Copula cum daemone – Prima Parte

Serie: Il Nero Capro

“Gli uomini producono il male come le api producono il miele.”
William Golding

«Pietà! Pietà, vi prego!»

Le grida rimbombavano sotto le alte volte a botte. Da una singola finestra, stretta ed alta, la luce dell’alba s’insinuava nella penombra della sala come una lama nella carne, tagliando in due la scena. Da un lato, la persona che stava invocando clemenza: una donna sulla quarantina, nuda, il corpo coperto di lividi ed ecchimosi. Aveva le braccia dietro la schiena, i polsi uniti e fissati ad una corda che calava da una carrucola.

Dall’altro lato, dietro una grossa cattedra sulla quale torreggiava un massiccio crocifisso in oro, v’erano due figure: un frate sulla cinquantina con i capelli acconciati in una chierica, che indossava un saio bianco coperto da un pesante mantello nero; ed un giovane novizio in un saio marrone, il cappuccio a celarne le fattezze, che con una penna d’oca stava vergando qualcosa su un grosso volume al lume di una candela di sego.

Il frate ignorò le urla e fece un cenno ad una quarta figura, un uomo massiccio nascosto nell’ombra, il quale immediatamente azionò un argano.

La corda legata ai polsi della donna si tese e iniziò a torcere le braccia verso l’altro, mentre lei spinse in avanti il busto cercando invano di assecondare il movimento. Le sue urla si intensificarono quando i suoi piedi si staccarono da terra. Mentre veniva sollevata verso l’alto in quella posizione, col peso del corpo che gravava interamente sulle spalle, il frate, con tono distaccato, le chiese:

«Ti rifaccio la domanda, Teresa. Sei stata tu, con un sortilegio, a far ammalare le viti di Jacopone de’ Bottai?»

Cercando la forza per rispondere, la donna ribadì ciò che diceva già da giorni:

«No, signore, con tutto il cuore! non sono stata io, non ne ho colpa, ve lo giuro sulla Santissima Madre di Dio!»

«Non nominare invano la Santa Vergine, Teresa, e pensa piuttosto a dir la verità. Abbiamo le prove, sei stata vista gettare qualcosa nel campo di Jacopone, ergo sappiamo che hai causato un maleficio. Manca solo la tua confessione. Che non tarderà ad arrivare»

«Ma io non ho gettato nulla! davvero, Signore!»

Era ormai coi piedi ad un paio di metri dal suolo. Ad un cenno del frate la corda fu lasciata libera di scorrere, e la donna cadde verso il suolo. Ma poco prima che i suoi piedi toccassero terra, l’argano fu bloccato. La corda si tese di colpo, strattonando i polsi verso l’alto mentre il corpo manteneva l’inerzia della caduta. Nella sala si sentì forte un “clack!”, ed entrambi gli omeri della donna uscirono dalla loro sede nelle scapole. Teresa sbiancò, urlando per il dolore. Piano, venne calata al suolo, dove s’accasciò.

«Ti ripeto la domanda, Teresa, sei tu una strega?»

Con un filo di voce, tra le lacrime, un flebile “no” uscì dalla bocca della donna.

Altrettanto flebile fu l’“alza” pronunciato dall’inquisitore. L’uomo nell’ombra azionò nuovamente l’argano, le braccia di lei si torsero di nuovo; il dolore esplose insopportabile, seguito da altre urla.

«Puoi fermare tutto questo, donna,» disse il frate, «basta che tu ammetta di essere una strega.»

Vinta dal dolore, la poveretta gridò tra le lacrime:

«Lo sono! sono una strega, lo sono, ma vi prego, basta!».

Il calvario finì. La donna fu aiutata a risollevarsi, i suoi polsi liberati. Si reggeva a stento.

«Teresa di Campolungo, io Fra Bernardo da Monteremo ti riconosco come strega a fronte della tua stessa ammissione, e pertanto ti condanno al rogo.»

Il novizio trascrisse il verdetto sul registro, mentre la donna scoppiò in un pianto dirotto. Un gesto del frate e fu portata via, trascinata per i capelli dall’inserviente. Costui diede una lunga occhiata alla donna, con una strana luce negli occhi, che lasciava intendere che prima che quel corpo venisse bruciato sul rogo, lui ne avrebbe approfittato. Ancora.

Intanto il giovane scrivano voltò pagina, preparandosi a redigere un nuovo verbale.

Pochi minuti dopo, l’inserviente rientrò con un’altra donna, poco più che ventenne. Aveva lunghi capelli corvini arruffati e sudici e le vesti strappate. Un labbro era gonfio, ed un alone viola le ornava l’occhio destro.

«Maestro», la voce del novizio ruppe il silenzio, «la candela sta finendo. Possiamo mandare l’inserviente a prenderne un’altra, di grazia?»

L’inquisitore, scocciato dalla richiesta, acconsentì con un borbottio, congedando l’energumeno ed osservando intanto dei carteggi.

«Dunque,» esordì finalmente il frate, «Guendalina. Sei accusata di stregoneria. Testimoni affermano di averti vista di notte nei campi, e Taddeo Lanai dice che la morte di alcuni suoi capi di bestiame è avvenuta a causa di un tuo sortilegio. Come ti dichiari?»

«Innocente, signore.»

«Te lo ripeto una seconda volta: è vero che ti aggiri di notte nei campi per cercare ingredienti per le tue pozioni, che hai causato con queste la morte del bestiame di Taddeo Lanai e che pratichi la stregoneria?»

Col capo chino, Guendalina di nuovo disse:

«No, signore, non lo è.»

L’inquisitore sbuffò, mentre il novizio osservava immobile, col volto di pietra.

Il frate quindi le si avvicinò, raccogliendo dal suolo un flagello. Poi le afferrò il mento con una mano, costringendola a guardarlo negli occhi:

«Ascoltami, ragazza. In un modo o nell’altro, avrò la tua confessione.»

Passò dietro di lei, afferrò il colletto dell’abito della giovane e lo strappò, denudandola fino alla cintola. E quindi colpì. Una, due, tre volte. La giovane strinse i denti, mentre i lacci del flagello – ed i pesi metallici ai loro capi – le aprivano grappoli di sangue sulla schiena.

L’inquisitore lasciò cadere il flagello e tornò al suo posto, assaporando soddisfatto i singhiozzi di Guendalina.

Intanto l’inserviente, presa una candela dal magazzino, stava tornando verso la sala degli interrogatori. Passando davanti alla porta della cella di Teresa si fermò, guardandosi attorno. Nessuno. Aprì la porta. La donna giaceva stesa su uno strato di paglia sudicia, le braccia inerti lungo i fianchi, entrambe le spalle lussate. Quando vide l’uomo abbozzo un flebile:

«No…ti prego, basta…»

Lui rispose con un ghigno, e si calò le braghe. Senza lasciare la candela, si inginocchiò tra le gambe della poveretta, che non aveva più nemmeno la forza di piangere.

«Orbene, confessi di essere una strega?»

Serie: Il Nero Capro
  • Episodio 1: Copula cum daemone – Prima Parte
  • Episodio 2: Copula cum daemone – Seconda Parte
  • Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Erotico, Horror, Narrativa

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    Discussioni

    1. A però qua si gioca pesante! L’episodio è crudo come la storia ci ricorda, e in questo caso anche se leggere è doloroso è allo stesso modo importante non dimenticare. L’episodio è scritto molto bene, scorrevole e pieno di tensione, sono proprio curiosa di sapere cosa succederà… spero solo che riserverai a quei BASTARDI SENZA GLORIA torture ancora peggiori, se ne esistono! Bravo stasera proseguo

      1. Ciao Virginia, grazie per il commento! sono contento che ti sia piaciuto come è scritto, e che ti abbia invogliato a scoprire il resto. Per quanto riguarda la crudezza, concordo con te, ma al momento preferisco trattenermi dal commentare oltre…fin quando non avrai letto anche il resto, per non anticiparti nulla.

    2. Ciao Sergio, hai trattato alla grande il tema dell’inquisizione, con quella crudezza che rende affascinante il racconto affascinante e serrato. Non è mai facile trattare la crudeltà umana, ma tu ci sei riuscito benissimo! Leggerò con grande piacere anche il secondo episodio, perché questo mi è piaciuto molto, tetro, oscuro ma dannatamente piacevole!

      1. Ciao Antonino, ti ringrazio! Uno degli obiettivi era proprio puntare il dito sulla crudeltà umana, sul fatto che il male è spesso insito negli uomini…

    3. Ciao Sergio, noto con piacere che questa è una serie e senz’altro la seguirò fino alla fine, senza l’ausilio di una tortura… Ahahahah Certo, ci vuole fegato per leggere certe cose e onestamente ti confesso che non posso fare a meno di sperare che prima o poi gli inquisitori saranno appesi alla carrucola… Intanto mi chiedo: non è che abbiamo letto lo stesso libro? Anni fa mi è capitato di leggere “I roghi dell’inquisizione” di Frank G. Slaughter. Se non lo hai letto mi stupisco perché praticamente il tuo episodio gli si avvicina moltissimo e quindi ti consiglio vivamente di rimediare. Corro subito a leggere il secondo episodio, a dopo.

      1. Ciao Ivan!
        Ammetto la mia ignoranza, non conosco Frank G. Slaughter! ?Però non sono sorpreso che ci sia una somiglianza con altri brani, alla fine quella che ho descritto è un tipico metodo di tortura, lo “strappado”, che salvo poche variazioni veniva eseguito sempre allo stesso modo.
        Idem le metodologie del processo..
        La serie per ora è “mini”: l’idea è di creare racconti autoconclusivi di una/due puntate che abbiano come filo comune il Nero Capro… Ho altre due idee in testa, devo passarle sulla tastiera!

      2. Sergio, ma quale ignoranza! Magari quello non è neanche uno scrittore famoso… a me è capitato di leggere quel libro perché me lo hanno prestato tempo fa, comunque te lo consiglio perché è molto bello.

    4. L’orrore si cela nell’ animo umano. Ho letto con piacere questo episodio, e devo dirti di averlo apprezzato. La crudeltà delle persone non smette mai di sconvolgermi. Vado col secondo episodio.

      1. Ciao Dario, ti ringrazio! Già, la crudeltà, il male, spesso si annidano nell’animo umano. E basta poco, basta avere la giusta occasione, e inesorabilmente emergono.

    5. Ciao Sergio. Un racconto crudo perché… quando la fantasia si veste di realtà, l’orrore è sempre lì, in agguato, pronto a farti riflettere, a farti capire che questo mondo è stato (ed è) corrotto fino al midollo. La gente è il virus letale che ogni giorno infetta, inquina con la sua ignoranza. Quella dell’inquisizione è una “fase” storica che ho ben approfondito, vuoi da una parte per via delle materie universitarie e dall’altra per interesse personale… per cercare di capire cosa porta a volte l’essere umano a essere così piccolo. Ottimo episodio, mi hai suscitato parecchie emozioni. Proseguo immediatevolmentemente (Zorex docet). 🙂

      1. Ciao Giuseppe, grazie per essere passato! 🙂
        concordo con te, la realtà spesso supera la fantasia, tanto nel bene (per fortuna!) quanto aihmè nel male. E per quanto questo racconto includa sicuramente elementi fantastici, le parti più crude sono assolutamente verosimili. L’inquisizione è solamente una delle tante macchie sulla storia dell’Umanità, ho scelto questa piuttosto che altre perchè meglio si adattava alla situazione che avevo in mente (ho anche letto che alcuni dei metodi di tortura che conosciamo siano in realtà dei falsi storici inventanti successivamente per calcar la mano ed enfatizzare una parentesi già orribili di suo, per questo ho preferito non dilungarmi con vergini di Norimberga, pere, stivaletti ed altro).

    6. Complimenti, il brano mi è piaciuto davvero. Molto forte sia nelle descrizioni che nei dialoghi e anche molto credibile, si vede che hai una grande esperienza come inquisitore.
      Vado subito al secondo episodio

      1. Mi hai sgamato! ?
        Scherzi a parte, grazie! Come ho detto anche a Micol, avevo questo racconto in mente da un po’ (più altri due, ambientati in epoche diverse ma con l’elemento chiave in comune), ma l’ho riscritto un paio di volte prima di pubblicarlo, perché non ero soddisfatto e ti dirò, ancora non sono convinto al 100%… Si accettano pareri!

    7. Ciao Sergio,
      L’inquisizione è una macchia indelebile nel passato dell’umanità tutta, un orrore perpetrato dagli uomini e non da Dio. Questo tema mi è particolarmente caro, tanto che ho scritto uno dei racconti presenti in una mia raccolta.
      Una curiosità, ti sei portato avanti con il lab di luglio? Te lo chiedo perché ho avuto la stessa idea, ho già pronto il racconto da pubblicare non appena emesso il verdetto del popolo 😀

      1. Dici una cosa giustissima: “un orrore perpetrato dagli uomini”. Non dico altro, perchè questo punto verrà toccato meglio nella seconda parte del racconto.
        Che poi, stando a storici più recenti, pare che molti degli strumenti di tortura che consociamo siano delle invenzioni postume per creare più orrore attorno ad un aspetto della nostra Storia che già di per sè è stato tragico. Per questo motivo ho cercato di non tirarne in ballo troppe, di tenerla semplice.
        E no, per il lab di luglio non ci ho ancora pensato! questo racconto ce l’avevo in mente da un po’ (l’intenzione è di fare una serie sul “Nero Capro”, con episodi non necessariamente connessi tra loro, ambientati in epoche diverse). L’ho riscritto un paio di volte perchè non mi convinceva (a dirla tutta, credo che sia ancora migliorabile, ma non ce la facevo più a tenerlo nel cassetto! 🙂 )

      1. Mi ha sempre colpito questa frase de “il Signore delle Mosche”