Cuori in scatola

Il portone lento e pesante si chiude alle mie spalle, salgo un piano di scale e subito incontro lo sguardo di volti annoiati, corpi immobili con le spalle al muro, seduti in fila su rigide sedie colorate.

Su un tavolo bianco giace scomposta una pila di riviste ignorate su cui sono stampate date di giorni ormai lontani; alzo lo sguardo e incrocio altri fogli abbandonati, sbiaditi, che come grappoli, pendono dalla bacheca informativa.

Sulla parete è appeso un orologio sordo, che con le sue lancette pigre dal rumore meccanico, scandisce il tempo dell’attesa e accompagna il vociare soffuso di alcuni presenti.

Dietro alle tende appena socchiuse sbuca un lampione spento.

Dalla strada sale il frastuono del rombo dei motori, delle troppe frenetiche auto dai clacson potenti.

Il tempo là fuori scorre veloce, qui dentro è più lento.

Ritorno con lo sguardo al lampione, ora è acceso e la grigia città procede imperterrita, senza badare agli assenti che ancora sono rinchiusi e seduti con i cappotti in grembo.

«Chi è l’ultimo?»

«Avanti il prossimo.»

«Mi saluti sua moglie.»

«Si accomodi, prego.»

Nel turbinio di queste voci ad un tratto si aggiunge alla composta fila una giovane donna. L’album ora è quasi completo: la vecchia signora, la mamma e il bambino, la donna in carriera, il meccanico, il fabbro, il barista, mancherebbe un poeta o forse tra loro si cela un artista.

Aspettano e ingannano la noia ognuno scegliendo il miglior passatempo: chi legge, chi guarda nel vuoto, chi cerca compagnia sulla tastiera del cellulare. Ogni tanto alzano il capo e controllano le lancette che sembrano immobili.

La stanza si è riempita di corpi e di profumi: odore di sigaro e talco, profumo di pane e gasolio. I mestieri si sono intrecciati e forse anche i loro pensieri, ma sembrano ignorarsi sino all’ultimo rapido saluto che si rivolgono prima di uscire dalla satura stanza per tornare a farsi risucchiare dal vortice di impegni e scadenze ignari che quel correre porterà tutti allo stesso traguardo.

Indosso la giacca, calzo il cappello e abbandono il mio caldo riparo.

Il giorno successivo, ripeto le consuete operazioni: citofono, apro il portone, salgo le scale e trovo la porta già aperta e all’interno della camera dalle pareti imbiancate di fresco cinque sagome che attendono il loro turno.

«Chi è l’ultimo?» chiedo.

Ad un tratto avverto uno scricchiolio di tacchi e scorgo un paio di gambe affusolate, coperte da collant velati apparire nella luce della porta spalancata.

Quelle caviglie!

Quelle caviglie avanzano sicure, mentre il battito del mio cuore accelera e svelte raggiungono proprio la sedia libera al mio fianco, bum bum bum…Con una rapida rotazione i miei occhi scorrono dal pavimento verso l’alto a scoprire un polpaccio e un bordo di gonna, inspiro profondamente la fragranza di un eau de toilette che mi avvolge e inebria.

«E lei l’ultimo?» si rivolge a me con voce carezzevole.

Sì, sono io l’ ultimo, penso, l’ultimo di quattro fratelli, l’ultimo ancora da maritare (come ripeteva sempre mia madre), l’ultimo ad essere interrogato per via del mio cognome “Zaccagni”, l’ultimo a rincasare la sera a casa in quel tranquillo condominio in cui vivevo da pochi mesi.

Cerco un timbro di voce sicuro, sorrido e rispondo: «Sì sono io!»

La guardo, i capelli sono lunghi castani, sembrano morbidi, gli occhi grigi tendenti al verde.

Ricambia il sorriso.

Con aria preoccupata estraggo il cellulare dalla tasca e fingo di aver ricevuto un messaggio. «Devo andare, le cedo il mio posto, arrivederla.»

«Molto gentile, grazie.»

Esco velocemente da quella stanza che iniziava ad essere troppo stretta, i lampioni e i fari delle automobili mi illuminano con i loro fasci giallastri; mi metto in cammino e faccio rientro al moderno appartamento che mi attende lassù all’ultimo piano. Lentamente il buio raggiunge le finestre, chiudo le tende e accendo il computer, ho del lavoro da terminare, ma il pensiero continua a tornare a poche ore prima, la vedo seduta sul divano, in cucina intenta a preparare la cena, avvolta in un soffice asciugamano uscire dalla doccia.

Ritorno ogni giorno in quella sala d’attesa. Mi piace sedermi tra volti sconosciuti, osservare, cercare di indovinare i loro pensieri, immaginare quali sogni stiano inseguendo o se abbiano già smesso di farlo, sfogliare i miei vecchi ricordi e le mie presenti paure.

E quando le auto rallentano e le voci tacciono riesco a sentire il ritmico battito dei loro cuori.

«Chi è l’ultimo?» chiedo.

Sorrido e mi siedo.

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Discussioni

  1. Uno spunto davvero sorprendente. Ammetto che dopo le prime righe mi sono detto: ma dove vuole andare a parare.

    Una bella sorpresa, l’emozione che coglie alla sprovvista, il lampo che illumina una vita scandita dal lento, monotono ticchettio degli orologi.

    Piccolo consiglio, dettato unicamente dall’esperienza: usa meno aggettivi e attenta alle inversioni con i sostantivi. Ma sia limpido come il cristallo, il testo è chiaro e scorrevole.

    Ti confesso che, con questo tuo sguardo e la sensibilità fine, femminile, non mi dispiacerebbe affatto avere una lettrice come te…

  2. E chissà quanti ce ne stanno in giro di questi cuori in scatola… Bel racconto, mi è molto piaciuta la riflessione legata alla domanda “chi è l’ultimo?” e la solitudine che traspare dalle fantasie su una sconosciuta con la quale si è a stento parlato.
    Complimenti.

  3. Oggetti inanimato che acquistino voce e anima, un’atmosfera misteriosa che persiste sino all’ultimo, un poeta che manca perché intento a scrivere, in prosa, un ottimo racconto.