
Camillo ha fame
La scintilla che stravolse la vita di Camillo arrivò per telefono. Giusto dopo che la Gran Capa Olivieri si fosse presa il disturbo di interrompere la sua pausa pranzo per ricordarmi che il mio lavoro era una schifezza. Io avevo messo i talloni sulla tastiera in una ribellione rassegnata, mentre i tacchi della Gran Capa inchiodavano tutti noi al ritmo circolare dell’orologio e a quelle mura senza finestre. Oltre le punte dei miei mocassini, Camillo sedeva placido. D’improvviso, ancora col telefono all’orecchio, tirò un pugno sulla tastiera e abbandonò sul tavolo il tupper pieno di insalata russa. E quello mi annunciò che stava accadendo qualcosa di straordinario.
L’insalata russa gliela preparava sua madre. Me l’aveva detto lui una volta che gli avevo chiesto se non si stufasse mai di masticare sempre la solita poltiglia. Mi aveva risposto che quello era un piatto perfetto, sia dal punto di vista nutritivo che del gusto, e che i sapori migliori sono isole in mezzo al ribollire dell’oceano, l’ostia prima della confessione, l’impasto di saliva che ti fa svegliare la mattina. Camillo era così, un misto fra il bizzarro e lo sgradevole, come quando si girava verso di me e senza dire una parola mi sorrideva con il giallo dell’uovo fra i denti.
Io un’insalata così non l’avrei fatta mangiare a nessuno. Fuorché alla Gran Capa Olivieri, ça va sans dire. Era praticamente patate, piselli e maionese, poco altro. Ed era sempre gonfia di odore di tabacco infradiciato. Ogni tanto alla madre di Camillo ci cadeva dentro un mozzicone. Il più delle volte, però, era solo della cenere. A lui non importava. Si mangiava il suo pranzo direttamente dentro al contenitore, come tutti noi. Però, a differenza nostra, che per sfuggire ai nostri riflessi lasciavamo i monitor accesi ma indisturbati, lui si ingozzava di maionese e mozziconi giocando a Prato Fiorito. In tutta la Olivieri non c’era nessuno felice come Camillo quando sui suoi occhiali comparivano i riflessi di numeri, colori e bandierine.
Ma nessun calcolo avrebbe potuto far immaginare a Camillo i contorni di una bomba enorme, a forma di bombola di gas. Esplodendo, disintegrò il senso delle bandierine di Camillo e delle sue giornate ammorbidite da litri di insalata russa. Quando tornò al lavoro due settimane più tardi, ancora vestito tutto di nero, la Gran Capa gli indicò subito la scrivania davanti alla mia, orfana come lui. Camillo ci appoggio il solito tupper di insalata russa. Ma invece di solida era liquida, una brodaglia che colava dai denti della forchetta senza toccare quelli di Camillo. Ogni traccia delle sigarette di sua madre era scomparsa.
Ogni mattina i quadrettoni delle camicie di Camillo cadevano sul suo stomaco svuotato in un taglio sempre più netto. Vedendolo ridursi alla superficie del proprio corpo, credevo che Camillo si stesse avvicinando alla leggerezza che spesso aiuta a riemergere dalle tragedie, che il suo lasciarsi un peso alle spalle non fosse solo una questione di qualche buco in più nella cintura. Mentre prima aveva gli occhi incollati al monitor anche quando si alzava per andare in bagno, adesso ci entrava per annacquare il caffè e allungare le pause che faceva con la Sabri, Carminati, Giambellini, la Gregori e persino con Vito, il custode. Ma più che leggero, Camillo era alla deriva.
Finché non trovò la sua sponda. Si risistemò nella sedia su cui ora si stendeva come uno sceicco, con la cintura slacciata e lo sguardo sazio, magro come un chiodo. L’insalata russa sul tavolo a fare da fermacarte.
Di cosa si nutriva Camillo? Lo studiavo infilandomi fra gli angoli del nostro ufficio, dietro la porta socchiusa del bagno, nascosto fra le ombre del banano nano (eravamo un’azienda green), coperto dallo sferragliare della fotocopiatrice. E il fatto era che Camillo, svuotato dentro, non poteva far altro che ascoltare, e tutti lo prendevano per un invito a parlare, per farcirlo delle cose di cui traboccavano: gli aumenti che erano dei miraggi, la Gran Capa Olivieri che prometteva licenziamenti, l’odore d’erba bagnata fuori e quello della ruggine dei termosifoni dentro, il tempo che non passava mai e che poi passava tutto d’un colpo, insomma, la vita.
Potevo monitorare l’andamento della Olivieri e dei suoi impiegati semplicemente osservando Camillo. Se si leccava i baffi, era probabile che la Sabri o il Giambellini avessero un fazzoletto in mano. Le mani sulla pancia piena erano l’indizio che Vito aveva ricevuto un’altra chiamata dall’ospedale. Quando avevo l’impressione che Camillo avesse l’acquolina in bocca, sapevo che la Gregori stava asfissiando fra i vetri della Gran Capa Olivieri. Un giorno lei ci proiettò un grafico che riassumeva in una retta discendente la traiettoria della nostra azienda e la miseria delle nostre vite. Camillo era un bambino in una piscina di caramelle.
Il giorno di Natale la Gran Capa Olivieri convocò tutto l’ufficio. Una punizione sotto forma di festa aziendale. Camillo non stava nella pelle e torturava un’oliva con uno stuzzicadenti sotto al televisore appeso al soffitto. Poi la notizia dello tsunami travolse tutto. Centinaia di migliaia di morti. Dall’alto dello schermo il Papa benediceva il suo gregge, mentre Camillo con lo stesso gesto rifiutò cotechino e lenticchie e si lanciò in strada. Se ne andò così, e mentre me lo immaginavo correre verso l’aeroporto, cresceva dentro di me la certezza che il succulento dolore del mondo lo chiamava per sempre.
Sei anni piu’ tardi aprii il frigo e sentii puzza di tabacco. L’insalata di Camillo era lì, sul terzo ripiano. Lo cercai fra gli angoli del nostro ufficio, dietro la porta del bagno, fra le ombre del banano nano, nella stanza della fotocopiatrice. Nulla. Poi lo vidi nell’ufficio vetrato, seduto accanto alla Gran Capa Olivieri, le mani intrecciate le une in quelle dell’altro. Venne ad abbracciarmi e mi sussurrò: “Uno fa il giro del mondo e non si accorge che la felicità è a un passo”. Si rimise nello sgabellino di fianco alla Olivieri. Lei spense una sigaretta tirando il mozzicone sui piedi di Camillo. Lui lo raccolse e se lo mangiò contento.
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa
Che bello Giuseppe, che scrittura genuina. Raccontare della vita racchiudendola in risicati metri quadrati. Un lavoro non da tutti. Complimenti.
Grazie mille Roberto!