Anche ad Altrove è questo…
Serie: Quello che gli uomini fanno
- Episodio 1: … quello che gli uomini fanno
- Episodio 2: Anche ad Altrove è questo…
STAGIONE 1
Ho le mani sporche di terra e sudore, segnate dagli anni come carta ruvida, piegate dal tempo come la mia vecchia schiena. Sotto la pelle è permeato l’odore dell’erba e del concime, un odore pungente, ma vivo. Eppure sono un medico, un tecnico, un genetista, e per me questo è importante. Almeno, lo sono stato. Questo è cambiato; ciò che non è cambiato è chi sono veramente, oltre le maschere, oltre ogni convenzione sociale. Ernest “Henry” Brighton, nato quasi due secoli fa, anche se ora i vicini mi conoscono solo come il vecchio dottor Henry. Queste mani scure hanno conosciuto il freddo tocco delle provette, prima di quello severo della polvere; i pallidi lumi scarlatti dei laboratori sono astri lontani nel ricordo, mentre il bacio delle lampade che oggi scaldano la mia serra è violento e instancabile. Senza, le piantine ramate e i loro frutti vermigli non potrebbero crescere. Eppure, un tempo, era negli isolati corridoi dell’AMRI che io avevo cercato di dare il mio contributo alla vita. Così è stato, fino a un pugno di decenni di anni fa. Ora, nonostante abbia dedicato gli anni verdi della mia esistenza alla medicina, sento di aver fatto di più coltivando pomodori, qua nel trentaseiesimo distretto di Altrove, di quanto abbia mai realizzato colpendo gli indelicati tasti di un elaboratore SIR51. Questo è ciò che facevo, ciò che ho fatto, fino alla mia ultima notte di servizio.
All’Alcon Medical and Research Institute ero esattamente dove volevo essere. Avevo studiato, combattuto contro una serie di pugnaci concorrenti e mi ero sfiancato per ottenere quel posto. Alla fine, alla tenera età di trentuno anni, ero un giovanissimo Capo Selezionatore del reparto Concepimento e Prenatalità. Sotto ai miei occhi passavano campioni di materiale organico, etichettati con sigle, perfettamente ordinati in uno schema di lavoro meccanico. Io ne ero entusiasmato: dirigevo personalmente i test per il SIR51, decidendo a quali speranzose coppie, là fuori, concedere il dono della vita. Superare la Soglia di Idoneità alla Riproduzione non era affatto comune. Era necessaria una compatibilità superiore al cinquantuno percento per ottenere il permesso alla procreazione, soglia superata, ottimisticamente, da meno di un terzo della popolazione. Il patrimonio genetico globale era al collasso, i deficit del sistema immunitario diffusi a macchia d’olio. Avevamo salvato tutti, per secoli, deboli, malati, inadatti ad avere una discendenza sana. Troppo a lungo, con troppo accanimento abbiamo concesso alla società di sopravvivere grazie alle amorevoli cure della scienza medica. Mai avremmo pensato che, sotto forma di una generalizzata bontà, stavamo, goccia dopo goccia, avvelenando il nostro futuro.
La mia mente è spesso in quei corridoi, fatua nel girovagare fra la sala d’aspetto, ricolma di persone, gli aromi del caffè caldo che si diradano dalla tazza dell’infermiera notturna e l’accogliente seduta della mia postazione di lavoro. Posso vedermi, come se fosse ora.
Sto sorridendo felice mentre completo l’ennesimo modulo di richiesta per la filiazione. I test mi hanno dato il primo risultato positivo dopo settimane. Entro nella scheda personale dei richiedenti, completando i campi vuoti per la valutazione. Una certa Alex Palmer e il compagno Josh hanno un indice di compatibilità superiore al sessanta percento: una buona probabilità di avere figli sani. Approvo la domanda e chiudo i moduli, prima di passare ai campioni successivi.
Sul palmare arriva una richiesta di intervento in sala operatoria. Un’asportazione di masse tumorali intrauterine. Non leggo nemmeno il nome della paziente e giro l’operazione ai chirurghi meccanici. La donna perderà in ogni caso la possibilità di procreare e io sono entusiasta per un test positivo: non ho intenzione di tornare così rapidamente alla fredda realtà. Mentre rifiuto la chiamata so che le macchine sbagliano più di frequente dei medici umani, ma non ho interesse a proteggere una povera vita malata. Non mi sento senza cuore, ma un amorevole inviato di Dio. Non mi lascio fiaccare da un presente irreparabile, ma proseguo, sotto l’inespressiva luce del mio laboratorio, ad avviare i test per il SIR51 dei successivi campioni, ordinatamente immobili ed etichettati nell’archivio d’analisi.
Le infermiere del reparto neonatale sono sempre state gentili con me. Una in particolare, la signorina Robin, mi sorride trovandomi di fronte all’acquario. Non è una vera vasca per pesci, dà solo la strana sensazione di osservare un altro mondo da dietro un vetro. Da qui, quel soprannome. Dall’altra parte, dodici piccole vite in altrettante piccole culle. Robin mi dice che hanno portato in mattinata l’ultima neonata. Sfortunatamente, noto una canula che fuoriesce dal braccio della piccola, attaccata a una sacca di neurostimolanti. Non è venuta al mondo sana, come altri quattro dei suoi compagni di stanza. Siamo alla fine del mese, e ho di fronte il misero risultato dei miei infiniti sforzi. La signorina Robin nota il mio malessere e mi mette una mano sul braccio, cercando di mostrarmi il bicchiere mezzo pieno.
«Sono più del cinquantuno percento ad essere sani» mi dice.
Lo comprendo: è per questo che faccio i test. Cerco di dare una chance a un presente soffocato dalla propria umanità. Guardo l’infermiera: ha il viso allungato, ma occhi profondi e le labbra sono voluttuose, di un timido rosa, attraenti. Penso che potrei chiederle di passare insieme del tempo, un turno serale, prima di rinunciare. Invece la saluto con un tocco accennato della mano, consapevole di essermi appena ritratto nel solitario guscio che mi sono scelto.
Serie: Quello che gli uomini fanno
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- Episodio 2: Anche ad Altrove è questo…
Ben scritto. Questa volta sei andato nella centrale operativa, per mostrare dall’interno le ragioni e gli obiettivi di queste analisi e pianificazioni biologiche. In un altro racconto avevi esposto i sentimenti di una coppia, di fronte alla prova della loro idoneità. Bello vedere i due punti di vista e le “buone intenzioni” (agghiaccianti per la verità) di purificazione del patrimonio genetico che stanno alla base delle operazioni. Aspettiamo il seguito!
“La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni”, diceva qualcuno. La seconda parte spero diventi disponibile già oggi 😉