Del Prima e del Poi

Serie: Il Consiglio di Steven


Un racconto che vive di Musica

Scotto Mollentini era un ragazzino testardo. Già all’età di otto anni aveva portato allo sfinimento il padre affinché questi gli comperasse una chitarra.

La ragione di un nome così singolare, Scotto, aveva avuto origine proprio nel giorno della sua nascita, sul finire di Settembre del 1949. Un venerdì come un altro, nel raccolto paese di San Colombano. Ma non per tutti.

Il piccolo era nato prematuro, in casa. Così usava in quegli anni. Anni che ancora odoravano di polvere da sparo, anni in cui il boato di un tuono era ancora capace di riportare alla mente ricordi sopiti nei cuori più deboli.

Era venuto al mondo attraverso le fatiche di Adele, che si apprestava a diventare madre per la prima volta e donna per la seconda, fra i suoi lamenti impregnati di sudore. Lei, ragazza ostinata tanto quanto lo sarebbe stato un giorno il figlio, che in vita sua non aveva mai visto il mare nemmeno una volta, seppure non distasse poi molto dal paese in cui anch’ella era nata e sempre vissuta. Ci sono posti in cui le strade che a questi conducono sono curiosamente capaci di dilatare lo spazio, trasformando una manciata di chilometri in distanze impercorribili.

Era venuto al mondo fra lo scalpiccio degli stivali del giovane Duilio, ragazzo nelle cui mani stava per essere consegnata una responsabilità nei confronti della quale si trovava del tutto impreparato sebbene volenteroso di farsene carico, che si apprestava a diventare padre, anche se non ancora uomo, consumandosi i tacchi fuori della camera da letto in cui Adele portava a compimento il volere della natura, percorrendo avanti e indietro il lungo corridoio, dando fondo a tutto il suo scarno repertorio di preghiere, per poi riproporlo ciclicamente ancora e ancora una volta.

La levatrice aveva raccolto il corpicino di quell’esserino urlante dopo cinque ore di spinte, imprecazioni e urla, per poi consegnarlo finalmente nelle braccia del padre, benedetta in quel gesto da un ultimo rantolo di fatica di Adele mutato infine, lentamente, in una risata sfinita.

Duilio aveva tenuto fra le sue mani il neonato infagottato percependone il calore quasi febbricitante della testolina, ed il primo pensiero che aveva attraversato la sua mente riguardo al figlio appena conosciuto era stato:

Mio Dio, questo bambino brucia.

L’idea di quel calore talmente inatteso, proveniente dal corpo del piccolo, aveva accompagnato Duilio per i successivi due giorni, e nel momento in cui Adele era tornata nuovamente in forze così da essere in grado di discutere del nome da dare a loro figlio, il padre aveva espresso il desiderio che in quel nome fosse racchiuso qualcosa che lo avrebbe aiutato, nel tempo, a non dimenticare mai quella vibrante energia di fuoco che aveva provato tra le sue mani.

«Sarebbe stato più semplice se fosse stata una femmina, avremmo potuto chiamarla Fiammetta» aveva riflettuto ad alta voce Adele, ancora sdraiata a letto.

«Ma abbiamo avuto un maschio» aveva ribattuto Duilio, seccato da quel pensiero così irriverente, «e mio figlio avrà un nome adeguato al suo destino di uomo di casa.»

Adele non si era avuta a male delle parole brusche del marito. Duilio era persona impulsiva, ma di animo buono.

«Cos’hai pensato quando lo hai preso in braccio?» aveva chiesto al marito.

«Ho pensato che quel bambino stava bruciando. Mi sono detto “Scotta, ha la febbre”.»

«Dunque ci vuole un nome che richiami questo pensiero. Potremmo chiamarlo…»

«Ma certo» l’aveva interrotta Duilio, come colpito da una folgorazione, «il bambino brucia, scotta. E così lo chiameremo: Scotto.»

Adele si era issata dal letto a fatica, mettendosi a sedere con la schiena appoggiata alla testa del letto ed un cuscino fra le due a renderle meno scomoda la posizione, fissando per qualche istante il marito nella speranza che quello di Duilio fosse solo uno scherzo. Ma lo sguardo fermo di lui aveva cancellato in pochi attimi quell’ottimismo nascente.

Così Adele aveva tentato di spiegare con calma il proprio pensiero, come una maestra ad uno scolaro poco brillante:

«Duilio, non possiamo chiamarlo Scotto. Il nostro cognome è Mollentini, se lo chiamassimo come vorresti tu, Scotto Mollentini, sembrerebbe la definizione di una pasta cucinata dai francesi. Lo prenderebbero in giro per tutta la vita.»

Ma Duilio era stato irremovibile nella sua decisione, ed in quegli anni l’opinione di una donna aveva un peso molto diverso da quello che ha oggigiorno.

Così il bambino era stato chiamato Scotto. E quella storia, Scotto, l’aveva ascoltata decine e decine di volte nel corso della sua giovane vita, senza mai stancarsi di farsela raccontare.

Ma torniamo a noi, e a come questo racconto è iniziato.

Scotto aveva chiesto, desiderato, bramato quella chitarra dopo essere stato testimone di quali vibranti emozioni quello strumento fosse capace di suscitare tra le mani esperte di Alvise Lodaro, in una memorabile notte d’autunno del 1957, dove l’Arena Calcistica del vicino paese di Calvari aveva fatto da teatro ad uno spettacolo musicale grazie al quale Scotto aveva immediatamente capito quale sarebbe stato il sentiero che le sue gambe avrebbero percorso di lì in poi.

I vecchi del posto la ricordano ancora quella notte gloriosa, riporta loro profumi di femmine restie e l’odore del vino appena travasato dalle botti di castagno, lì fermo da anni che quasi non si contano nemmeno.

E a San Colombano, fino a non molto tempo addietro, quando qualcuno osava chiedere troppo dalla vita gli si rispondeva “Eh, che vuoi, non siamo mica nel ‘57”.

Fino a non molto tempo fa. Ormai, certe cose non usano più.

Quella sera Scotto era uscito tardi di casa, dopo cena e suo malgrado, col compito di riportare il padre al focolare domestico, assegnato da una madre sempre più insofferente al pensiero di dover aspettare alzata, ancora una volta, un marito irrimediabilmente soggiogato dai richiami intransigenti di tutto ciò che scorre nella gola e brucia nello stomaco.

Un marito troppo smanioso per riuscire a restarsene rintanato fra quattro mura quando là fuori, immersa nella nebbia, la vita della valle urlava promesse mai mantenute.

Un marito troppo in là oltre il confine tracciato dal vizio per ricordare cosa volesse dire desiderare di far sentire ancora donna la propria moglie.

Era andato a colpo sicuro Scotto, attirato come un frammento di metallo da una calamita in direzione dell’Arena, dove note musicali echeggiavano in un ritmo sincopato fra banconi in legno ricolmi di cibarie, fuochi accesi e bevande riservate agli adulti.

Aveva attraversato la strada quanto più in fretta i suoi piedi fossero in grado di correre, avviluppato da una foschia contro la quale nulla potevano i lampioni disposti lungo la carreggiata, ed era quasi scivolato mentre la suola delle sue scarpe tentava con fatica di fare presa su un terreno intriso di umidità, come se la giornata senza nuvole appena trascorsa avesse, nonostante ciò, lasciato dietro di sé i resti di una pioggia incessante.

Perché, giù nella valle, l’acqua ti entra nelle ossa anche nei giorni di sole, e quando questo cala sopravvivono solo i prescelti da una natura intransigente come un precettore di città.

Scotto aveva girovagato fra i tavoli alla ricerca del padre per più di dieci minuti, trovandolo infine riverso a terra con la faccia rivolta verso il cielo, avvolto nell’abbraccio del cappotto buono dei giorni di festa – non appena la moglie lo avesse scoperto, sarebbe andata su tutte le furie per questo – alla ricerca di stelle impossibili da scovare in mezzo a tutta quella caligine, viste, forse, solamente disegnate nei libri di scuola.

«Che stai facendo, papà?» aveva chiesto Scotto, disorientato, accovacciandosi affianco a lui, quando, d’improvviso, come un interruttore che si spegne ed uno che si accende, la sua vita del Prima terminava in un istante, lasciando il posto a quella del Poi. Quella che sarebbe venuta dopo aver ascoltato, per la prima volta, Alvise Lodaro in tutto il suo fulgore.

Scotto si era rialzato dimentico del padre e aveva seguito il richiamo della musica arrivando in prossimità del palco, fin dove la folla gli concedeva.

Alvise si contorceva con ardita indecenza al cospetto di comari egoiste ed isteriche, mentre con le mani carezzava, possedeva, violentava e venerava uno strumento a sei corde dal suono tagliente come le lame di un rasoio incrostato dalla ruggine.

Osservando la chitarra ed ascoltandone quella melodia pagana, Scotto aveva provato una sensazione vorticosa proprio sotto la bocca dello stomaco che, in età adulta, avrebbe associato al suo primo istinto sessuale.

Scotto aveva saltato, aveva ballato, aveva dimenato le gambe in mezzo ai fuochi dell’Arena come in un Sabba ancestrale per tutta la durata dello spettacolo.

Ed una volta terminato il concerto, ore dopo, con la bruma a spadroneggiare nella notte, trascinando dietro di sé il padre ancora ubriaco come in una fotografia in bianco e nero scattata da un obiettivo sfocato, Scotto era rientrato in casa e, aiutandolo a svestirsi sotto lo sguardo infuriato della madre in vestaglia, aveva dato il via alla sua gragnuola di richieste per poter ricevere anche lui una chitarra come quella di Alvise. E fino a quando non lo aveva accontentato, Duilio non aveva avuto più vita.

Serie: Il Consiglio di Steven


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Discussioni

  1. Eppure quando leggo questo primo capitolo (lo avevo già iniziato e mollato quanto presto) sento davvero poco coinvolgimento. Per carità scritto bene è anche scritto bene, ci vuole conoscenza e tanta padronanza per comporre un testo in questo modo. Forse è anche questo che trasuda, una grande composizione! Ci sono un paio di fasi dove i diversi nomi comuni vengono costantemente ripetuti, risultando (perlomeno a me) stopposi, con una completa assenza di pronomi e/o metodi per sviare una continua ripetizione appunto, dei nomi propri. Oltre questo percepisco degli arricchimenti in alcuni pezzi che sembrano messi lì proprio per dare enfasi a qualcosa che altrimenti non ne avrebbe e risulterebbe abbastanza banale, per quanto la storia sia comunque interessante. Il caso vuole che proprio in questi giorni ho avuto modo di vedere (o quantomeno iniziare) due diversi film per bambini che parlano della stessa cosa. Cambiano giusto i periodi, l’ambiente e quindi anche i personaggi secondari con le loro abitudini,personalità eccetera ma il succo è lo stesso. Chissà, magari nel prossimo capitolo arriverà qualcosa di nuovo, magari questo Scotto diventerà un po’ più al dente e riuscirò a masticarlo con più piacere

  2. Ho percorso il racconto avvolta da una atmosfera medievale: sabba, nave dei folli, Bruegel.
    La chitarra come una Excalibur che viene concessa solo ai veri eredi.
    E poi sono curiosa di sapere cosa terrà insieme la famiglia di Scotto, che mi sembra fatta di percorsi divergenti.

  3. La tua scrittura estremamente elegante cozza con una storia di provincia, rude e grezza. Termini delicati e ricercati, a raccontarci bassezze umane, desideri, vita vera e sentita dentro nella pancia. Un contrasto incredibilmente riuscito, l’una e l’altra che si scontrano e poi trovano la loro maniera di aggiustarsi insieme. Particolarmente riuscite le metafore e l’atmosfera che sei riuscito a creare, quasi fiabesca. Bellissima la corsa verso la musica, l’istinto, con le scarpe che scivolano e niente che ti fermi, nemmeno tuo padre ubriaco che mostra il peggio di sé. Sono rimasta particolarmente affascinata dalla figura materna, estremamente vivace e femminile, nonostante quel suo lato non sia più apprezzato, ma lei lo ha dentro. Non lo so cosa succederà, ma proseguirò dritta verso la lettura.

  4. devo dire che ha il respiro di un incipit da romanzo. È raccontato a grandi falcate ma senza fretta. E poi sono sempre attratta dalle storie dove compare la musica, e la chitarra. Leggerò.

  5. Ciao ❣️
    Ammetto che il padre di Scotto mi ha irritato e non poco, però è perfettamente in linea con la mentalità del tempo, gli uomini quasi non ascoltavano le donne, quindi non c’è da stupirsi che questo poveretto si è chiamato come la pasta scotta 🤦🏻‍♀️

    Comunque complimenti davvero è scritto benissimo, il linguaggio è ricercato e al contempo scorrevole ❣️

    1. Ci vuole sempre una figura femminile che tenti di farci ragionare, purtroppo non le diamo mai ascolto abbastanza 😉
      Grazie per l’apprezzamento Lola, e per esserti cimentata in questo viaggio.

  6. “troppo smanioso per riuscire a restarsene rintanato fra quattro mura quando là fuori, immersa nella nebbia, la vita della valle urlava promesse mai mantenute.”
    È il passaggio che mi è piaciuto di più, ma tutto l’episodio denota un certo stile nello scrivere. Ben spiegata e originale la faccenda del nome, intrigante l’amore del bambino per la chitarra… Un episodio che fa venire voglia di leggere il resto.

    Ho visto che i San Colombano sono due in Italia e meno male che hai parlato di Calvari, se no non avrei potuto dare collocazione al luogo 🙂
    Un solo dubbio:a otto anni non sono pochi per uscire da solo, o nel 1957 era normale?

    1. Ciao Francesco, grazie davvero per il tuo commento. Il contesto urbano che ho immaginato è di un piccolo paese (forse non si riconosce subito, hai fatto una giusta osservazione), unito ad una situazione familiare particolare ed una madre esasperata che manda il figlio al di là della strada per cercare il padre. Io sono di un’epoca più recente rispetto a Scotto, ma ricordo che negli anni 80, anche di sera dopo cena, i miei mi mandavano (come diceva la canzone) a prendere il latte, cosa che ora non si userebbe più forse, ed ho immaginato, anche ascoltando le testimonianze dei miei parenti, che in epoche ancora più risalenti ci fosse più permissività sotto questo punto di vista, nel caso in cui l’uscita fosse stata legata ad uno scopo ben preciso. Ma hai sottolineato un ottimo punto di riflessione.

  7. Le note seducenti e ammalianti della chitarra sei corde di Alvise sono state per Scotto un classico imprinting, ha segnato quel Poi che segna il vero inizio di questa storia; è stata una folgorazione che gli ha cambiato la vita, come per me sono state le note graffianti di un organo Hammond sotto le dita di un funambolo della tastiera come Keith Emerson in Tarkus, il mitico armandillo corazzato impresso sul secondo lavoro in vinile, brano musicale progressive che a distanza di 50 anni per me rappresenta qualcosa di sublime, che ho provato a suonare innumerevoli volte. Tornando al tuo lavoro non posso che complimentarmi con te per la tua scrittura avvincente, strutturalmente complessa ma sempre piacevolmente scorrevole. Bravo.

  8. Un coinvolgente spaccato dell’Italia di fine anni ’50, con i suoi contrasti ed il nuovo che faticava a prendere il posto di vecchie abitudini. Oggi lo chiameremmo patriarcato. Ieri era famiglia tradizionale. Spero proprio che a Scotto le cose girino meglio…