
Chosen. Il Prescelto
Serie: La regina bianca
- Episodio 1: Mi chiamo Faythe
- Episodio 2: La voce che salvò la voce mia
- Episodio 3: Chosen. Il Prescelto
STAGIONE 1
“Io non posso scalare questa montagna senza te,
non posso affrontare tutto questa da sola,
con te al mio fianco apriremo i suoi occhi
e la verità ci porterà a casa.”
John Petrucci autore del brano “Chosen” tratto dall’opera rock “The astonishing”
<Caro.>
<Amica mia.>
<Tutto ok?>
<Si. Sto bene e tranquillo.>
<Il lavoro?>
<Meglio di così… non per il lavoro di per sé, però alzarsi ogni mattina all’alba era troppo.>
<Già. Eravamo una bella coppia di lavoro, noi due. Il reparto lo facevamo brillare. Le caposala ci rincorrevano dappertutto…>
<E la Boschi? Sempre bella?>
<Beh, si.>
<Perché esiti?>
<Pensavo l’avessi saputo.>
<Cosa?>
<Non sta bene.>
<Come?>
<E’grave.> Silenzio.
<Che brutta notizia.>
<Non ho mai capito che cosa vi lega, voi due.>
<Assolutamente nulla. Solo scambi di occhiate e “buon giorno”.>
Il dolore, alle volte, può trasformarsi in un’albagia, una dimensione che ti trasla all’infinito cosicché tutto ciò che ci circonda diventa sopportabile, una coperta per il gelo, un ventilatore per l’afa estiva. Tutta la malattia stessa diventa l’unica spiaggia in un mare senza fine, il letto la tua casa, le pareti bianche della clinica il solo ritratto che i tuoi occhi contemplano. E in quel letto, distesa, lei. Sì, c’era tutta, totalmente sé stessa, paziente e medico chirurgo, il suo male e la sua femminilità, la sua solitudine contrapposta alla sua umanità. Ella era ritenuto finemente bella, forse perché assomigliava alla Boschi, pregiatissimo ex ministro della repubblica. Adesso, distesa in questo letto del dolore la sua chioma ramata che in salute era folta e rigogliosa, stava perdendone anche il suo colore. Tante volte aveva riflettuto osservando i pazienti verso i quali officiava la sua esperienza di medico e chirurgo, sulla disperazione di sfiorire a causa di quel nemico che li affliggeva come a una punizione divina: adesso era lì, malata e sfiorita com’essi. Aveva gli occhi chiusi al fine di crearsi uno schermo nero virtuale davanti, dove si rivedeva sana e bella come dicevano che fosse, con il suo camice bianco, la sua chioma rosso rame che spicca su tutto ciò ch’è più chiaro che si musicava ad ogni suo passo, quasi fosse una danza. Il suo sorriso, i suoi occhi azzurri, la sua bocca regolare e ben fatta, la sua voce che era camomilla per i pazienti.
<Buon giorno.>
Era una voce d’uomo che le fece di colpo aprire gli occhi e tornare alla realtà di degente. Era rimasto in piedi sulla soglia della porta, aveva un mazzo di rose azzurre, lo fissò a lungo fino a quando non lo riconobbe.
<Buon giorno.> rispose accennando a un timido sorriso. Rimase ancora un po’ in silenzio, sempre fermo sulla soglia, mentre la fissava con una soave curiosità.
<Non esordisco con la solita frase di circostanza “Come stai?” perché la ritengo fuorviante. Ero da queste parti ed eccomi qui.>
<Come vedete, anche noi medici ci ammaliamo.> Lui chinò il capo.
<Il tuo darmi del “lei” appartiene alla deformazione di medico?> La fece sorridere.
<Scusami, è l’abitudine.> Finalmente le si accostò lentamente mentre continuava a osservarla come a volerle violare l’anima.<La tua bellezza è intatta. Ti ci manca il tuo camice di regina bianca.> Sorrise ancora:
<Regina bianca?>
<Ausiliarie, infermiere, caposala, medici, direttori. Siete tutte regine bianche perché con il vostro lavoro acquisite l’autorità sovrana di assisterci.>
Dal suo ingresso, era la terza volta in pochi minuti che l’aveva fatta sorridere, si sentiva bene, era la sua voce calda, il suo sguardo che voleva conoscerla, a indurla a questo effetto. Rimase con lei fino a che non sopraggiunsero i suoi genitori ritornando il giorno dopo, non spostandosi dal mio capezzale per tutto il giorno.
<Se non ti dispiace, vorrei ritornare anche domani.>
<Grazie.>
<E dopodomani.> Rimase senza parole.
<E l’altro ancora…> Riuscì a dire.
<Sono in chemio…>
<Non ti lascerò sola. Una come te ha la sacrosanta necessità di operare per questa società. In questa mia società.>
Le strinse la mano e un guizzo di sangue le colorò le guance. Fu puntuale come un orologio svizzero, ogni giorno la sua presenza fu costante, solidale, continua ed ebbra di soavità, anche quando la chemio le riduceva le forze fino ad essere un vegetale. Oltre a lui, erano tutti lì, i genitori, sorella e marito, quasi attendessero l’estremo saluto alla vita. Lui le teneva la mano, quando repentino la baciò.
<Mi vuoi sposare?> Un guizzo di emozioni furono così violente da farla fremere.
<Non sai quello che dici.> la voce di lei era appena percettibile.
<Lo so perfettamente, invece. Semplicemente essere un uomo felice con la donna che ama per festeggiare gli anniversari fino alle canizie. Sarà questa la più grande medicina.>
Quella grande emozione la fece tornare a vita, prese colore in viso, quasi il sangue avesse ripreso a circolare. Si strinsero le quattro mani con un intreccio indissolubile, saldate da una forza sconosciuta e violenta che li aveva investiti. Il giorno atteso arrivò, forse la felicità immensa dell’evento aveva dato speranza al futuro perché la malattia dette tregua. Giada, la sorella, la truccò, le lavò i capelli facendoli effondere di quel profumo e di quel rosso rame ch’era la vita stessa che stava tornando.
“Chissà se oggi mi bacerà per la prima volta.” volle pensare fra sé. Il ministro di culto celebrò quella santa unione e anche se la sua voce era ancora flebile e bassa, riuscì a far udire la promessa a tutto il reparto. Mi accarezzò prendendomi delicatamente il collo per avvicinarmi a lui. Si fermò per fissarla o meglio fissò i bellissimi occhi azzurri e la bocca dipinta. Lo udii respirare il suo fiato e la baciò. In quel preciso istante, un guizzo di vita la raggiunse come una scossa elettrica. Ma i giorni passarono rapidi come rapida fu la vita che la stava abbandonando: ormai la decisione era presa, si sarebbero trasferiti nella sua città dove la clinica oncologica era all’avanguardia. Lui doveva riprendere il posto di lavoro. Dal mattino fino alle cinque del pomeriggio, Sofia, la madre, era al suo capezzale fino a quando il marito li raggiungeva rimanendo con lei fino all’alba. Nonostante ciò, le condizioni peggiorarono, era costantemente sostenuta dall’ossigeno e il suo schermo visivo era ridotto a una parete bianca.
<Sin dalla prima volta che ti vidi apparire in chirurgia, con quel tuo maestoso mantello bianco, non ho avuto dubbi: eri la donna della mia vita.>
Glielo disse una mattina, all’alba, aveva perso completamente la sua fiammeggiante chioma rame e la nuca era avvolta da una bandana, ma per lui era sempre quella splendida giovane libellula che folleggiava fra le degenze. Quella stessa sera, lo chiamò sua sorella Tiziana, comunicandogli che a mezzanotte, avrebbero avuto una riunione straordinaria in chiesa, in profonda riverenza e in ginocchio, per intercedere alla guarigione. Avevano esteso l’intercessione a più chiese per un’unità spirituale generale. Il mattino dopo, sul posto di lavoro, squillò il cellulare con visualizzato il nome di Sofia: gli si bloccò il respirò, riuscì ad aprire la comunicazione al terzo squillo.
<Vieni subito… tua moglie… mia figlia è…> Fu interrotta da uno scoppio di singulti violento che pervenne all’orecchio attonito del suo ufficio. Il suo vicino di scrivania, fraternamente gli strinse le spalle e si offrì di accompagnarlo in ospedale. Corse come un folle su per le scale, fino a giungere nella hall del reparto clinico. Scorse Sofia seduta con le mani affondate nei capelli.
<Mia moglie… se n’è andata!> esclamò lui con al voce rotta e gli occhi gonfi di lacrime.
Si voltò e la vide.
Centocinquantadue assemblee si radunarono per intercedere, cento distribuiti fra Stati Uniti e Canada, il rimanente fra Italia, Gran Bretagna, Francia, Belgio e Svizzera per un totale di oltre centocinquantamila fedeli in adorazione, tutti insieme ad uno stesso e identico orario, alla mezzanotte italiana. Con una media di mille a congregazione (quelle americane si aggirano in un intervallo di tremila e cinquemila anime comunicanti, mentre quelle europee fra le cinquecento e le duemila), un’intera città chiese a Dio il prodigio. E il prodigio fu concesso!
Quella mattina, quando lui arrivò di corsa e disperato, la trovò in piedi che usciva dallo studio del medico. Sì, in piedi e sul viso il colore della vita che rifioriva. Il chirurgo:
<E’ stata una notte in cui la paziente ha viaggiato fra la vita e la morte fino a quando una scossa violenta l’ha placata come stordita. Pensammo che ormai fosse andata, avevo preso la cornetta per avvisarvi quando il respiro divenne regolare, le guance s’infiammarono di colpo e gli occhi si aprirono davanti a noi.>
Il marito, con il battito del cuore accelerato, sibilò:
<Che ore erano?>
<Mezzanotte e cinque minuti esatti.>
Beh, come un’antica profezia, si ritrovarono a festeggiare metodicamente l’anniversario di matrimonio per i diversi anni avvenire, e in tutto quel tempo la regina bianca tornò in corsia, non più in chirurgia ma in oncologia, specializzandosi pur di essere l’angelo di luce e di speranza per chi è immobile fra la vita e la morte. E suo marito, testimone oculare di quella resurrezione. Adesso, io sono qui, davanti alle loro lapidi, dipartiti quasi in un unico e solenne viaggio, iniziato in ospedale con fugaci sguardi e silenti saluti fino all’apparizione di lui che si caricò sulle spalle la sofferenza di una perfetta sconosciuta.
<Fui come un messaggero, una missione nella valle del dolore.> spiegò lui a chi glielo domandasse.
Lei, invece fu meno poetica.
<Qualcuno segnò il destino di Faythe, la regina bianca e di Gabriel, il prescelto.>
Photo by Alexandra Gorn
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