrare cosa cazzo stia pensando. Sento che quello che sta per dire potrebbe cambiare tutto, in un modo o nell’altro.

«Rocco… sono tornata perché avevo bisogno di vederti. Di parlarti di persona,» dice, con un tono che mi fa venire i brividi. È serio, troppo serio.

«E quindi?» rispondo, cercando di non mostrare quanto mi faccia male sentirla così distante. «Parlami, allora.»

Lei fa un mezzo sorriso, ma è stanco, forzato. «Volevo chiudere tutto in modo corretto, senza lasciare cose in sospeso tra noi. Lo so che sono sparita, e mi dispiace…»

«Chiudere tutto?» ripeto, sentendo la parola come un colpo in pieno petto. Loredana annuisce, evitando il mio sguardo. Capisco subito dove sta andando a parare, ma cazzo, non mi aspettavo che lo dicesse così, in modo così diretto.

«Mi sposo, Rocco» dice infine, con una calma che mi fa incazzare. «Te l’aveva già detto Eugenia, lo so. Ma volevo dirtelo io. Volevo che lo sapessi dalla mia voce.»

Le parole si impigliano nella mia mente. Mi sposo. Loredana, la donna che ho amato, che forse amo ancora, che ho perso più volte di quante riesca a contare, sta per sposare qualcun altro.

Sento il sangue ribollirmi nelle vene. «E quindi sei venuta qui solo per dirmi questo? Per chiudere la porta in faccia senza nemmeno darmi una possibilità di capire?»

Loredana mi guarda, e nei suoi occhi vedo un misto di tristezza e determinazione. «Non è che non ho cercato di capire, Rocco. Ho cercato di lasciarmi andare con te, davvero. Ma le cose non funzionano sempre come vogliamo. Io e te… siamo troppo diversi. Forse lo siamo sempre stati.»

La sua voce è tranquilla. Io, invece, sento il bisogno di urlare, di mandare tutto a puttane. Ma rimango lì, con il bicchiere in mano, fissandola come un idiota. Un idiota che non ha mai saputo come tenere vicine le cose importanti.

«E lui, chi è?» chiedo, la voce più aspra di quanto avessi voluto.

«Non importa chi è lui, Rocco» dice con una fermezza che non avevo mai visto in lei. «Importa solo che ho scelto di andare avanti. Non è colpa tua, non è colpa di nessuno. È solo la vita.»

Solo la vita. Che frase del cazzo. Tutti si nascondono dietro questa scusa, come se la vita fosse qualcosa che semplicemente accade, senza possibilità di controllo. La verità è che facciamo scelte ogni giorno. E le sue scelte mi stanno uccidendo.

«Allora perché sei venuta qui?» insisto, sentendo crescere una rabbia sorda dentro di me. «Per chiudere in bellezza? Per darmi il contentino prima di sparire per sempre?»

Loredana scuote la testa. «No, Rocco. Sono venuta per dirti la verità. Per farti capire che non c’è più niente tra noi. Non voglio che tu viva nell’illusione che possa esserci un futuro. Ti ho amato, lo sai. Ma non possiamo andare avanti.»

La guardo negli occhi, e per un momento vedo la stessa Loredana che mi ha accompagnato in notti infinite, quella che ho amato e odiato con la stessa intensità. Ma è un momento fugace, e subito scompare dietro la maschera di calma che ha indossato per proteggersi.

Faccio un respiro profondo. Le parole rimangono bloccate in gola, perché so che, in fondo, ha ragione.

«Ok» dico alla fine, le parole che mi escono a fatica. «Se è così, allora va bene. Non ti fermerò. Vai e fai quello che devi fare.»

Loredana sembra sollevata, come se avesse aspettato quelle parole da quando è entrata nel bar. Ma non c’è gioia nel suo volto. Forse perché sa che, nonostante tutto, una parte di me non smetterà mai di aspettarla. Anche quando so che non tornerà più.

Si alza lentamente dal tavolo, lasciando una manciata di monete per il caffè che non ha nemmeno finito. Si ferma un attimo, mi guarda un’ultima volta.

«Addio, Rocco.»

«Addio, Loredana.»

Se ne va, e io resto lì, seduto, mentre il peso delle sue parole si deposita lentamente su di me. Il bar è quasi vuoto ora, il cameriere sta già pulendo i tavoli per la chiusura. Mi prendo qualche altro istante, poi mi alzo e mi dirigo verso la porta, lasciando dietro di me l’odore di pane tostato e l’amarezza che non se ne andrà mai via.

Milano mi accoglie nel suo abbraccio freddo e familiare. Cammino senza meta, con la testa piena di pensieri che non vogliono trovare pace.

Serie: Cinquanta Racconti


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