
Dante 4.0
Senza sapere come, Marcus si trovò a terra, su un suolo dalle temperature decisamente alte, guardandosi intorno in modo circospetto e cercando di dare un perché alla sua situazione. Dopo aver esplorato la zona intorno a lui, finalmente alzò lo sguardo e si accorse di un grande portone con una luminosa scritta al neon che lampeggiava in modo inquietante, causa alcune parti rotte, la quale avvertiva di non superarla e di abbandonare ogni speranza di poter tornare indietro.
Marcus, anziché indietreggiare, si mostrò molto incuriosito dall’insegna e, forte anche del fatto che dietro di lui non avrebbe trovato niente, decise che sarebbe andato avanti per scoprire quale opportunità avrebbe trovato oltre quel passaggio.
Una volta oltrepassato il portone si trovò in un posto strano, fitto di alberi e con poche possibilità di passare sulla riva opposta, visto che un fiume scuro e tormentato, lo divideva dal passo successivo. Proprio mentre la sua testa stava cominciando ad elaborare un piano, un viscido barcaiolo con una mezza sigaretta in bocca, la barba incolta e un abbigliamento discutibile, si avvicinò con il suo motoscafo, offrendogli un passaggio. Lo salutò con una squallida ironia, dopo averlo scaricato sulla sponda opposta e se ne andò lasciando una scia schiumosa verdognola sul fiume.
Ancora confuso per l’incontro, Marcus sbirciò alla sua destra e scorse un piccolo campo fiorito ma tremolante per l’estrema temperatura che si poteva rilevare: un gruppo di bambini, giovani e con gli occhi innocenti, gli corse incontro. Lui li guardò tristemente, pensando a voce alta per quale motivo Dio potesse permettere che tali e pure creature vivessero in un posto simile: i bambini ricambiarono il suo sguardo stupiti, chiedendogli chi fosse Dio. In quel momento una maestra li richiamò.
Marcus si riprese da ciò che aveva visto, pensando che forse sarebbe stato meglio incamminarsi, vista l’ora e il tortuoso sentiero che vedeva snodarsi avanti a lui. Non si ricordava molto di sé, ma scendendo lungo quelle stradine, rese difficoltose anche dalle nodose radici dei fitti alberi che cercavano di emergere dal terreno, gli sembrava che a fargli compagnia ci fosse un suo vecchio amico, con il quale aveva condiviso mille avventure.
Che posto mai poteva essere quello, tale da renderlo nervoso per ogni tipo di rumore e di immagine che trovava lungo il sentiero. Oltre alla fatica del camminare, nonostante Marcus fosse sulla trentina quindi nel cuore dei suoi anni, percepiva il disagio di sentire gemiti e sussurri, che lo facevano rallentare: figure di quelle che un tempo potevano essere state persone, lo rendevano irrequieto. Godevano nel peggior modo possibile, delle delizie del corpo e del cibo, non si saziavano mai e tutto ricominciava in loop il giorno successivo.
Con gran fatica raggiunse un muro e qui la situazione si cominciò a fare più intensa, mentre i suoi piedi proseguivano su sassi lavici, quasi a volerlo fermare nel proseguire. Il suo viso inorridito, tipico di chi non ha più scelta per tornare indietro, si fermò su una radura, dove un gruppo di persone si davano un gran da fare ad essere volgari. Parole mellifue di chi cerca di ingannarti, di avvicinarti per poterti sedurre e imbrogliare: erano là, pronti ad adularlo per ottenere il proprio tornaconto.
E non erano migliori del gruppetto con le maschere bianche che lo stava raggiungendo: come tutte le persone fraudolente che coprono il loro vero io per far cadere nell’inganno e portarti nel baratro dell’illegalità.
Le gambe erano ormai intorpidite e la discesa si faceva sempre più difficile: mani, gambe, volti deturpati dalle più sordide punizioni, erano ovunque e ormai la sua mente stava per cedere. Superata la radura, dove uomini e donne camminavano avanti e indietro con un pugnale conficcato nella schiena, capì che a breve sarebbe arrivato all’apice della consunzione umana.
Le labbra erano screpolate, la bocca asciutta e i capelli sudati e sporchi di cenere, che aleggiava sottile, mentre i peccati bruciavano sotto di lui. Davanti a Marcus comparve una sagoma immonda che, con sguardo torvo, stava sgranocchiando alcune figure che sembravano quasi umane: grazie a questa sua distrazione non lo notò neanche, così Marcus potè procedere senza neanche voltarsi indietro.
Superò un tunnel sentendo rovesciarsi le budella e a causa di un effetto clessidra, si accorse che il terreno sotto di lui stava scomparendo per riapparire con una nuova forma, meno calda e meno cupa. La stanchezza però non era finita e davanti a sé vide un monte maestoso e in cuor suo se n’era già fatta una ragione… doveva scalarlo. Dallo sguardo degli uomini che giravano intorno senza sosta, capì che forse lì avrebbero avuto maggiori possibilità di riscattarsi. Erano sì frustrati dalle loro debolezze, ma in un’altra vita avrebbero espiato ciò che nella precedente li aveva messi in ginocchio: ognuno di loro aveva la speranza che chi era sopravvissuto alla loro morte, avrebbe pregato per il loro perdono: ogni giorno e con sincerità.
Anche qui però i tormenti non erano pochi e il suo amico lo guidava, costringendolo a guardarsi intorno, come monito del peccato che ci perseguita in vita. Marcus ripercorse tutto il monte, osservando come i vizi capitali non per tutti sono reprimibili.
Gli avari giravano chiedendo sostegno, pur essendo senza mani e i prodighi, al contrario, con tre mani per ogni braccio, ruzzolavano senza riuscire a tenersi a nessuno per l’ingombro. Gli accidiosi fissavano il nulla con gli occhi bianchi, perché se gli occhi sono lo specchio dell’anima, loro avevano lasciato scorrere la vita senza l’interesse per niente.
Finalmente, raggiunta la vetta, una persona gli venne incontro, sembrava la sua compagna di banco, che tanto amò per tutto il liceo: i suoi lunghi capelli dorati gli avevano per anni sfiorato la spalla e Marcus non potè far altro che sospirare per un amore non corrisposto. Lei gli mostrò la bellezza e il ristoro da tante sofferenze vissute nei suoi precedenti passi, un cielo pieno di stelle da osservare e che lo avrebbe fatto sentire in pace.
Ma poteva essere finita così? Marcus sentiva che c’era dell’altro: oltre le stelle, oltre il cielo, oltre Dio. Si sentiva incompleto e sentì che il suo tragitto non era finito: alzò dunque le braccia, appoggiandosi al bordo più alto dell’Empireo e con uno sforzo immenso, “l’ultimo” pensò, si spinse in su e trovò un mondo di neve e ghiaccio. Una voce cristallina gli sussurrò nell’orecchio che era arrivato al quarto stadio del suo percorso, era arrivato a Nives. Lì tutto iniziava e tutto sarebbe finito: il ghiaccio brucia come l’Inferno, la neve che si scioglie lava via come il Purgatorio ed è bianca e pura come il Paradiso.
Marcus si guardò intorno, finalmente in pace: da qualunque mondo fosse partita la sua anima, qualunque cammino il destino avesse pianificato per lui e chiunque l’avesse guidato fino a lì, ormai era arrivato.
Esausto si accasciò sulla neve e i cristalli di ghiaccio si fusero con lui, sublimando la sua anima.
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La chiusura finale è qualcosa di emozionante
Ciao Borderline,
ti ringrazio per quello che mi hai scritto, in effetti volevo che la sua anima potesse ascendere ancora più su del conoscibile. ?
“Esausto si accasciò sulla neve e i cristalli di ghiaccio si fusero con lui, sublimando la sua anima.”… chiusura da brividi per un librick veramente stupendo e scritto con stile! Idea davvero originale per il Lab, davvero complimenti! 🙂
Ciao Giuseppe,
mi fa piacere che ti sia piaciuto il mio racconto. In questa quarta Cantica ho voluto rendere l’idea dell’anima che va oltre tutto per trovare la pace eterna. Grazie ancora ?
Ciao Isabella, questa visione è davvero interessante, perché hai affidato al ghiaccio la purificazione della carne, proprio perché brucia come il fuoco, ma non annienta l’anima, perché la fonde col suo stesso elemento, mentre il fuoco divora ogni cosa. Un po’ come in natura, la neve quasi la protegge, mentre il fuoco la devasterebbe. Squisiziose le parole finali, davvero evocative?! Lab originale e ben condotto, mica facile trattare tutti quei peccati?!
Ciao Antonino,
grazie per quello che hai scritto, io adoro Dante e la Divina Commedia e mi è venuta l’idea della Quarta Cantica come suo “spin-off” ?
Ciao Isabella, bella l’idea di compendiare demoni infernali a un ricordo dolce, come quello della donna amata. Mi è piaciuto molto anche il tuo stile. Un racconto scritto bene. Complimenti.
Ciao Cristina,
ho voluto mescolare tutti i percorsi perché la vita è così… Nel bene e nel male ?
Complimenti per l’idea 🙂
Ciao Nicoletta,
grazie per avermi letto ?
mi associo a Micol, davvero una bella idea e il modo in cui la racconti da la giunta atmosfera e crea abilmente le immagini dello scenario nella mente del lettore. Complimenti!
Ciao Daniele,
sono contenta di essere riuscita ad evocare queste sensazioni, grazie per il complimento ?
Ciao Isabella, il tuo “tunnel di luce” è ben oscuro. Non credo esista una “morte” facile e Marcus ha sospirato parecchio prima di raggiungere la vetta della “sua” Commedia, Perché la vita, in fondo, non è che questo: una Divina Commedia. Mi complimento per il modo originale con cui hai approcciato il laboratorio: di tutto mi aspettavo tranne un rovente inferno 😉
Ciao Micol,
grazie per quello che mi hai scritto. Marcus ha sofferto molto per arrivare alla sua quarta Cantica però è riuscito a terminare il suo percorso, anche se tormentato ?