Alla fine della vallata

Il saloon era pieno di gente a quell’ora. Avventori da tutte le parti della cittadina, affollavano il bancone umido di whisky e più della metà dei tavoli erano allestiti per il gioco d’azzardo.

Le voci si mescolavano alle note di un pianoforte sistemato sotto una scala stretta che portava alle camere del piano superiore.

Donne dagli abiti succinti si sporgevano dalla balaustra malandata e ammiccavano verso il basso, a caccia di ubriachi focosi.

Ogni tanto qualche fortunato urlava “Full!” o “Blackjack!”, a cui facevano seguito risate, brindisi e ogni genere di imprecazione.

Ad un tratto, le ante dell’ingresso si aprirono e un uomo con un cappello nero e un lungo cappotto fece l’ingresso.

La musica cessò e i presenti si voltarono ad osservare incuriositi lo straniero appena giunto.

L’uomo non vi badò e si incamminò lentamente verso il centro del locale. Il tacco consumato degli stivali picchiava sulle assi del pavimento e gli speroni emettevano un ticchettio cadenzato. Si arrestò davanti al bancone e porgendo una moneta al barista disse “Dammene uno.”

La musica riprese a suonare e le persone distolsero lo sguardo, gettandosi nuovamente nei loro affari.

Il barista annuì ed estrasse un bottiglia verde smeraldo da un ripiano dietro di lui e versò il liquore in un piccolo bicchiere impolverato.

L’uomo lo ingollò d’un fiato e chiese un altro giro.

“Non sei di qui?” Domandò il barista riempiendo di nuovo il bicchiere.

“Gente sveglia da queste parti.” Rispose lo straniero.

Sedette su uno sgabello, rivelando un cinturone di pelle e due revolver bruniti, sotto il cappotto. Il viso tirato e la barba incolta indicavano che era in viaggio da giorni.

“Da dove vieni?”

“Da East Paw.”

“Viaggio lungo. Sei solo?”

“Mh-mh. Sto cercando lo sceriffo.”

“Un altro cacciatore di taglie, dovevo immaginarlo.” Osservò con un ghigno il barista mentre con uno straccio liso asciugava un boccale bagnato.

“Lo trovi al di là del fiume, in cima a Rose Hill. Attraversa il ponte in fondo alla strada e poi prosegui per circa duecento iarde.”

Il cacciatore tracannò il whisky e mise un’altra moneta sul bancone.

Poi si voltò e uscì.

Montò in sella al suo cavallo, spronando l’animale ad un leggero trotto e seguì le istruzioni del barista, oltrepassando il ponte e salendo per Rose Hill.

Trovò l’ufficio dello sceriffo incastrato tra le facciate di una falegnameria e un emporio.

Entrando, notò due uomini. Uno, seduto ad una scrivania, era intento a leggere un quotidiano mentre l’altro guardava fuori da una piccola finestra.

Entrambi fissarono lo straniero davanti a loro.

“Serve qualcosa?” Chiese l’uomo alla finestra.

“Sto cercando lo sceriffo?”

L’uomo seduto abbassò un lembo del giornale mostrando la stella dorata, appuntata sul lato sinistro del gilet.

“Mi chiamo Lowell Duscombe. Sono qui per lui.”

Il cacciatore terminò la frase indicando un manifesto che raffigurava il volto di un uomo dallo sguardo truce e una taglia di 250 dollari morto o vivo.

I due uomini di legge si scambiarono un’occhiata divertita.

“Steven Munchkin…” disse lo sceriffo, “E’ sicuro di volerlo fare Signor Duscombe?”

“Se pagate quanto dichiarato…”

Lo sceriffo ripiegò il giornale e aprì un cassetto della scrivania tirando fuori una mazzetta di dollari spiegazzati.

“250 dollari. Sono suoi se riesce a portare qui quel bastardo.”

“Dove lo trovo?” Domandò Duscombe.

“E’ stato avvistato più o meno un mese fa, in una vallata sotto la catena montuosa a Nord, circa mezza giornata di viaggio da qui. Il posto è isolato, non dovrebbe fare fatica a trovare il suo nascondiglio.”

“E’ solo?”

“Probabile.”

“D’accordo.” Rispose Duscombe. Poi si avvicinò al manifesto. “Posso?” Chiese.

“Prego.” Rispose lo sceriffo.

Il cacciatore di taglie staccò il grande foglio dal muro e dopo averlo piegato lo pose nella tasca.

“Buona giornata signori.” Disse poi uscendo.

“Faccia attenzione signor Duscombe.” Replicò lo sceriffo guardandolo andare via.

Il cacciatore cavalcò per il resto della giornata e dopo il tramonto si attestò in cima al crinale montuoso che si affacciava sulla vallata, dove alberi alti e robusti creavano una fitta foresta e rendevano difficoltoso individuare eventuali presenze al suo interno.

Se Steven Munchkin si nascondeva da quelle parti, quello era il posto perfetto.

Si sarebbe avvicinato a notte fonda, quando il sonno del suo bersaglio sarebbe stato pesante.

Arretrò di qualche passo dalla sporgenza e decise di rifocillarsi e dormire qualche ora, per cui si avvicinò al suo cavallo ed estrasse dalla bisaccia un pezzo di carne sotto sale e delle bacche. 

Dopo cena, si coprì con una pesante coperta di lana e si addormentò.

Venne destato da una sensazione di freddo sul viso.

La notte era piena e silenziosa.

Il cacciatore si alzò e raccolse le sue cose. Diede una mela e una carezza al suo cavallo e montò in sella.

Scese lentamente verso la vallata e si fermò al limite della foresta.

Legò il cavallo ed imbracciò il fucile infilandosi silenzioso fra gli alberi.

Si muoveva cauto facendo attenzione a cosa calpestava. Per sua fortuna, la copertura degli alberi e la bassa temperatura rendevano umido il terreno, per cui era più facile attraversarlo senza fare troppo rumore. Una luce debole, proveniente da una piccola casa di legno, filtrava in lontananza tra la vegetazione.

Si acquattò dietro un cespuglio in attesa di vedere eventuali movimenti, ma notò solo un debole fumo grigio che sbuffava da un comignolo sul tetto. Duscombe quindi si alzò e iniziò ad avvicinarsi.

Provò a scorgere l’interno da una finestra. Vide un tavolo con avanzi di cibo, una sedia di legno e il camino acceso. 

Non vide nessuno all’interno, ma entrare dalla porta principale sarebbe stato avventato.

Lui non era avventato.

Gli avventati erano stupidi.

Gli stupidi si beccavano una pallottola in fronte.

Fece il giro intorno alla casa e trovò una porta sul retro. Sarebbe bastato il suo grimaldello e un pò di esperienza, per entrare.

In pochi secondi la serratura cedette e Duscombe aprì la porta. Nel medesimo istante un odore nauseante raggiunse le sue narici.

Era intenso e pungente, un miasma molto simile a quello sprigionato dalle interiora degli animali durante la scuoiatura.

Non ditemi che è già morto…Pensò.

Non avrebbe accettato di vederlo seduto davanti al fuoco, soffocato da una stramaledetta oliva, come un idiota. Ma in quel caso, avrebbe fatto in modo di intascare la taglia ugualmente.

Si mosse con estrema circospezione ma in breve si rese conto che la casa era vuota. Entrò in quella che sembrava una camera da letto, la perquisì a fondo ma trovò solo pochi dollari e ornamenti di scarso valore.

Mentre tornava sui suoi passi, inciampò in quello che sembrava un robusto anello di metallo che, ad uno sguardo più attento, azionava un’ imposta di legno ricavata nel pavimento.

Quando Duscombe aprì la botola, il fetore lo fece quasi mancare, tanto da usare il fazzoletto che portava al collo per coprirsi il naso e la bocca.

Scale umide conducevano in basso, nell’oscurità.

Con un fiammifero, Duscombe accese la sua lanterna e iniziò a scendere.

Si trovò in una grande camera sotterranea e immediatamente scoprì l’origine di quel tanfo.

La stanza era piena di corpi smembrati e di sangue rappreso che insozzava le pareti. Organi umani erano raccolti in grandi barattoli di vetro, colmi di un liquido torbido. Una quantità indefinita di ossa erano radunate in grandi fasci e legate con strisce di cuoio.

“Ma che diavolo…?” Il cacciatore era paralizzato da quella macabra vista e non potè accorgersi del rapido movimento alle sue spalle.

“Ti stavo aspettando.” Disse una voce sibilante.

Duscombe si voltò di scattò, ma qualcosa di duro lo colpì alla nuca.

La vista si annebbiò e perse i sensi.

Accadde in un attimo.

Nessun grido.

Nessuno sparo.

Solo il rumore della botola che veniva richiusa e il suono ovattato di una lama che entrava nel ventre del cacciatore di taglie.

La casa fu di nuovo immersa in un silenzio profondo, come se nulla fosse mai accaduto…

…Lo sceriffo udì un intenso vociare fuori dal suo ufficio.

Uscì in strada e vide un cavallo che procedeva a passo lento.

Si avvicinò afferrandolo per le briglie sebbene l’animale si arrestò senza ribellarsi.

“Ehi, ma quello non è il cavallo del signor Duscombe?” Domandò il suo vice, fermo sull’uscio.

“Direi di si.” Rispose lo sceriffo mentre frugava nella bisaccia della sella.

Trovò delle provviste e qualcosa di viscido avvolto in un fazzoletto.

Lo sceriffo dapprima si guardò intorno e poi decise di tornare lesto nel suo ufficio.

Nascose il fazzoletto come meglio potè e, una volta chiusa la porta, lo porse al suo assistente.

“Cristo!” Esclamò lui scoprendone il contenuto.

Il fazzoletto era intriso di sangue e al suo interno vi era un dito mozzato con un messaggio.

G R A Z I E

Il vice sceriffo dovette bere due bicchieri di whisky per riprendersi. Poi, rivolto allo sceriffo, disse “È il terzo questo mese.”

“Una taglia del genere fa gola a tutti.” Affermò lo sceriffo “Se solo sapessero…”

“Cosa faremo quando non ci saranno più cacciatori di taglie?”.

“Non lo so. Per adesso…” Un ghigno si dipinse sul volto dello sceriffo “…Aumentiamo la taglia su Steven Munchkin”.

Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa

Commenti

  1. Antonino Trovato

    Ciao Daniele, è la prima volta che mi trovo al cospetto di un western qui su Open, e devo dire che mi sono ritrovato in quel saloon, hai saputo ben riprodurre la scena, i dialoghi, mi sembrava di vedere un film vecchia maniera😁! E poi… e poi mi sono ritrovato con qualcosa di simile all’horror, mi hai piacevolmente sorpreso, perché ovviamente mi aspettavo un duello vecchio stile! Un bel racconto davvero tracannato in un sol sorso come un bel bicchierino! Un saluto, alla prossima!