Al convento dei cappuccini- parte finale

Serie: Sicilia


Al convento dei cappuccini, tra le salme appese ad aspettare.

«Duemila cadaveri. Ma ti rendi conto tu? Un cimitero del cinquecento.

Quannu ci andai, tantu tiempu fa, appena entrai ebbi una sensazioni di repulsioni. Tutte quelle teste che penzolavano, mi parevunu che volevano dirmi qualcosa. 

Ebbi paura, te lo confesso. Mi sentii trimari le gambe. Era picciuttieddu, chistu si, ma quelle salme, quei cadaveri erunu veri, sono veri, messi lì ad aspettari i secoli per la resurrezione, capito? A me parve che tutti chiedessero la stissa cosa, siemu qua per questo, per la resurrezione dei morti, e siamo vivi.


Mio caro niputieddu, picciuottu caru, quannu ci vai ti accorgerai che ti diranno questo.

Questo luogo era dei monaci, e seppellivano solo loro stessi. Poi, comu succedi spesso, si intuisce la possibilità di guadagnare, e così fecero.

Quali cosa migliori di trasmetteri alli personi facoltosi di presentarsi a Dio in un certo modo, non lurdo di terra, puzzolenti e mangiato dai vermi? No, a Dio bisognava andare vestito per bene, con i migliori abiti, profumati, sentendosi certi di un sicuro vantaggio per il Giudizio universali. E questi signori pagavunu profumatamenti, un sacco di soldi.

Tu vedrai abiti eleganti, della domenica, uniformi speciali, abitini fini con ricami delicati nelle mummie femminili.

C’è una parte dedicata alle vergini. Queste picciuttedde li vedi in abiti bianchi. O cantu c’è scrittu:

Seguiamo l’agnello ovunque vada; siamo vergini.

Certu a vidiri queste mummie, la loro espressioni con i purtusa degli occhi, scavati, grandi, con le bocche aperte comu se gridassiru al mondo intero la loro verginità, fa davveru impressioni.

Si dici che li appinnieunu per circa un anno, li facieunu essiccari, disidratari tutti. Poi i lavavavunu con l’acetu, ci mittieunu a paglia dintra e poi li sistemaunu nella loro destinazioni.

A prima salma ca si vede appena entri, lu sacciu picchi c’è scrittu, è di un certo Silvestro da Gubbio, un monaco. L’ultima salma inveci è chidda di Rosalia Lombardo, una picciridda di due anni, morta di polmoniti nel 1920. Era già statu vietatu mettiri altri cadaveri in quel cimiteriu stranu, ma a idda hanno dato il permesso. Il padre è riuscitu a farla imbalsamari. 

Si rivulgìu o comunqui arriniscìu a farci fari l’ imbalsamazioni a un certo Safalia, chistu sperimentau na tecnica ca risultau vincenti. Ammiscau formalina, alcol, glicerina e autru, e a picciridda pari ca dormi. La chiamanu, la bella addormentata. La mummia di sta picciridda si conserva benissimu. Addirittura c’è cu dici che una volta al giorno idda apri gli occhi, e subbitu li chiudi nuovamenti, ha troppo sonno!

Chiddu ca ti voglio diri giovanottu, è che lì dentro il tempo è scomparso, è un luogo dove non ci sono jorna, uri, minuti, non ci sono ansie, dolori, preoccupazioni, niente. È un luogo magico, tutte quelle salme, rispettate, onorate da tutti.

Una signura, quannu ci sono statu iu, ad ogni mummia lasciava un segno della croci, parìa una benedizioni ca impartiva. Un’autra fimmina, inveci si arritirava il suo muso, era terrorizzata della morte. L’una vidìa la morti comu na strada versu la salvezza, l’autra si scantava che il suo corpo addivintava comu a quelle mummie brutte e orrende.

Un cimiteriu di autri tiempi.

Quannu uscì da quel convento, mi fermati a taliari di fora. Vidìa un edificio dove era statu asseggnatu un percorso, un transitu di anime. Comu se non entrare li dentro significava patiri li peni eterne.

Sono sicuru ca si ficiru carte false per entrarci. Ma chistu nemmeno a sottolinearlo, vero?

Ragazzo, ti dico questo, pretendere dalla vita con certi riti e assicurarsi la vita eterna, pi quanto mi riguarda, è tiempu persu.

U paradisu, se ci riusciamo, lo dobbiamo cercare qua, no vestiti di mummia!»

Quannu lu zu Pippinu finìu di cuntarimi questa storia, devo diri che mi venni voglia di andari a Palermo e vidiri di persona quella cripta.

Ma mi accontentai di capiri che la morti è un pinsieru per noi vivi, e cerchiamo in tutti i modi di futtirla. Ma, comu faciemu e faciemu, dobbiamo andari, con la nostra vita sulle spalle a dicirici:

«Permesso, mi scusi, si può?»

Con tutta serenità.

E mi alluntanai alla ricerca del mio paradisu.

Serie: Sicilia


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Molto bella la frase finale. Mi è piaciuta anche l’immagine delle mummie, il rispetto che tutti portano loro. È un’immagine che fa riflettere. Mi è parsa collegata poi al finale, scappiamo scappiamo, ma la morte è sempre con noi e le mummie sono lì a ricordarcelo.

      1. Esatto. Mi sono sempre chiesta anche io il perché e questa dinamica mi ha sempre incuriosita. Forse il rispetto per la morte stessa…o perché da morti non ci possono più rispondere…boh!

        1. Forse per paura, anzi sicuramente e cerchiamo protezione da loro per un prossimo mondo che non conosciamo.
          E poi sì, paura e rispetto per la morte stessa.