
ALICE
Serie: Il segreto dei dodici centenari
- Episodio 1: Il segreto dei dodici centenari
- Episodio 2: Simplicio
- Episodio 3: Il signor G
- Episodio 4: ALICE
- Episodio 5: Emme di maggio
- Episodio 6: Tziu Giulliu
- Episodio 7: Tziu Luisicu
- Episodio 8: Nonna Caterina
- Episodio 9: La signorina Tomasi Tanina
- Episodio 10: Signora maestra
- Episodio 1: Gioia mia
- Episodio 2: Zia Gavi’
- Episodio 3: Maura Melas
- Episodio 4: Due robusti centenari
- Episodio 5: Il canuto e la brunetta
- Episodio 6: La presentazione
- Episodio 7: L’amore al tempo del Covid
- Episodio 8: Il gatto è morto
- Episodio 9: Il tredicesimo centenario (parte prima)
- Episodio 10: Il tredicesimo centenario (parte seconda)
STAGIONE 1
STAGIONE 2
“Una madre può allevare dieci figli, da sola. Dieci figli non riescono ad assistere la loro unica madre.”
Così diceva mia suocera, prima che la sua mente, lucida e acuta, si annebbiasse.
La storia di Alice è uno dei tanti esempi che possono dimostrare quanto ci sia di vero in queste parole, dettate dalla saggezza popolare.
La centenaria protagonista di questa storia raccontava spesso che la decisione di trasferirsi dal loro paese di origine a un altro, distante poco meno di quaranta chilometri, era stata presa per consentire ai figli di proseguire gli studi, senza perdere troppo tempo in lungo viaggio, con la corriera lenta e stracarica, che faceva un gran numero di fermate prima di arrivare in città.
Il treno era molto più veloce. Dalla stazione di partenza fino a Cagliari, con il primo diretto del mattino, proveniente da Olbia Isola Bianca, quindici minuti o poco più.
I dieci figli erano riusciti, in parte, a ottenere un diploma di scuola media superiore. Solo il primogenito aveva conseguito la laurea, diventando medico, come il bisnonno materno. Il secondo – prete spretato – dopo il seminario e qualche lavoretto saltuario, si era affermato come agente immobiliare. Il terzo aveva interrotto gli studi di medicina, per fare il collaboratore scientifico.
La più grande e la più piccola delle femmine erano insegnanti di scuola elementare. L’ultimo studiava per diventare avvocato e scriveva ogni tanto qualche breve articolo di cronaca locale, come corrispondente dell’Unione Sarda.
Uno era morto, quando era piccolo, annegato nel vascone dell’orto, per la raccolta dell’acqua. Un ricordo che affiorava spesso, insieme al rimorso di essersi distratta troppo a lungo, mentre aiutava suo marito a zappare, tra i filari delle fave.
Da quel giorno Alice aveva indossato solo indumenti neri, compreso il fazzoletto sul capo, per uscire di casa, come ogni madre che perdeva un figlio.
Un lutto mai tolto, sino alla fine dei suoi giorni. Una condizione che traspariva, a volte, dal suo sguardo, carico di un umore tendente al nero.
Suo marito era un artista-contadino: più pittore e scultore, che zappatore. Vorace nel cibo accompagnato dal vino, dopo un lauto pranzo, dormiva tutto il pomeriggio; poi, col suo ritmo lento e un po’ goffo, si dedicava a rifinire qualche opera che avrebbe stipato insieme alle altre, nella soffitta. La loro modesta casa era tappezzata di quadri, anche scambiati con altri artisti, in un baratto da cui si auguravano di ottenere, col tempo, qualcosa di più. L’attesa che almeno uno di quei dipinti diventasse, prima o poi, un investimento fruttuoso, era diventata solo una vana speranza.
Il più grande dei quadri occupava quasi un terzo di una parete, e raffigurava, per intero, una donna alta, elegante, con un’aria un po’ austera. Era Alice da giovane, che non aveva perso del tutto quell’atteggiamento, anche se ormai indossava solo abiti neri, scoloriti, e ciabatte consumate.
Soprattutto non aveva perso la sua grinta nel parlare. Era una donna istruita e ben informata sulle questioni di attualità. Le sue idee erano ferree, con scarsa flessibilità ed empatia verso coloro che non apparivano conformi ai suoi criteri di normalità o di inclusione.
Ogni giorno leggeva alcune pagine del quotidiano in cui suo figlio, eterno studente fuori corso e impiegato part-time, scriveva i suoi trafiletti. Inforcava gli occhiali e dopo aver letto, con un’espressione fiera sul volto, quelle poche righe, appariva un po’ delusa, chiedendosi perché ci fossero solo le iniziali e non la firma per intero.
Alle 13 e 30 in punto accendeva il televisore per ascoltare il TG 1. E guai a nominare invano il nome di Francesco Giorgino, il conduttore del telegiornale che per lei era la voce della verità, senza se e senza ma. Tendeva l’orecchio come rapita dalle sue parole e non amava essere disturbata. Unica eccezione quando arrivava qualcuno dei figli maschi: abbassava il volume del televisore e interrompeva l’ascolto. Per le figlie femmine non si scomponeva: loro andavano a trovarla ogni giorno, si trattenevano più a lungo e potevano parlare, senza dilungarsi troppo, anche dopo il telegiornale.
Non era stato facile far crescere sana la sua prole, fisicamente e moralmente. Suo marito – pittore poco affermato e agricoltore molto svogliato – non produceva grandi risorse economiche.
Dieci bocche da sfamare erano tante. Le erano costate, spesso, lacrime amare e sangue anemico. Per far bastare il cibo doveva privarsi di qualche pietanza o di un intero pasto, e dividerlo fra tutte quelle bocche fameliche.
Mangiava poco ed era rimasta quasi pelle e ossa, anche da vecchia, quando, con i soldi della pensione e l’intera famiglia ben sistemata, avrebbe potuto concedersi qualche pasto più abbondante.
Nessuno dei figli aveva bisogno del suo aiuto materiale. Li aveva forniti di tutti gli strumenti necessari per vivere in modo dignitoso. Li aveva educati con una disciplina molto rigida, insegnando come cavarsela, senza troppi grilli per la testa.
Quando erano ancora molto piccoli li metteva seduti intorno al tavolo, minacciandoli con lo sguardo, con le parole e con l’indice puntato come un’arma da fuoco carica.
“Guai a chi si alza. Fermi e zitti” minacciava prima di uscire a far la spesa, senza portarsi appresso quella ciurma di marmocchi. Al rientro, prima di farsi vedere, origliava da dietro la porta: nessuna voce, nessun fruscio; poi sbirciava. Loro erano immobili e silenziosi, nella stessa posizione in cui li aveva lasciati.
Era una donna attiva e orgogliosa, Alice, piegata dall’artrosi, ma non nel carattere, nel suo spirito indomito, anche da vecchia.
Nel cortile, sul retro della casa, poco più ampio del tappeto, finto persiano, del salottino, coltivava ogni genere di erbe aromatiche e curative. Prezzemolo, basilico, rosmarino e salvia da una parte; camomilla, calendule, pungitopo e malva, dall’altra. Conosceva bene decine di rimedi tutti preparati con sa narbedda, come chiamava lei, nella sua lingua madre, quella pianta erbacea dalle innumerevoli proprietà curative. Una passione che le aveva trasmesso il nonno, medico del paese in cui era nata, nel periodo in cui i rimedi disponibili erano per lo più erboristici. La portava in giro per i campi incolti e le insegnava a riconoscere le erbe buone da quelle cattive; finché era diventata la sua assistente di fiducia.
Quando il suo disturbo ricorrente al plesso venoso rettale, diventava insopportabile, preparava il solito unguento con lo strutto, bacche rosse di pungitopo e fiori di calendula pestati nel mortaio. Le ricette dei farmaci prescritti dal suo medico, cioè il figlio, di solito le usava per accendere il fuoco.
I gatti distruggevano spesso le piantine del suo cortile: lei, senza perdersi d’animo e senza scacciare i graditi felini scaccia-topi, si armava di zappa e cavicchio e ripiantava daccapo. C’erano anche gli uccelli, che avevano fatto il nido sul salice del vicino, svolazzavano, sconfinavano e insozzavano spesso il suo tappeto verde e giallo. Lei calava il secchio nel pozzo, per lavarsi la faccia, poi sciacquava le foglie sporche di guano. L’acqua del rubinetto la usava poco: lo stretto necessario, per risparmiare sulla bolletta.
Con l’acqua del pozzo lavava spesso anche i panni. E quando doveva stenderli, sul terrazzo sopra la casa, per salire sulla scala ripida, avanzava di un gradino per volta, chinandosi e risollevandosi per poggiare la cesta carica davanti a sé, due scalini sopra, non potendo reggere quel peso in alto, con le braccia esili e sulle gambe malferme. Sembrava quasi che gattonasse come Nerino, il vecchio gatto che spesso si intrufolava dentro casa.
Non aspettava mai che arrivasse qualcuna delle figlie o nipoti a darle una mano, preferiva fare tutto da sé.
Era già ultranovantenne quando aveva iniziato ad assistere – con uno spiccato senso del dovere e poco trasporto amoroso – il marito allettato.
Quando diventò vedova, cominciò a vacillare, nella testa e ancor più sulle gambe. Il suo equilibrio precario rischiava di farla cadere a ogni passo. Cominciava a lamentarsi di essere stanca.
I figli avevano discusso a lungo sul da farsi. Uno di loro voleva inserirla in una RSA; un altro preferiva assumere una badante ucraina a tempo pieno, 24 ore su 24. Una delle figlie proponeva di organizzare dei turni, lasciandola in casa, a dormire nel suo letto o seduta nella sua poltrona, a guardare le immagini della TV o i gatti, dalla finestra. Un’altra avrebbe preferito tenerla con sé, in casa sua, ma solo in estate, durante le vacanze scolastiche, per un mese all’anno. La più piccola non si pronunciava: le dispiaceva per sua madre, ma non poteva trascurare i figli ancora piccoli e gli alunni della sua classe.
Alice non sentiva più, era diventata sorda e non riusciva a capire certi discorsi lunghi e concitati, con espressioni del volto che esprimevano l’ umore alterato. Era svampita, però, qualcosa, di tutto quel gesticolare, la colpiva e forse percepiva, vagamente, il senso di quei disaccordi famigliari.
Il suo sguardo appariva sempre più vacuo. Aveva iniziato a rifiutare il cibo e protestava quando volevano lavarla o costringerla ad alzarsi dal letto.
Le nipoti avevano iniziato a programmare la grande festa di compleanno, con festoni, ghirlande, palloncini colorati e vari altri addobbi.
Alice, però, orgogliosa com’era sempre stata, aveva deciso di togliere il disturbo prima del grande giorno. Non sarebbe stata un peso, né un ingombro, per nessuno; anche se, ormai, era diventata un fuscello.
Serie: Il segreto dei dodici centenari
- Episodio 1: Il segreto dei dodici centenari
- Episodio 2: Simplicio
- Episodio 3: Il signor G
- Episodio 4: ALICE
- Episodio 5: Emme di maggio
- Episodio 6: Tziu Giulliu
- Episodio 7: Tziu Luisicu
- Episodio 8: Nonna Caterina
- Episodio 9: La signorina Tomasi Tanina
- Episodio 10: Signora maestra
Bel racconto, sebbene in sottofondo ci sia l’amaro di non ricevere indietro tutto quello che si ha dato durante la propria vita.
Bella anche la personalità di questa donna, finora non c’è nessuno che non avrei voluto conoscere personalmente!
Grazie ShanLan per aver letto e gradito la conoscenza appena accennata, con un breve racconto, di una donna d’altri tempi; quando la donna era disposta a sacrifici enormi, per il bene di una famiglia numerosa, con una decina di figli da sistemare, possibilmente, nel migliore dei modi. A che prezzo? Ammirevole, ma difficile da condividere, oggi, una scelta così penalizzante, da dover sacrificare tanti altri nostri bisogni fondamentali.
Ciao Maria Luisa, questo racconto è quello che mi ha coinvolto di più, fino alla commozione nel finale. Veramente molto bello ed emozionante.
Ciao. Ti fischiavano le orecchie? Mi sono chiesta spesso, ultimamente, non avendo letto piu` nulla di tuo, se fosse tutto okay, a parte cio` che avevi gia`comunicato. E` quindi una gran bella sorpresa pre-pasquale, trovare oggi, le notifiche dei tuoi commenti.
Se almeno uno dei racconti di questa serie, magari soltanto questo, ha fatto vibrare le corde del tuo cuore, con sensazioni gradevoli, ne sono lieta.
Un abbraccio.
Un ritratto realistico, senza sensazionalismi o tentativi di romanzare il contenuto, di una donna “d’altri tempi”: magari fredda, dura e distaccata, ma forgiata, volontariamente o meno, dal periodo storico in cui ha vissuto.
Mi è piaciuto molto questo episodio!
La tua definizione “fredda, dura e distaccata” e` perfetta. Lei era davvero cosi`. Non era simpatica, pero` era degna d’ ammirazione. L’ impresa di aver tirato su una famiglia numerosa, con poche risorse, prodigandosi per l’ istruzione dei figli, tutti titolati o dignitosamente sistemati, avrebbe meritato un premio come donna menager migliore del paese.
‘E quando doveva stenderli, sul terrazzo sopra la casa, per salire sulla scala ripida, avanzava di un gradino per volta, chinandosi e risollevandosi per poggiare la cesta carica davanti a sé, due scalini sopra, non potendo reggere quel peso in alto, con le braccia esili e sulle gambe malferme’. Mi è piaciuto tutto di questo bellissimo stralcio di una vita, raccontato con lo stile asciutto e quasi giornalistico che hai ottimamente scelto. Tuttavia, questa è la frase che maggiormente mi ha colpita e commossa. Non so bene il perché, però mi sono ricordata della mia nonna con le gambe sottili e la pancia prominente che salive i gradini della soffitta con la cesta azzurra dei panni fra le mani. Grazie Maria Luisa per questo momento di dolce malinconia.
Grazie a te Cristiana, che mi conforti ogni volta con le tue parole. Questa situazione particolare che ho cercato di descrivere, anche se non troppo convinta del risultato stilistico, e` un ricordo e un’immagine che ricompare spesso nella mia mente. Ti giuro che quando penso alla mia vecchiaia (ormai sono quasi anziana), mi prefiggo di non lasciarmi andare, di non arrendermi, avendo presente, l’esempio di donne tenaci come Alice. E questa scena delle scale, a cui ho assistito tante volte, e` per me, una delle piu` stimolanti.
Leggo sempre con estremo interesse questi tuoi racconti Maria Luisa, descrivi la vita delle persone come fosse la tua.
Ciao Roberto, grazie di cuore. Sai e` proprio vero, in parte e` anche la mia vita, perche` finora ho raccontato soltanto storie di persone che ho conosciuto e frequentato a lungo, con le quali c’ e` stato un legame o un coinvolgimento affettivo e non solo.
Vorrei riuscire a completare la serie solo con racconti di vita vissuta, anche se non escludo che qualche particolare potrebbe essere aggiunto – in sintonia con il soggetto della storia – per un tocco di colore in piu`.
Un bellissimo racconto questo su Alice. Ti dico, M.Luisa, che questa tua serie è talmente vera e interessante da mostrarci non soltanto un destino che ci accomuna (forse non centenari) ma ciò che manca e abbiamo perduto. E’ una serie delicata, al contempo dura come una mannaia che ci (mi) cala davanti agli occhi. Alice è bella nella sua interezza. Grazie.
Ciao Bettina, grazie per questo supporto di cui sento il bisogno, per essere motivata a proseguire con altre storie di centenari, o quasi, o anche ultracentenari.
Per Alice avevo una grande ammirazione: una piccola-grande donna, come tante altre della sua generazione, piccole di statura, esili, ma resistenti a tutte le intemperie della vita.
Ho riletto diverse volte questo episodio. Sembra che tu abbia conosciuto molto bene Alice. C’è una sorta di sofferenza nel raccontare e quasi una ritrosia nell’entrare nei dettagli, come se ricordare troppo facesse un po’ male.
Forse sono io che sento così, magari perché ho perso persone da non molto o forse perché ho sempre pensato di non dover essere di peso a nessuno, nemmeno quando non sono stato bene.
Comunque molto bello.
Ho frequentato Alice per un lungo periodo di tempo, recandomi a casa sua, quando lavoravo come tdr. La ritrosia che hai colto e` dovuta alla mia titubanza nel dire o non dire, per tutelare la privacy dei protagonisti, evitando di svelare troppo che permetta di identificare le persone in questione. Chi mi conosce, potrebbe dedurre con maggiore facilita` chi e` la persona alla quale – diciamo – mi sono ispirata, per scrivere questo racconto.
Grazie Giancarlo e grazie 🙏 ancora per avermi fatto notare l’ errore nel pronome.
“Le ricette dei farmaci prescritti dal suo medico, cioè il figlio, di solito le usava per accendere il fuoco”
😂
Qui ho proiettato, non solo la passione di Alice che LE aveva trasmesso il nonno, ma anche la mia passione per la Naturopatia.
le donne sarde di una certa tradizione difficilmente dismettono il lutto, ne ho viste molte far così. E anche un certo autoritarismo fa parte del loro carattere. Poi resistono a lungo al tempo e ai rimedi usuali. E non amano le badanti. La tua Alice ha uno spontaneo chinarsi sulla terra da cui attinge ciò che le fa bene. Una società arcaica che sopravvive in lei? Non so. A volte ho dei dubbi. L’amore per i figli è arcaico? E l’autorità dei genitori lo è? Il ritratto che tracci è autentico, piaccia o non piaccia. Non c’è nessun obbligo, per nessuno, di adeguarsi. Alice leverà il disturbo, forse, ma a sua volta si toglierà da un disturbo che le infligge un mondo sociale che non è più il suo, bellissimo e duro.
Ciao Francesca, e` vero questo ritratto e` duro come lo era lei, forte e tenace, per sopravvivere al suo dolore, ma soprattutto per non abbandonare il resto della sua prole. E quando i figli avrebbero potuto cavarsela anche senza di lei (anche se della mamma si avrebbe bisogno sempre), si senti` obbligata ad assistere il marito infermo. Comincio` a crollare, fisicamente e mentalmente, quando termino` il suo ruolo di cura – oggi si direbbe caregiver, diventando una vecchia da assistere.
🙏 Francesca
Ciao 🙂
questa storia mi ha colpita più delle altre; forse è stato perchè lei ha subito una perdita che nessuna madre dovrebbe subire, oppure perchè mi è dispiaciuto leggere delle discussioni che hanno fatto i figli per decidere cosa fare con lei. Mi è dispiaciuto leggere di come lei si sentisse un peso e mi ha fatto riflettere, perchè la vita è una ruota …
Come sempre complimenti per questa serie <3
Grazie Lola, per la tua puntuale attenzione – sempre gradita e preziosa – a questa serie dei centenari. In questo quarto racconto il punto che volevo mettere in risalto e` esattamente quello che tu hai messo in evidenza. Le difficolta` dei figli nell’ assistenza dei genitori non piu` autosufficienti, senza la pretesa di voler giudicare o condannare nessuno, a priori.
Ciao Lola, un abbraccio.
“Uno era morto, quando era piccolo, annegato nel vascone dell’orto, per la raccolta dell’acqua. Un ricordo che affiorava spesso, insieme al rimorso di essersi distratta troppo a lungo, mentre aiutava suo marito a “
🙁
Ricordo vagamente questo fatto, di cui Alice parlava malvolentieri, per ovvie ragioni. La sensazione che dava era di una ferita che mai sarebbe guarita completamente, se non dopo la sua stessa morte.